Archive for luglio 2006

31 luglio 2006

Il sabato del villaggio

in un dialogo di qualche tempo fa su questo blog ero stato invitato a riconsiderare la mia posizione critica nei confronti del foglio, leggendo l’edizione arricchita del sabato. l’ho fatto. sabato ho acquistato il foglio, sono tornato a casa e, sottraendo del tempo alla riverniciatura di una libreria, l’ho letto. tutto. con attenzione. e dopo averlo letto, tutto, con attenzione, devo confessare a malincuore che la mia opinione non è cambiata. vanno riconosciute nel caso specifico due attenuanti. la prima è che siamo in piena estate, ed è possibile che anche l’integerrimo foglio di patron giuliano con l’estate attenui l’impegno e la solidità dei contenuti, come più o meno fanno tutti i giornali. la seconda attenuante è data dal fatto che il numero di sabato conteneva, a pagina 1 dell’inserto settimanale, un articolo di baget bozzo, cosa che, pur ammettendo che possa accadere (purtroppo), comunque screditerebbe qualsiasi testata. voglio pensare che si sia trattato di una casualità, anche se è difficle rimanere seri di fronte ad affermazioni come "il volto di ogni religione si misura dalle regole che impone in materia sessuale al comportamento dei suoi aderenti". se le informazioni di cui sono a conoscenza sono esatte, l’articolo di baget bozzo avrebbe avuto enormi ripercussioni anche sul mondo ultraterreno: molti testimoni sostengono infatti di aver sentito, nel pomeriggio di ieri, convulse risate provenire dalla tomba di voltaire. ma anche volendo far finta di niente di fronte alla mistica dell’eros di don gianni, le cose non cambiano granché. all’indimenticabile articolo di apertura seguono infatti: un pezzo in cui si dà conto del lavoro di una squadra di polizia, specializzata nei delitti di cui sono vittime i gay romani in cerca di marchette alla stazione termini (con un tono che a tratti sembra irrispettoso – ma forse è solo un’impressione – come quando l’autore scrive: "succede che il marchettaro preso dalla foga trasformi la prestazione sessuale in un gioco pesante, leghi il malcapitato e lo faccia fuori per portargli via quelle poche cose accumulate in una vita integerrima al ministero o alle poste"); un originalissimo articolo sui premi letterari, in cui si finge (arguta trovata!) di riportare gli appunti di un critico sommerso di libri da giudicare e di telefonate degli uffici stampa (viene da chiedersi perché questo critico, vero o immaginario che sia, abbia accettato, come dichiara, di fare il giurato in cinque premi letterari, invece di trovarsi un tranquillo impiego al ministero o alle poste); un irrinunciabile ritratto di bettega, l’agnello della triade bianconera; un ampio reportage in cui si denuncia, con un certo tono irridente, come la rivoluzione anarchica che infiammò barcellona nel 1936 sia diventata un’occasione per fare soldi, attraverso un tour, organizzato dall’amministrazione della città, alla riscoperta dei luoghi della rivoluzione (ma anche a via della conciliazione si vendono i santini del papa e della madonna, e non sembra che nessuno, neanche il vaticano, abbia mai ironizzato o gridato allo scandalo per questo); poi un’onesta inchiesta sulla città di piacenza e il suo rapporto con la politica e un articolo in cui un giornalista siciliano trapiantato a roma (e che per questo, forse, conserva un’immagine idealizzata della propria terra) tesse le lodi della gestione del palermo calcio da parte del presidente zamparini, consegnando il ritratto di una rinascita dovuta a onesto lavoro e intelligenza imprenditoriale (ma, se è vero che il dubbio è l’anticamera della verità, sarebbe lecito almeno domandarsi perché il piccolo palermo senza truffare abbia ottenuto più della piccola lazio, che per aver truffato è stata punita). infine qualche recensione di libri, come se ne leggono tante, qualche triste recensione di film, qualche vignetta incomprensibile o, se comprensibile, intrisa di luoghi comuni. la sensazione, in fin dei conti, è quella di un supplemento culturale che si diletta nel fare il bastian contrario, nel bacchettare chierici e laici chiedendo a entrambi di sorridere e sbattere il bicchiere con chi li bacchetta, che trasuda lussuria e provincialismo, che distrugge idee ma non sa proporle, che partecipa ai banchetti mangiando voracemente e poi sputando nel piatto (allora meglio astenersi): un supplemento che è la coerente appendice dell’integerrimo foglio che lo ospita. altro che macrosistemi! per la cronaca: avendo letto tutto il foglio con attenzione, alla fine ho deciso di usare la carta, più spessa di quella degli altri giornali (nota di merito), per coprire il pavimento durante la riverniciatura della libreria.

