Archive for aprile 2006

23 aprile 2006

Tacchi a spillo nel cuore — Storie di poeti pubbliche e private

Giovedì 27 Aprile 2006 — ore 20,30
ERA DEA Studio
Vicolo delle Palle, 4 (Via Giulia) – Roma 00186
Ingresso libero

Tacchi a spillo nel cuore è un omaggio a Erri De Luca e Ennio Cavalli.
Due poeti contemporanei. Erri napoletano di origine è ‘om’ rò sud. Ennio emiliano di nascita è uomo del nord. Il nord e il sud sono amici nella vita e nell’arte. Spesso Erri presenta i libri di Ennio. Rosa Di Brigida nelle sue ormai consolidate performance poetiche, racconta l’uomo e l’artista, crea personaggi dei loro versi, si diverte nel ruolo della “Diabla” a ricucire e inventare storie esistenti e fantastiche.
Tacchi a spillo nel cuore parte dai versi dei due poeti per raccontare due storie di profughi che attraversano il mare e giungono in terre spesso inospitali.
In scena Rosa Balivo, Rosa di Brigida. Alessandro Varzi canta due bellissimi testi da lui musicati da due poesie, una di Erri e una di Ennio.
La selezione musicale è di Beba Brkanovic.

23 aprile 2006

Polemica su Buttafuoco

È lecito chiedersi come mai a Filippo La Porta «dispiaccia parlar male di un romanzo di Pietrangelo Buttafuoco». Risponde il medesimo critico (recensendo Le uova del drago sul giornale diretto dal maggior sponsor del giornalista catanese all’esordio narrativo, Giuliano Ferrara, che ne ha vegliato la resistibile ascesa dalle colonne dello stesso Foglio alle patinate pagine di Panorama): «ci si sente colpevolmente faziosi, affetti da inveterati tabù ideologici».
Dev’essere per questo che a lodare Buttafuoco, paragonandolo di volta in volta a Céline o a Fenoglio, abbiano fatto a gara l’Unità, il Corriere della Sera e la Repubblica. Spiega il perché di tanta unanimità, non senza malizia, lo stesso La Porta: «recensendolo positivamente si dà prova di essere intellettualmente indipendenti, uomini di mondo». E allora, torno a chiedermi, perché deve spiacere parlarne male? Se si tratta di «una scrittura crepitante e fatalmente effimera, che ce la mette proprio tutta a surrogare la Letteratura» non elevandosi in realtà da un «mix di Martin Mystère (fumetto d’azione, virato sul genere bellico-funereo), stile da giornalismo brillante assai in voga […] e gusto eccitante di trovarsi dalla parte dei Cattivi», per quale motivo ci si sente obbligati a lodare, al contempo, «gli ottimi articoli di Buttafuoco», la sua «macchina narrativa» (comunque) «densa e agile», e insomma ribadire (come sempre La Porta non si perita di fare nella sua “stroncatura”, come si compiace di definirla Il Foglio per antonomasia organo, come ognun sa, «intellettualmente indipendente») che si trova (comunque) tremendamente «simpatico» colui che s’è (comunque) reso «artefice di una contro-epica»? Opinare che a scappellamenti simili si sia tenuti perché allo stesso Ferrara si deve parte non piccola delle proprie fortune di kulturkritik bipartisan, onnipresente snocciolatore di luoghi comuni sui fogli di riferimento dell’intero arco costituzionale – da Avvenimenti al Foglio passando per il Corriere della Sera di Pigi Battista (altro entusiasta plurirecensore di Buttafuoco, naturalmente) – certo per La Porta equivarrebbe a peccare, appunto, di faziosità.
