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Hovvisto

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come si può essere tristi quando si è perso tutto, quando non si ha nulla da rimpiangere, nulla da difendere? la mia non è tristezza, è speranza, brividi di speranza, lacrime di speranza, cinismo, frasi taglienti, dolcezza, calore dei sensi, tutto è speranza. le vostre certezze, i vostri corpi luridi o ben lavati, i vostri orari per il pasto e per il sonno, i vostri sorrisi, i vostri hobby, la vostra attenta considerazione delle cose, la vostra identità, le vostre mostre e le vostre conferenze, le vostre astute confidenze, le vostre letture rigeneranti, la vostra abbronzatura, i vostri figli e i vostri cani, le vostre mani, la vostra tristezza, voi e tutto ciò che rigurgitate intorno a voi, andate a farvi fottere.

 

Quarta di copertina

 

Giovane Holden o appunti di Smemoranda, manifesto generazionale o egotistico rigurgito liberatorio, esperimento di letteratura della vita o incompleta prova d’esordio: comunque lo si voglia considerare, hovvisto è un libro atipico pur nella sua tipicità diaristica, pur nel suo narrare dal di dentro, dalle viscere, proprio della scrittura adolescenziale, il momento di passaggio della giovinezza nell’età adulta.

Perché hovvisto è il risultato di un’urgenza superiore alla letteratura. L’urgenza di comunicare una scoperta, l’urgenza di pronunciare parole, l’urgenza che si fa, fuori della letteratura, unica letteratura possibile.

Ne emerge il ritratto di una generazione senza riferimenti e senza cultura, di una società trasformata in un mefistofelico ipermercato, di una voragine che inghiotte speranze e ambizioni, e da cui restano immuni unicamente le parole e la consolazione. Un ritratto di cui questo libro è soltanto, o soprattutto, il disegno preparatorio.

 

Scambio epistolare Luccone-Trani prima della pubblicazione

 

