Archive for 20 aprile 2006

20 aprile 2006

La tenuta di Parise

Stavo il più del tempo fuori da Roma, in quel paese, e con Silvia ci si telefonava tutti i giorni perché, non l’ho ancora detto, io amo Silvia come un ragazzo. È possibile? Sì, è possibile. Nonostante l’amante? Sì, nonostante l’amante. Che amavo come un vecchio e non come un ragazzo. All’inizio della mia relazione Silvia si disperò, poi, piano piano, sembrò accettarla e quando me ne accennava io non sapevo cosa dire, paralizzato dal silenzio, frutto di ciò che consideravo colpevole nei confronti di Silvia. Anche qui siamo nel banale. Quando Silvia accennava a qualcosa e trovavo la voce di rispondere dicevo: "non esistono diritti di esclusiva tra le persone" una evidente bugia; su cui però costruivo un intero comportamento, saggio, sociale e cinico. Senonché sapevo benissimo che di noi due, me e Silvia, nessuno dei due era veramente cinico e non lo sarebbe mai stato. Questo il prologo del fatto. Il fatto invece fu che, una sera, squillò il telefono nella nostra casa di Roma. Silvia rispose. Con disinvoltura perfetta disse: "Scusami un momento, passo all’altro apparecchio" e se ne andò in camera a parlare per un bel po’. Tornò, le chiesi chi era.

Goffredo Parise, L’odore del sangue

20 aprile 2006

Ferrara su Wu Ming 5

Adoro Wu Ming. Sono una piccola sètta massonica, un po’ come il professor Introvigne definisce i Puffi, ma i Wu Ming non sono affatto azzurri: sono rossi e non per l’imbarazzo. Anzi, essere rossi non li imbaraza affatto. Costituiscono un club dove, al posto di fumarsi il sigaro, fumano il sigaro, ma come Che Guevara o Fidèl – e non Confalonieri, che pure sembra orientato a pagarli profumatamente per portare sugli schermi questo Free Karma Food, destinandoli a una di quelle contraddizioncelle che tanto la sinistra fa finta di non vedere, girando la faccia dall’altra parte, che sarebbe dunque a destra, se loro stanno a sinistra: vedete come è difficile decrittare davvero il mondo politico? Non preoccupatevi, ci sono io, a complicare la decrittazione. Non li ho invitati in trasmissione non tanto perché non desiderano apparire e nascondono le loro facce come partigiani clandestini nei monti della Val di Susa (uomo Tavvisato, mezzo salvato), quanto perché non ci stanno nello studio, che è piccolo, mentre Piperno ci stava benissimo e Mozzi non ci starà mai, visto che si mangia le "r" (preferisco le irriferibili "r" di Gad a qualunque rotacismo, parola che soltanto io, che però so essere chiaro a tutti, so cosa significhi). E poi non sarebbe il caso che venissero: m’imbavaglierei, ma ho finito i cambi delle lenzuola matrimoniali a casa, dove Selma li ripone come qualunque moglie, secondo i sacri valori della famiglia, proprio dietro la centralina di Echelon che abbiamo installato in casa, insieme al dvd e all’apparecchio per la rilevazione dell’Auditel: tanto è tutto la stessa cosa.
E adesso, siccome sono brillantemente mefistofelico, la rivelazione choc: esiste un Wu Ming 0 e quello sono io. E’ dal ’96 che collaboro con questi ragazzotti un po’ provinciali e un po’ infoibati, e percepisco pure parte dei loro diritti d’autore avendoli infiltrati. Non me ne vergogno affatto (la parola "affatto" non esiste nel mio vocabolario), allusivo e scherano come sono, anche se prima che scopriate di chi realmente sono lo scherano a Rita Armeni sarà cresciuto un nuovo movimento femminista.
Veniamo dunque al libro in questione, che loro, essendo veltroniani (se non l’aveste capito, è un altro colpo basso, esercizio di tai-chi dialettico in cui sono un maestro. Ho detto dialettico.), soprannominano FKF come si fa coi presidenti americani morti. Il libro parla anche di presidenti americani e di morti, ma delinea un apocalisse che mi ha reso riluttante a terminare il romanzo: la trama è che non si può più mangiare la fiorentina. Uno scenario da incubo, almeno per me.
Comunque sono certo che questi cinque piccoli indiani, che giocano tanto a fare gli irochesi, cioè la tribù schiacciata dall’Uomo Bianco Occidentale (cosa su cui tra poco sentiremo il ministro Buttiglione), hanno in realtà votato per la Rosa nel Pugno. Ovviamente alzato.
Buttiglione, Lei cosa ne pensa?