Le vere radici dello stile e delle topiche ammassate in queste trecento pagine lutulente e prevedibilissime (nessuno è più prevedibile di chi deve spararla grossa a ogni capoverso) le ha invece identificate – e spiace, sì, dover rimarcare sia stato l’unico – Enzo Di Mauro sul manifesto: che ne ha radiografato gli ascendenti nella couche del neofascismo catanese (nomi che è bello ignorare, ma che han fatto venire i brividi a tanti lettori di quelle parti: da Gaetano La Terza a Biagio Pecorino): «un incubo di sentimentalismo populista, di nostalgia, di risentimento, di frustrazione travestita da patriottismo». Altro che Céline, altro che Fenoglio: Biagio Pecorino. Di Mauro se n’è guadagnata sul campo la medaglia – impartita da Ferrara in persona rispondendo a un’improbabile lettera pubblicata sempre sul Foglio – di «comunista di merda». Viene da rispondere che il signore sì che se ne intende. Comunque la dizione è interessante: non essendo mai riuscito a diventare comunista come si deve, m’iscrivo volentieri anch’io – con le righe seguenti – al PdCdM.
Il monnezzone di Buttafuoco si basa su un friccicorino ben noto ai lettori di Capitan America, nonché a quelli di Martin Mystère. Non crediate che le potenze dell’Asse, malefiche sì ma tremendamente affascinanti, siano state debellate: il fuoco cova sotto la cenere, gli irriducibili sono sparsi ovunque, il germe della ribellione si spargerà, i dormienti si risveglieranno, le uova del drago s’infrangeranno. Dopo che l’«era» si sarà fatta «oscura» e «gli eroi» nazifascisti saranno «precipitati in una sorte ingrata, ingiusta e impossibile» (la nostra inqualificabile Repubblica dalla Costituzione criptocomunista, cioè), solo allora!, sarà di nuovo tempo di corruschi Crepuscoli di sangue, di splendide stragi, di duelli memorabili: controveleno ideale per questo mondo «ingrato», «ingiusto», infestato da imbelli omminicchi atterriti dalla pugna, dalle armi, dalla loro oscura bellezza (ogni volta che deve menzionare la «Luger», pistola d’ordinanza della Wehrmacht, Buttafuoco ha un’erezione stilistica). Costituirà, il Drago del Terzo Reich reloaded, il nodo al pettine di un Occidente malato di panciafichismo. Sarà, solo allora!, di nuovo tempo di strapotenti eroi di straripante virilità e sterminatrici donne-angelo: come l’Eughenia improbabilissima protagonista del monnezzone, che gelida e conturbante uccide a colpi di spillone e saponette avvelenate.
La badiale banalità (mai ironica, mai virgolettata come tale) dei luoghi comuni stipati nel libro non è solo di natura eroico-sessuale (con tutto un repertorio da consegnare di corsa alle cartelle cliniche di Wilhelm Reich o Klaus Tewelheit), ma riguarda specificamente la scrittura, di princisbecco dalla prima parola all’ultima (La «fulva amazzone» Eughenia, «Brunilde in incognito», «aveva i capelli sottili come fili fatti con il fuso ramato delle favole», «aveva dita di meravigliosa magrezza rapace»; i sommergibilisti tedeschi, al suo cospetto, si esaltano «come vichinghi su un drakkar»). «Lo stile fa la guerra», commenta l’impunito narratore. Già. Solo che lo stile – nonché epico o «contro-epico» – è una ridicola cartoonizzazione della Storia, un’invereconda kitschizzazione della tragedia e del sangue: quello dei vincitori e quello dei vinti (impunitissimo Buttafuoco ciancia sin dal sottotitolo di «teatro dei pupi», e zelante battezza Angelica, Medoro, Orlando, Carlo Magno e Gano di Maganza i suoi personaggi). Un’operazione che, voglio sperare, saranno per primi i fascisti intellettualmente onesti a trovare degna del cassonetto. Perché poi una collana di prestigio come la «Sis» Mondadori (un tempo contraddistintasi – magari per riguardo a Renata Colorni – per una «faziosa» pregiudiziale antifascista e antirazzista) debba sdoganare a un monnezzone così incommestibile, è interrogativo al quale possono rispondere solo l’autore, il direttore di collana Antonio Franchini (colui il quale gli «ha chiesto di mettersi alla prova») a sua volta accanito cultore di virtù gladiatorie e affettuoso sdoganatore di sfortunati scrittori nazisti ingiustamente sepolti dalla storia. Ma sarà meglio rivolgersi, soprattutto, a Giuliano Ferrara.
