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21 aprile 2006

Zar non è morto, una grande riscoperta di Giulio Mozzi

Lo «Zar non è morto» è uno dei libri più misteriosi del Novecento. Pubblicato nel 1929, gratificato a suo tempo da un istantaneo e formidabile successo, è oggi completamente sparito dalla memoria, letteraria e non. Eppure si tratta di un libro sorprendente: un romanzo di «fantapolitica del presente» scritto in collaborazione da dieci tra i più celebri scrittori dell’epoca, basato sull’idea che nel 1931, in Cina, appaia all’improvviso un uomo che assomiglia in tutto e per tutto allo Zar Nicola II.
È un sosia manovrato da oscuri poteri? È un usurpatore che cerca chissà quale profitto personale? È un mitomane aiutato da una prodigiosa rassomiglianza? Oppure è il vero e autentico Zar, misteriosamente scampato – come alcune voci sussurrano – all’eccidio di Ekaterinburg?
Sia come sia, l’esistenza in vita di quest’uomo rappresenta un enorme pericolo per l’ancora giovane regime sovietico, nonché una enorme opportunità, per le altre potenze dominanti nello scacchiere mondiale, di scompaginarne gli assetti. E allora tutte le diplomazie e tutti i servizi segreti del pianeta si mettono in caccia, generando quattrocento pagine di inseguimenti, colpi di scena, sparatorie, rapimenti, fughe perigliose, torbidi amori, e quant’altro basta a comporre, appunto, un Grande romanzo d’Avventure. Che si snoda tra Pechino, Istambul, Losanna, Parigi, Enghien, Roma, e perfino nelle più segrete stanze del Vaticano.
Scritto più di settant’anni fa, «Lo Zar non è morto» è un romanzo assolutamente attuale: precorre le più moderne esperienze di scrittura collettiva, dimostra un gusto sfrenato per la narrazione veloce e avventurosa, e inventa sui due piedi il genere letterario più di moda nel 2005.
“Soltanto alcuni scopi di patriottismo artistico (non raggiungibile in altro modo) hanno avvicinato e solidarizzato questi dieci scrittori italiani che appartengono alle più tipiche e opposte tendenze della letteratura contemporanea (futurismo, intimismo, ecc.). Questi sono e rimarranno inconfondibili, dato che miliardi di chilometri dividono per esempio la sensibilità futurista di Marinetti dalla sensibilità nostalgica di F.M. Martini. Per offrire al pubblico lo spettacolo divertente di quei miliardi di chilometri, eccezionalmente, i Dieci hanno scritto i capitoli del romanzo: «Lo Zar non è morto». Questa eterogenea collaborazione, una volta tanto, ad un romanzo di avventure non vuol dare nessuna direttiva artistica.” (dalla Prefazione di F.T. Marinetti all’edizione originale di «Lo Zar non è morto», 1929)

«Che avrei dovuto fare, quando mi sono ritrovato vicino, in mio potere, l’uomo che per noi rappresenta un pericolo finché vive, da poi che quegli altri hanno saputo della sua esistenza? È logico: sopprimerlo.
Sopprimerlo subito.
Cancellare così di colpo quest’arma degli avversari.
Sarebbe stato così facile.
Ma il mistero, l’assurdo, l’inspiegabile mi paralizzano.
Quel mio compagno di viaggio era uno spettro vivo, un morto che aveva lasciato nella sua tomba la parola ed i ricordi, ma n’era uscito fuori con tutto il resto della persona.»

Dal sito dell’editore Sironi

21 aprile 2006

Uomini e uccelli

CORO: E voi, uomini nati a vivere in tenebre, simili alle foglie, misere genti impastate di fango, ombre vane, effimere creature senz’ali, infelici mortali simili a sogni, fate attenzione a noi immortali, eternamente viventi, celesti creature immuni da vecchiezza, meditanti eterni prnsieri: udite da noi tutte le verità sulle cose celesti. […] In principio, era il Caos e la Notte e il nero Erebo e il Tartaro ampio: terra e aria e cielo non esistevano. E nel grembo immenso dell’Erebo la Notte nero-alata partorì dapprima un uovo senza germe, onde, col mutare delle stagioni, nacque l’amabile Eros, fulgide sul dorso le ali d’oro, impetuoso come turbine di vento. Ed egli, mescolatosi col tenebroso Caos alato nell’ampio Tartaro, generò la stirpe nostra e l’addusse alla luce, la prima: né ancora gli immortali esistevano, prima che Eros mescolasse tutti gli elementi. Poi, quando furono mescolati gli uni con gli altri, nacquero il cielo e l’oceano e la terra e la stirpe immortale degli dèi beati. Noi, dunque, siamo di molto più antichi di tutti i beati.
Aristofane, Uccelli, vv. 648-702.
Relativismo cosmogonico.

A me, quanto più studio la storia del passato lontano o recente, tanto più salta all’occhio in tutti i casi che nella storia l’uomo è oggetto di una beffa.
Tacito, Annales, III, 18, 4.
… e se ne porta il tempo ogni umano accidente.

Quando dunque un passo, ascoltato più volte da un uomo sensato ed esperto di critica letteraria, non gli dispone l’animo alla grandezza e non gli suggerisce considerazioni più vaste di quanto in esso è stato detto, ma anzi, se ben lo si consideri nell’insieme, vada perdendo il primitivo effetto, non si tratta di vera sublimità, dato che questa dura solo finché la si ascolta. È invece realmente grande ciò che induce a molte riflessioni, produce un’impressione a cui è difficile, anzi impossibile, sottrarsi, e lascia un ricordo così vivo che difficilmente svanisce.
Anonimo, Del sublime, VII, 3.
Sublimi consigli per critici inconcludenti.