Caro Riccardo,
scrivo questa lettera dopo una lunga e tormentata riflessione. La scriverò di getto. Avrai tutto ciò che penso.
No, hovvisto non mi è piaciuto. Questa è la prima e unica cosa che devo dire. No, forse è quella che voglio dire per prima perché è ciò che ho maturato leggendo il testo. Leggendolo due volte.
È lo scritto di esordio tipico, è lo scritto di liberazione, è il romanzo senza trama quindi sull’esistenza. È lo scritto che rientra in un filone dei pensanti che hanno qualcosa in più. È il tuo ora, lo è stato il mio, quello di altri. Lo definisci un testamento, ma non lo è. Tu, amico mio, scrivi diversamente. Parli di altro, ti interessa altro, è solo che non vuoi – hai ancora voluto – affrontare la scrittura di un romanzo. Non è un problema di forma. È un problema di liberazione, di necessità di ciò che hai scritto.
Sai cosa è questo tuo lavoro? È lo studio di un personaggio. Sono gli appunti per partire. La penna sarebbe velocissima. Sarebbe un bel personaggio, sei tu. Un anticonformista incompleto, un comunista lussurioso, personaggio in storie immaginarie con personaggi immaginari, uno che preferisce portarsi dietro la protezione, anzi farne una parte di sé. La necessità di nulla, l’essere un buon attore, il rivolgersi alle donne che sono state le donne della propria esistenza (a volte “tu”, altre “voi”, voi altri), la mania di dover apparire diverso.
Nel tuo scritto c’è un vero dilemma o c’è furbizia? Parlo con il tuo personaggio.
Dicevo, sono gli appunti per un romanzo. Le belle pedanterie d’élite, le lezioni, le precisazioni lobotomiche.
Sfoglio le pagine e osservo i segni che ho messo. Mi cade lo sguardo su un “ok”:
“c’è chi imposta la propria esistenza come un lungo cammino verso un obiettivo finale, credere nell’aldilà in fondo non è altro che porsi un traguardo. chi come me si arresta ad ogni crocevia, imbocca sentieri secondari, chiede ospitalità durante il percorso, indugia incantato sul ciglio della strada, torna sui propri passi a ritrovare i paesaggi di ieri, costui non trova alcuna consolazione nella fede. la morte è una sosta come tante altre, non importa se momentanea o definitiva”.
L’hai scacciata la malinconia?
Cos’è che ti spaventa della sicurezza?
“ti ho abbandonato perché sei un mio desiderio ma non sei come me, perché mi completi ma mi rassicuri. (…) ti ho abbandonato perché non puoi fare a meno di essere conforme, io ho la necessità di dissociarmi”.
Ti rivolgi a una donna ma sembra che parli del romanzo.
Preferisco quando parli di Capogrossi, quando affronti i temi apparentemente più scontati.
Tu sei un narratore di sottigliezze, di risvolti, di increspature: uno scrutatore guardingo nel silenzio, aneli un porto nell’oscurità più vicina per metterti comodo e capire, prendere le distanze, riunire le forze. Come Robert Fripp, leader dei King Crimson: tutti i concerti seduto, nell’angolo del palco tanto buio. E allora mi aspetto tessuti palpitanti, stordimento di particolari, insaziabili silenzi. Che giovamento darebbe uno scritto così al panorama letterario italiano!
Nel tuo testo invece non scalfisci alcuna superficie, ci sono degli spunti belli, sì senz’altro, ma una monotonia monocorde: dici cosa ascolti, lo colleghi a sensazioni di film. Mi piacciono cose del tipo: “a volte vorrei mettere una coperta tra me e il mondo, una coperta su un filo come in accadde una notte, io da questa parte a fare tutto il casino che voglio, gli altri di là che non possono lamentarsi, perché ho messo la coperta, ho dimostrato sensibilità”. Non mi piacciono frasi e interventi come: “ho amato il cinema, sì, amo la musica, le arti figurative, ma la mia anima è letteraria, il mio corpo è letterario…”.
Non so se è una buona idea esordire così.
Questo è un libro, anche così com’è, che se fosse pubblicato da uno scrittore affermato, non so, Houellebecq per esempio, avrebbe un successo strepitoso. Ma sarebbe un successo di riflesso.
Te lo chiedi da solo a un certo punto: “quanta retorica, vero?”. Ho il timore che il tuo sia il libro di chi abbia scritto pagine senza un’idea precisa, e abbia continuato – anche compiaciuto per la sua scrittura – ad andare avanti. E così le pagine crescono, si cerca di parlare di tutti i concetti chiave che si hanno in mente (“mi ritrovo a pensare che tutto ciò che sto scrivendo è soltanto solitudine e disperazione”), ma non convince l’impianto.
Non c’è l’impianto, l’architettura anche invisibile.
Ci sono i frame. E da quelli ti dico di ripartire, dai frame, dalle schegge, dalle penombre, dalle grida profonde.
Non scegliere di essere nulla, di parlare di nulla. Non essere “penna che trascorre le giornate scrivendo queste frenetiche considerazioni”. Non funziona. Fanne un personaggio, uno che vive legge e assembla. Se davvero la paura di mostrarti si è dissolta, puoi farlo davvero. Vai e riprenditi lo spazio tra le parole, divora il bianco. Costruisci questo bel personaggio attorno a una storia.
Potresti dire che esistono tanti romanzi senza storia né trama. Potresti dire che credi molto in quello che hai scritto. Ascolterò ogni cosa che mi dirai. E ti dico di più: se deciderai comunque di pubblicarlo io scriverò qualcosa. E non credere che la mia stima diminuirebbe. Ma se davvero queste parole ti spingono a riflettere per un romanzo e a capire cosa vuoi fare, allora sentiti libero di ragionare a voce alta.
Penso a Trani con un romanzo o un saggio pubblicato da un editore di medie o grandi dimensioni.
Un libro di cui si parlerebbe in giro.
Ti abbraccio.
Leonardo