Quanto alle tesi storiografiche sottese alla «storia vera», le fonti citate spaziano, per attendibilità, dai Quaderni del Veltro alle Edizioni Settimo Sigillo. Si sa che uno degli espedienti preferiti dai revisionisti e dai negazionisti più efferati sia citare un dettaglio autentico (nella fattispecie, certe ingiustificate uccisioni da parte delle truppe angloamericane al momento dello sbarco in Sicilia, nell’estate del ’43; o la collaborazione di irriducibili fascisti locali ad azioni di controspionaggio e sabotaggio da parte di agenti nazisti rimasti sull’isola, anche dopo che il fronte s’era spostato sul continente) per convalidare un quadro, per il resto, del tutto inverosimile (non c’erano camere a gas in un determinato Lager? Allora non ce n’erano da nessuna parte). Buttafuoco non fa eccezione. Basta
occultare tutto il resto, e la «contro-epica» potrà basarsi sul presupposto che le truppe “alleate” (così definite sempre tra virgolette, con ironia che si vorrebbe sferzante) siano composte da perfidi albionici sadici e ignoranti (o, con lessico da Difesa della razza, da «selvaggi senza battesimo», «reclute radunate tra le truppe coloniali»), mentre nazisti e repubblichini siano tutti d’animo puro e angelico, vittime predestinate di forze preponderanti e dunque eroi e martiri degni delle Termopili, di Roncisvalle: da commemorare a ciglio asciutto e schiena diritta. Del resto, stando alla versione dei fatti di questa «storia vera», la Seconda Guerra Mondiale è l’èsito della «politica di riequilibrio del mondo voluta da Berlino». È una «guerra del Sangue contro l’Oro».
Un esempio dell’intollerabile cattiva fede di questo libro è costituito dall’ekphrasis della fotografia messa in copertina. È uno scatto celebre, quello di Lee Miller del ’45: che ritrae la figlia del Borgomastro di Lipsia, una crocerossina della stessa angelicata bellezza dell’implacabile Eughenia («la pelle delle mani è bianchissima. Il volto, bianchissimo. La corona dei denti […], bianchissima. Anche le labbra sono bianchissime»), stesa su un divano con la testa reclinata all’indietro (si tratta ovviamente, per il narratore perennemente infoiato, di «rapina estatica»). Il libro, che descrive la foto per una buona pagina, tace un dettaglio. E cioè perché la figlia del Borgomastro si fosse tolta la vita. Sta di fatto che la buona Annelise era appena tornata da una visita – a ciò obbligata, insieme ai famigliari, da un inflessibile ufficiale dell’esercito “invasore” (come lo definisce Buttafuoco) – a uno di quei luoghi ameni nei quali il Reich s’industriava alla quanto mai gravosa «politica di riequilibrio del mondo». Insomma a un campo di sterminio: nei cui pressi l’angelica famigliola aveva continuato imperturbata a vivere, per anni, la propria arcadica esistenza senza pensieri. Ma addurre quest’insignificante particolare avrebbe rischiato, magari, di guastare la bocca ai degustatori del mito del buon nazista. Oppure sarebbe risultato, c’è da credere, «colpevolmente fazioso, affetto da inveterati tabù ideologici».