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31 luglio 2006

Eva cerca Eva

Voleva scrivere un libro che parlasse di quello che non si racconta mai, dato che la letteratura, fino al secolo scorso, è stata dominata da un punto di vista prettamente maschile: così, ad esempio, si è parlato molto di morte, mentre sono poche le pagine dedicate alla nascita. Perciò Lucía Etxebarría, ex-enfant terribile della letteratura spagnola, irriverente e provocatoria scrittrice di origini basche, ha deciso di mettere al centro del suo ultimo romanzo il rapporto tra una madre e una figlia appena nata, la storia di una donna che scopre la vita, e la propria identità, attraverso quella di un’altra. Una donna in bilico, pubblicato in questi giorni da Guanda, parla di nascita, di vita e di morte. E lo fa attraverso la voce di una donna dal passato burrascoso, Eva Agulló, che rinasce solo quando lei stessa dà la vita alla figlia e dopo la morte della madre e del vecchio professore di liceo. Il romanzo ha una struttura circolare: la vita e la morte aprono e chiudono la narrazione, che si muove tra passato, presente e futuro ricostruendo l’esistenza della protagonista. Eva racconta la sua vita in prima persona, sotto forma di diario, alla figlioletta Amanda, senza omettere nulla (sesso, alcool, violenze e umiliazioni), perché la piccola sappia chi è davvero sua madre e non debba scoprire, quando lei non ci sarà più, di non averla mai conosciuta, proprio come è accaduto alla stessa Eva.  Scrittrice frustrata, divenuta celebre per un’opera commerciale e di scarso valore, ex-alcoolista, fragile e abulica, la protagonista ripercorre nella lettera alla figlia la sua vita trascorsa ad Alicante, New York e Madrid, tra lavori saltuari e amori tormentati. Racconta del suo essersi sempre sentita inadeguata rispetto alle aspettative di chi le stava intorno e del suo sentirsi doppia: «Una, il mio io essenziale, la persona che sono davvero sotto tutti questi strati a cipolla di travestimenti e convenzioni sociali. E l’altra, la persona che non sono ma che ho sempre pensato di essere, basandomi su quello che dicevano gli altri di me: un assoluto, autentico, incredibile disastro».  Eva (“il disastro, l’isterica, l’immatura, la cicciona”) passa da un errore all’altro, da un fallimento all’altro, fino a quando nasce sua figlia e, quasi contemporaneamente, sua madre entra in agonia. Allora comincia a riflettere, scrivendola, sulla sua storia e su quella della sua famiglia. E pagina dopo pagina ricostruisce e trova la propria identità, quella che sempre era rimasta schiacciata sotto il peso delle aspettative e del giudizio degli altri. «Molte di noi sono costrette a guardare fuori prima di trovare il coraggio di guardare dentro se stesse e aspettare che gli altri le stimino per potersi stimare da sole», scrive nelle prime pagine della lettera ad Amanda. Ma verso la fine del libro conclude che «solo quando una donna decide di smettere di essere figlia, sorella, moglie di qualcuno, solo quando trova il coraggio di pronunciare il proprio nome da solo, senza doverlo sempre definire con l’aggiunta di una preposizione, solo allora comincia a essere una persona di per se stessa». Con questo romanzo (vincitore nel 2004 in Spagna del premio Planeta) Lucía Etxebarría, classe 1966, segna una svolta nella propria produzione, senza tuttavia perdere lo stile, l’ironia e le caratteristiche che le sono ormai congeniali: dal linguaggio (che alterna accenti letterari e quotidiani) ai temi affrontati (l’amore, il sesso, i maltrattamenti, l’identità femminile). Madre da poco lei stessa, la scrittrice basca è particolarmente attratta dal tema della maternità e della relazione madre-figli, e ci rivela come certe persone abbiano bisogno di tutta una vita per imparare a vivere, proprio come Eva, che alla fine arriva a concludere che la vita stessa, come dice il titolo originale del libro, è un miracolo, “un miracolo in equilibrio”.

Recensione del libro Una donna in bilico di Lucía Etxebarría, Guanda

di Giovanna Mancini, Il Sole 24 Ore, 31 marzo 2006

31 luglio 2006

31 luglio

Dieci libri bellissimi. Un autore e dieci libri bellissimi. Non vedo l’ora di pubblicarlo. Il primo a marzo.

30 luglio 2006

Occhi, bocca, mano

Bocca che passò la notte nella mia bocca,
occhio che sorvegliò il mio occhio,
mano

e quelli che mi trascinarono, gli occhi!
Bocca che pronunciò il verdetto,
mano, che mi giustiziò!