Caro Leonardo,
ho dunque ricevuto la tua lettera. L’ho ricevuta dunque, grazie.
Grazie per aver scritto una lettera, gesto antico perciò affettivo. Grazie per la sincerità, che ti avevo chiesto, che mi aspettavo, ma che fa sempre piacere trovare.
Quando ho letto, ho pensato che non fossi tu a provocarmi, stimolarmi, incitarmi, come vuoi. Ho pensato che forse sono stato io – e forse ingiustamente – a provocare te, a sottoporti un testo di cui conoscevo tutti i limiti, senza avvertirtene, chiedendoti anche di fartene carico, di scriverne. Me ne dispiace, ha vinto – come a volte mi capita – il mio narcisismo.
Perché, vedi, ciò che mi scrivi non mi è nuovo, lo comprendo, lo condivido. Tu parli di “appunti per partire”: d’accordo. Parli di un impianto che “non convince”: d’accordo. Soltanto su una cosa non sono d’accordo, quando dici: “È il tuo ora, lo è stato il mio, quello di altri. (…) È lo scritto di esordio tipico, è lo scritto di liberazione, è il romanzo senza trama quindi sull’esistenza”. Intendiamoci: non che non sia cosciente che hovvisto abbia testa, cuore e gambe come testa, cuore e gambe di tanti scritti d’esordio tipici, come li definisci tu. Ma hovvisto è mio, volontariamente mio e consapevolmente mio. Consapevolmente “appunti per un romanzo”, consapevolmente vomito liberatorio, consapevolmente inadeguato, banale, impubblicabile. Quando l’ho scritto, non volevo scrivere un romanzo, volevo scrivere quello che ho scritto, perché ne sentivo la necessità. La letteratura è fatta della mia carne – l’ho scritto – e in quei mesi del 2002 la mia letteratura non poteva che essere hovvisto.
Scrivi: “Non so se è una buona idea esordire così”. Ma, Leonardo, ci sono tanti successivi esordi, se l’esordio fosse soltanto uno, da non fallire, da confezionare perfetto, varrebbe più qualcosa esordire? Il percorso di uno scrittore non è – così la penso io – l’accumulo progressivo di storie e personaggi e pubblicazioni e recensioni, tutto inutile spesso, tutta carta sprecata, tutte parole al vento. C’è in fondo un solo romanzo che vale la pena di scrivere, e questo romanzo è fatto dei tanti modi in cui la stessa storia e gli stessi personaggi vengono narrati a distanza di anni. Il fatto che hovvisto sia un piano di lavoro non gli nega, secondo me, valore (non parlo di valore letterario, credo che sia chiaro): è un piano di lavoro, il primo abbozzo, il disegno preparatorio, e come tale non poteva e non può essere diverso da quello che è. Il prossimo – quei frame da cui mi inviti a ripartire, il personaggio che vive, legge e assembla, il “romanzo d’esordio” come lo intendi tu – arriverà, già si agita dentro di me, forse ha già un titolo, forse ha già un incipit, forse ha già scene, battute. Ma questo sarà un altro esordio, un’altra fase (“tornerò a vomitare”) e come tale non nega valore, ma ne prende da hovvisto.
Vedi, la mia disponibilità a pubblicare hovvisto non è la presunzione di chi crede di aver scritto qualcosa di compiuto, qualcosa di letterariamente forte, quel “romanzo” di cui parli. È soltanto la disponibilità a lasciare che le mie carte mi abbandonino, se deve accadere che accada, hovvisto non mi appartiene più, se può appartenere a qualcun altro, che sia.
Tutto questo, mi rendo conto, non era scontato, ma la tua lettera mi ha dato la coscienza di averlo dato per scontato. Se dunque alla fine hovvisto sarà pubblicato, non ti chiederò comunque di scrivere qualcosa, perché qualcosa tu lo hai già scritto. E allora sarà hovvisto nudo e indifeso com’è nato, oppure hovvisto più la tua lettera impietosa ed esaltante: hai mai visto un esordio stroncato dal suo prefatore? Superbo.
Un caro abbraccio.
Riccardo 

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  1. VictoriaLewis Says:

    avete fatto bene a pubblicare. molto interessante. ho letto hovvisto e non mi è piaciuto, però mi ha fatto scrivere a riccardo un’email sudata e di getto dopo la quale penso di potere parlare, nei suoi confronti, di amicizia. quindi ringrazio hovvisto. ma la lucidità di leonardo nel criticarlo è ammirevole. bravo leonardo, grazie per l’esempio di stroncatura, il sublime della critica. io non so se ci sarei riuscita.

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