Giuliano Ferrara, Free Karka Furb 

20 aprile 2006

La liseuse dalle onde rosse

 

Passeggiavo nel corridoio, in pantofole e pigiama, scavalcando di tanto in tanto un cumulo di biancheria sudicia. Il mio albergo era di prima categoria perché aveva due ascensori e un montacarichi (quasi sempre guasti) ma non disponeva di un ripostiglio per lenzuola, federe e asciugamani in provvisorio disuso e le cameriere dovevano ammucchiarli qua e là negli angoli morti. A notte inoltrata in quegli angoli morti arrivavo io, e perciò le cameriere non mi amavano. Tuttavia, dopo aver dato qualche mancia, avevo ottenuto il tacito permesso di deambulare dove volevo. Era la mezzanotte passata. Trillò piano un telefono. Che fosse nella mia stanza? Mi avviai con passi felpati ma sentii che qualcuno rispondeva; era al numero 22, la stanza vicina alla mia. Stavo per ritirarmi quando la voce che rispondeva, una voce di donna, disse: “Non venire ancora, Attilio: c’è un uomo in pigiama nel corridoio. Passeggia in su e in giù. E potrebbe vederti”. Sentii dall’altra parte un confuso gracidio. “Mah?” rispose lei “non so chi sia. Non venire, ti prego. Semmai ti avviso io”. Riattaccò con un tonfo, udii passi nella camera. Mi allontanai d’urgenza scivolando come sui pattini. In fondo al corridoio c’era un sofà, un secondo cumulo di biancheria e un muro. Sentii la porta della camera 22 aprirsi; da uno spiraglio la donna mi osservava. Là in fondo non potevo restare; tornai indietro lentamente. Avevo circa dieci secondi di tempo prima di passare davanti al 22. Fulmineamente esaminai le varie ipotesi possibili. 1) Tornare nella mia stanza e chiudermici dentro; 2) idem con variante, informando cioè la signora che avevo sentito tutto e che intendevo farle cosa grata ritirandomi; 3) chiederle se proprio ci teneva a ricevere Attilio o se io ero un pretesto da lei scelto per esimersi da un non grato bullfight notturno; 4) ignorare il colloquio telefonico e continuare nella mia passeggiata; 5) chiedere alla signora se intendeva eventualmente sostituirmi all’uomo del telefono ai fini di cui al numero tre; 6) esigere spiegazioni sul termine “disgraziato” col quale aveva creduto di designarmi; 7) …la settima stentava a formarsi nel mio cervello. Ma ormai ero davanti allo spiraglio. Due occhi neri, una liseuse rossa su una camicia di seta, una capigliatura corta ma piuttosto ricciutella. Fu un attimo, lo spiraglio si richiuse di colpo. Il cuore mi batteva forte. Entrai nella mia camera e sentii il telefono trillare ancora al numero 22. La donna parlava piano, non sentivo le parole. Tornai nel corridoio con passo da lupo e allora qualcosa riuscii a distinguere: È impossibile, Attilio, ti dico ch’è impossibile…”. Poi il clac del ricevitore riattaccato e il passo di lei verso la porta. Con un salto mi precipitai verso il cumulo d’immondizie numero due, rimuginando in cuor mio le ipotesi 2, 3, 5. Lo spiraglio si aperse ancora. Fermo là era impossibile restare. Mi dissi: sono un disgraziato, ma lei come ha fatto a saperlo? E se passeggiando la salvassi dal suo, forse amante, Attilio? Oppure salvassi Attilio da lei? Non sono fatto per essere l’arbitro di nulla, tanto meno della vita degli altri. Tornai indietro trascinando una federa con una pantofola. Lo spiraglio era più largo, la testa ricciuta sporgeva di più. Ero a un metro da quella testa. Mi irrigidii sull’attenti dopo essermi liberato con un calcio dalla pantofola. Poi dissi con voce troppo forte che rintronò nel corridoio: “Ho finito di passeggiare, signora. Ma come sa che sono un disgraziato?”. “Lo siamo tutti” disse lei, e richiuse la porta di scatto.

 

Eugenio Montale, da Farfalla di Dinard