Andrea Cortellessa, Il Caffè Illustrato, n°28, gennaio-febbraio 2006. Il dibattito qui.

23 aprile 2006
Importante è l’attesa

Importante è l’attesa, non l’agio
con cui aspettiamo. L’uomo paleolitico aspettava
in caverne di comprendere la propria esistenza,
e cacciava; i moderni aspettano in abbellite
dimore cercando di dimenticare morte e vita. Noi
aspettiamo di comprendere che questa è la
dorata eternità.

Jack Kerouac, da La scrittura dell’eternità dorata

22 aprile 2006

La suite

Sarà dura, pensavano i parigini. Aria di primavera. Una notte di guerra, l’allarme. Ma la notte svanisce, la guerra è lontana. Quelli che non dormivano, i malati nei loro letti, le madri con un figlio al fronte, le donne innamorate con gli occhi sciupati dal pianto, sentivano il primo soffio della sirena, ancora solo un ansito profondo simile al sospiro che esce da un petto oppresso. In pochi istanti il cielo tutto si sarebbe riempito di clamori. Che venivano da lontano, dall’estrema linea dell’orizzonte — senza fretta si sarebbe detto. Quelli che dormivano sognavano il mare che spinge davanti a sé i ciottoli e le onde, la tempesta di marzo che scuote la foresta, una mandria di buoi che galoppano pesanti facendo tremare il suolo con gli zoccoli; ma il sogno finiva e socchiudendo appena gli occhi gli uomini mormoravano:
«È l’allarme?».
Le donne, più ansiose, più pronte, erano già in piedi. Alcune, dopo aver chiuso imposte e finestre, tornavano a letto. Il giorno precedente, lunedì 3 giugno, per la prima volta dall’inizio della guerra, Parigi era stata bombardata; ma la popolazione non si era fatta prendere dal panico, benché le notizie fossero tutt’altro che buone. Nessuno riusciva a crederci. Così come nessuno avrebbe creduto all’annuncio di una vittoria. «Chi ci capisce qualcosa è bravo» diceva la gente. Le madri vestivano i bambini facendo luce con una pila. Poi alzavano di peso i piccoli corpi inerti e tiepidi: «Vieni, non aver paura, non piangere». È l’allarme. Si spegnevano tutte le luci, ma sotto quel cielo di giugno dorato e trasparente ogni casa, ogni strada era visibile. Mentre la Senna pareva concentrare in sé ogni sparso chiarore per poi rifletterlo, centuplicato, come uno specchio sfaccettato: le finestre non oscurate a sufficienza, i tetti che luccicavano nell’ombra leggera, le guarnizioni di ferro delle porte su cui ogni sporgenza brillava debolmente , qualche semaforo rosso che, chissà perché, durava più a lungo degli altri, — la Senna li attirava, li catturava e li faceva danzare nei suoi flutti. Dall’alto, doveva sembrare un fiume di latte. Guida gli aerei nemici, pensavano alcuni. Altri affermavano che era impossibile. In realtà nessuno sapeva niente. «Me ne resto a letto,» mormoravano voci assonnate «non ho paura». «Basta una volta e siamo fritti» rispondevano voci più sagge.

Irène Némirovsky, Suite francese

21 aprile 2006

Zar non è morto, una grande riscoperta di Giulio Mozzi

Lo «Zar non è morto» è uno dei libri più misteriosi del Novecento. Pubblicato nel 1929, gratificato a suo tempo da un istantaneo e formidabile successo, è oggi completamente sparito dalla memoria, letteraria e non. Eppure si tratta di un libro sorprendente: un romanzo di «fantapolitica del presente» scritto in collaborazione da dieci tra i più celebri scrittori dell’epoca, basato sull’idea che nel 1931, in Cina, appaia all’improvviso un uomo che assomiglia in tutto e per tutto allo Zar Nicola II.
È un sosia manovrato da oscuri poteri? È un usurpatore che cerca chissà quale profitto personale? È un mitomane aiutato da una prodigiosa rassomiglianza? Oppure è il vero e autentico Zar, misteriosamente scampato – come alcune voci sussurrano – all’eccidio di Ekaterinburg?
Sia come sia, l’esistenza in vita di quest’uomo rappresenta un enorme pericolo per l’ancora giovane regime sovietico, nonché una enorme opportunità, per le altre potenze dominanti nello scacchiere mondiale, di scompaginarne gli assetti. E allora tutte le diplomazie e tutti i servizi segreti del pianeta si mettono in caccia, generando quattrocento pagine di inseguimenti, colpi di scena, sparatorie, rapimenti, fughe perigliose, torbidi amori, e quant’altro basta a comporre, appunto, un Grande romanzo d’Avventure. Che si snoda tra Pechino, Istambul, Losanna, Parigi, Enghien, Roma, e perfino nelle più segrete stanze del Vaticano.
Scritto più di settant’anni fa, «Lo Zar non è morto» è un romanzo assolutamente attuale: precorre le più moderne esperienze di scrittura collettiva, dimostra un gusto sfrenato per la narrazione veloce e avventurosa, e inventa sui due piedi il genere letterario più di moda nel 2005.
“Soltanto alcuni scopi di patriottismo artistico (non raggiungibile in altro modo) hanno avvicinato e solidarizzato questi dieci scrittori italiani che appartengono alle più tipiche e opposte tendenze della letteratura contemporanea (futurismo, intimismo, ecc.). Questi sono e rimarranno inconfondibili, dato che miliardi di chilometri dividono per esempio la sensibilità futurista di Marinetti dalla sensibilità nostalgica di F.M. Martini. Per offrire al pubblico lo spettacolo divertente di quei miliardi di chilometri, eccezionalmente, i Dieci hanno scritto i capitoli del romanzo: «Lo Zar non è morto». Questa eterogenea collaborazione, una volta tanto, ad un romanzo di avventure non vuol dare nessuna direttiva artistica.” (dalla Prefazione di F.T. Marinetti all’edizione originale di «Lo Zar non è morto», 1929)

