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7 aprile 2006

Doppi surreali

SOSIA: O dèi immortali, vi prego, dove ho incontrato la mia fine? Dove mi sono traformato? Dove ho perso la mia identità? O forse mi sono lasciato laggiù e me ne sono dimenticato? Perché, di certo, costui possiede tutto il mio aspetto, quello che prima era mio. Mi accade da vivo quello che nessuno mi farà mai da morto.
Plauto, Anfitrione, Atto I, vv. 452-60.
Gioco del doppio: Sosia passa a Wilson, Wilson a Goljadkin, Goljadkin a Hyde, Hyde a Gray…

Sole e luce del giorno,
circolo eterno in cielo
della nuvola errante […]
Reggia e terra di Fere,
Iolco mia patria, notti
della mia fanciullezza […]
La doppia pala vedo e la barca
nella palude. Ed al traghetto
dei morti è il passatore
Caronte, con la mano
poggiata al remo, e già mi chiama:
“A che indugi? Ti muovi?
Per te son fermo”.
E a gran fretta m’incita […]
Mi trascina uno, mi trascina —
non lo vedi? — alla casa
dei morti, un essere alato
e coi suoi occhi di nero acciaio
getta uno sguardo di morte.
Oh, che fai? Non mi lasci?
Su quale via,
la più trista, ho già il piede![…]
Lasciatemi, ora,
lasciatemi, mettetemi
giù. Non ho forza
più di reggermi in piedi.
È qui Ade.
E una notte si stende
d’ombra sui miei occhi.
Euripide, Alcesti, vv. 244-269.
Ah, Admeto, viene la morte e ha i tuoi occhi.

Ad essa (la terra) molte tempia gemmarono prive di colli,
ed erravano ignude braccia orbate di spalle,
vagavan solinghi occhi digiuni di fronti.
Empedocle, fr. 57.
Turbini surrealisti di membra vaganti.