«Che avrei dovuto fare, quando mi sono ritrovato vicino, in mio potere, l’uomo che per noi rappresenta un pericolo finché vive, da poi che quegli altri hanno saputo della sua esistenza? È logico: sopprimerlo.
Sopprimerlo subito.
Cancellare così di colpo quest’arma degli avversari.
Sarebbe stato così facile.
Ma il mistero, l’assurdo, l’inspiegabile mi paralizzano.
Quel mio compagno di viaggio era uno spettro vivo, un morto che aveva lasciato nella sua tomba la parola ed i ricordi, ma n’era uscito fuori con tutto il resto della persona.»

Dal sito dell’editore Sironi

21 aprile 2006

Uomini e uccelli

CORO: E voi, uomini nati a vivere in tenebre, simili alle foglie, misere genti impastate di fango, ombre vane, effimere creature senz’ali, infelici mortali simili a sogni, fate attenzione a noi immortali, eternamente viventi, celesti creature immuni da vecchiezza, meditanti eterni prnsieri: udite da noi tutte le verità sulle cose celesti. […] In principio, era il Caos e la Notte e il nero Erebo e il Tartaro ampio: terra e aria e cielo non esistevano. E nel grembo immenso dell’Erebo la Notte nero-alata partorì dapprima un uovo senza germe, onde, col mutare delle stagioni, nacque l’amabile Eros, fulgide sul dorso le ali d’oro, impetuoso come turbine di vento. Ed egli, mescolatosi col tenebroso Caos alato nell’ampio Tartaro, generò la stirpe nostra e l’addusse alla luce, la prima: né ancora gli immortali esistevano, prima che Eros mescolasse tutti gli elementi. Poi, quando furono mescolati gli uni con gli altri, nacquero il cielo e l’oceano e la terra e la stirpe immortale degli dèi beati. Noi, dunque, siamo di molto più antichi di tutti i beati.
Aristofane, Uccelli, vv. 648-702.
Relativismo cosmogonico.

A me, quanto più studio la storia del passato lontano o recente, tanto più salta all’occhio in tutti i casi che nella storia l’uomo è oggetto di una beffa.
Tacito, Annales, III, 18, 4.
… e se ne porta il tempo ogni umano accidente.

Quando dunque un passo, ascoltato più volte da un uomo sensato ed esperto di critica letteraria, non gli dispone l’animo alla grandezza e non gli suggerisce considerazioni più vaste di quanto in esso è stato detto, ma anzi, se ben lo si consideri nell’insieme, vada perdendo il primitivo effetto, non si tratta di vera sublimità, dato che questa dura solo finché la si ascolta. È invece realmente grande ciò che induce a molte riflessioni, produce un’impressione a cui è difficile, anzi impossibile, sottrarsi, e lascia un ricordo così vivo che difficilmente svanisce.
Anonimo, Del sublime, VII, 3.
Sublimi consigli per critici inconcludenti.

20 aprile 2006

La tenuta di Parise

Stavo il più del tempo fuori da Roma, in quel paese, e con Silvia ci si telefonava tutti i giorni perché, non l’ho ancora detto, io amo Silvia come un ragazzo. È possibile? Sì, è possibile. Nonostante l’amante? Sì, nonostante l’amante. Che amavo come un vecchio e non come un ragazzo. All’inizio della mia relazione Silvia si disperò, poi, piano piano, sembrò accettarla e quando me ne accennava io non sapevo cosa dire, paralizzato dal silenzio, frutto di ciò che consideravo colpevole nei confronti di Silvia. Anche qui siamo nel banale. Quando Silvia accennava a qualcosa e trovavo la voce di rispondere dicevo: "non esistono diritti di esclusiva tra le persone" una evidente bugia; su cui però costruivo un intero comportamento, saggio, sociale e cinico. Senonché sapevo benissimo che di noi due, me e Silvia, nessuno dei due era veramente cinico e non lo sarebbe mai stato. Questo il prologo del fatto. Il fatto invece fu che, una sera, squillò il telefono nella nostra casa di Roma. Silvia rispose. Con disinvoltura perfetta disse: "Scusami un momento, passo all’altro apparecchio" e se ne andò in camera a parlare per un bel po’. Tornò, le chiesi chi era.

Goffredo Parise, L’odore del sangue

20 aprile 2006

Ferrara su Wu Ming 5

Adoro Wu Ming. Sono una piccola sètta massonica, un po’ come il professor Introvigne definisce i Puffi, ma i Wu Ming non sono affatto azzurri: sono rossi e non per l’imbarazzo. Anzi, essere rossi non li imbaraza affatto. Costituiscono un club dove, al posto di fumarsi il sigaro, fumano il sigaro, ma come Che Guevara o Fidèl – e non Confalonieri, che pure sembra orientato a pagarli profumatamente per portare sugli schermi questo Free Karma Food, destinandoli a una di quelle contraddizioncelle che tanto la sinistra fa finta di non vedere, girando la faccia dall’altra parte, che sarebbe dunque a destra, se loro stanno a sinistra: vedete come è difficile decrittare davvero il mondo politico? Non preoccupatevi, ci sono io, a complicare la decrittazione. Non li ho invitati in trasmissione non tanto perché non desiderano apparire e nascondono le loro facce come partigiani clandestini nei monti della Val di Susa (uomo Tavvisato, mezzo salvato), quanto perché non ci stanno nello studio, che è piccolo, mentre Piperno ci stava benissimo e Mozzi non ci starà mai, visto che si mangia le "r" (preferisco le irriferibili "r" di Gad a qualunque rotacismo, parola che soltanto io, che però so essere chiaro a tutti, so cosa significhi). E poi non sarebbe il caso che venissero: m’imbavaglierei, ma ho finito i cambi delle lenzuola matrimoniali a casa, dove Selma li ripone come qualunque moglie, secondo i sacri valori della famiglia, proprio dietro la centralina di Echelon che abbiamo installato in casa, insieme al dvd e all’apparecchio per la rilevazione dell’Auditel: tanto è tutto la stessa cosa.
E adesso, siccome sono brillantemente mefistofelico, la rivelazione choc: esiste un Wu Ming 0 e quello sono io. E’ dal ’96 che collaboro con questi ragazzotti un po’ provinciali e un po’ infoibati, e percepisco pure parte dei loro diritti d’autore avendoli infiltrati. Non me ne vergogno affatto (la parola "affatto" non esiste nel mio vocabolario), allusivo e scherano come sono, anche se prima che scopriate di chi realmente sono lo scherano a Rita Armeni sarà cresciuto un nuovo movimento femminista.
Veniamo dunque al libro in questione, che loro, essendo veltroniani (se non l’aveste capito, è un altro colpo basso, esercizio di tai-chi dialettico in cui sono un maestro. Ho detto dialettico.), soprannominano FKF come si fa coi presidenti americani morti. Il libro parla anche di presidenti americani e di morti, ma delinea un apocalisse che mi ha reso riluttante a terminare il romanzo: la trama è che non si può più mangiare la fiorentina. Uno scenario da incubo, almeno per me.
Comunque sono certo che questi cinque piccoli indiani, che giocano tanto a fare gli irochesi, cioè la tribù schiacciata dall’Uomo Bianco Occidentale (cosa su cui tra poco sentiremo il ministro Buttiglione), hanno in realtà votato per la Rosa nel Pugno. Ovviamente alzato.
Buttiglione, Lei cosa ne pensa?

Giuliano Ferrara, Free Karka Furb 

20 aprile 2006

La liseuse dalle onde rosse

 

Passeggiavo nel corridoio, in pantofole e pigiama, scavalcando di tanto in tanto un cumulo di biancheria sudicia. Il mio albergo era di prima categoria perché aveva due ascensori e un montacarichi (quasi sempre guasti) ma non disponeva di un ripostiglio per lenzuola, federe e asciugamani in provvisorio disuso e le cameriere dovevano ammucchiarli qua e là negli angoli morti. A notte inoltrata in quegli angoli morti arrivavo io, e perciò le cameriere non mi amavano. Tuttavia, dopo aver dato qualche mancia, avevo ottenuto il tacito permesso di deambulare dove volevo. Era la mezzanotte passata. Trillò piano un telefono. Che fosse nella mia stanza? Mi avviai con passi felpati ma sentii che qualcuno rispondeva; era al numero 22, la stanza vicina alla mia. Stavo per ritirarmi quando la voce che rispondeva, una voce di donna, disse: “Non venire ancora, Attilio: c’è un uomo in pigiama nel corridoio. Passeggia in su e in giù. E potrebbe vederti”. Sentii dall’altra parte un confuso gracidio. “Mah?” rispose lei “non so chi sia. Non venire, ti prego. Semmai ti avviso io”. Riattaccò con un tonfo, udii passi nella camera. Mi allontanai d’urgenza scivolando come sui pattini. In fondo al corridoio c’era un sofà, un secondo cumulo di biancheria e un muro. Sentii la porta della camera 22 aprirsi; da uno spiraglio la donna mi osservava. Là in fondo non potevo restare; tornai indietro lentamente. Avevo circa dieci secondi di tempo prima di passare davanti al 22. Fulmineamente esaminai le varie ipotesi possibili. 1) Tornare nella mia stanza e chiudermici dentro; 2) idem con variante, informando cioè la signora che avevo sentito tutto e che intendevo farle cosa grata ritirandomi; 3) chiederle se proprio ci teneva a ricevere Attilio o se io ero un pretesto da lei scelto per esimersi da un non grato bullfight notturno; 4) ignorare il colloquio telefonico e continuare nella mia passeggiata; 5) chiedere alla signora se intendeva eventualmente sostituirmi all’uomo del telefono ai fini di cui al numero tre; 6) esigere spiegazioni sul termine “disgraziato” col quale aveva creduto di designarmi; 7) …la settima stentava a formarsi nel mio cervello. Ma ormai ero davanti allo spiraglio. Due occhi neri, una liseuse rossa su una camicia di seta, una capigliatura corta ma piuttosto ricciutella. Fu un attimo, lo spiraglio si richiuse di colpo. Il cuore mi batteva forte. Entrai nella mia camera e sentii il telefono trillare ancora al numero 22. La donna parlava piano, non sentivo le parole. Tornai nel corridoio con passo da lupo e allora qualcosa riuscii a distinguere: È impossibile, Attilio, ti dico ch’è impossibile…”. Poi il clac del ricevitore riattaccato e il passo di lei verso la porta. Con un salto mi precipitai verso il cumulo d’immondizie numero due, rimuginando in cuor mio le ipotesi 2, 3, 5. Lo spiraglio si aperse ancora. Fermo là era impossibile restare. Mi dissi: sono un disgraziato, ma lei come ha fatto a saperlo? E se passeggiando la salvassi dal suo, forse amante, Attilio? Oppure salvassi Attilio da lei? Non sono fatto per essere l’arbitro di nulla, tanto meno della vita degli altri. Tornai indietro trascinando una federa con una pantofola. Lo spiraglio era più largo, la testa ricciuta sporgeva di più. Ero a un metro da quella testa. Mi irrigidii sull’attenti dopo essermi liberato con un calcio dalla pantofola. Poi dissi con voce troppo forte che rintronò nel corridoio: “Ho finito di passeggiare, signora. Ma come sa che sono un disgraziato?”. “Lo siamo tutti” disse lei, e richiuse la porta di scatto.

 

Eugenio Montale, da Farfalla di Dinard

 

 

19 aprile 2006

Finestra sul mare

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Winslow Homer, Glass Window

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Tano Festa, Finestra sul mare