Ingeborg Bachmann, XII, Canti lungo la fuga

30 luglio 2006

Fazi, sempre di Fazi si parla

Il riassetto editoriale, le chiacchiere e il flop de «In nome dell’amore» non fermano l’editore romano, che in novembre pubblica un suo saggio sulla Borsa del petrolio e un memoir di Sechi sulla Fallaci, mentre cerca nuovi autori verso Est

Nell’ambiente editoriale nonè facile perdonare un milione e mezzo di copie vendute in Italia di un libretto come i Cento colpi di spazzola di Melissa P. Sicché, appena è stato possibile, non si è persa l’occasione di pizzicare Fazi, il suo editore romano. Su un «infortunio », «due fughe» e «una fuga a due». Cioè? Irrilevante l’infortunio, il mezzo flop del terzo titolo di Melissa In nome dell’amore rivolto al cardinal Ruini, dove si oscilla tra le 10 mila copie, secondo alcuni gossip, e le 35 mila dichiarate dal nuovo direttore editoriale Vincenzo Ostuni. Intorno alla poltrona del quale (sino a ieri responsabile della saggistica), il chiacchiericcio sembra invece meno vacuo. Perché la poltrona è stata di Simone Caltabellota sin dalla nascita di questa sigla, abilmente covata, con il patron Elido Fazi, dagli intellettuali di Nuovi Argomenti e poi subito entrata nel giro di quelle che contano (11 anni di vita, 900 titoli in catalogo, 100 titoli nuovi l’anno, un fatturato nel 2005 di 11 milioni di euro, crescita del 39 per cento dal 2004, quando viene creata la label editoriale e discografica Lain e acquisita Arcana, l’editrice fondata nei Settanta dalla Pivano con specializzazione in editoria musicale). Caltabellota se ne è andato, ha fondato una propria casa discografica, dichiarando di aver sentito sempre più forte il «richiamo della musica» mentre Loretta Santini, curatrice dei classici, ha «lasciato » e basta. Protagonisti della «fuga a due» invece la bella Melissa e il suo boy-friend Thomas, figlio dell’editore, partiti perun giro del mondo,ma (garantiscono
in sede) non in rotta di collisione con il padre-suocero per questioni di royalties. Novità golose, nuovo ciclo «Siamo in fase di riassetto – spiega Fazi – era necessario, indipendentemente dalle azioni di disturbo di personaggi esterni che non hanno gradito alcune nostre scelte organizzative. Stiamo riordinando soprattutto il settore della narrativa straniera, vogliamo aprire ampiamente all’Est e all’Oriente, individuare sempre di più autori che possano diventare i classici del futuro L’editrice che ha riscoperto Fante, rilanciato Cancogni, pubblicato la Fox e Neil Jordan, Coibin e Jonathan Carroll, che segue da sempre Vidal e ha creato l’anno scorso il successo di Onfray, senza essere meno attenta agli scrittori italiani, in ottima evidenza nel catalogo da Rocco Fortunato a Tuena alla Petri, alla Santacroce, continua anche a dimostrarsi molto sensibile ai «casi», che saranno, in questo scorcio del 2006, molto più impegnativi di quelli di Melissa e dell’ancora controverso JT LeRoy. Per novembre si annunciano infatti due titoli bollenti. L’editore in persona, cultore di Keats nonché economista, uscirà con Euro-oil, un saggio firmato insieme con Paolo Conti che illustrerà (e forse non è solo fantapolitica) il progetto iraniano, già tema di dibattito in rete, di costituire una Borsa del petrolio in euro, con conseguenze mondiali impensabili. Con il suo memoir Gli occhi di Oriana Sandro Sechi racconterà
invece una Fallaci vista per sei mesi nella sua vita quotidiana, ritratto «senza preconcetti» della scrittrice e giornalista italiana più famosa nel mondo.

TTl

30 luglio 2006

È una truffa però sembra una staffa


Se si trovasse il tempo per mettere a confronto testi stranieri e relativa traduzione in italiano ci si potrebbe divertire a scovare le molte traduzioni erronee. Se ne leggono sui giornali, se ne sentono in tv, se ne incontrano nelle traduzioni italiane di romanzi stranieri. Capita di sentire, per esempio, «un caso di studio», modellato erroneamente sull’inglese a case study, che è invece «uno studio di caso». E spesso abbiamo incontrato in qualche pagina di narrativa il personaggio che va «nella città bassa», quando in realtà si reca nel «centro città» (ingl. down town). I cosiddetti «falsi amici» creano continuamente di questi equivoci. Nelle università italiane si sta abbandonando la dizione «lettore», gli si preferisce «collaboratore linguistico », in quanto l’inglese lecturer è equivalente di professore universitario (alla lettera sarebbe il «lettore di Studio »). L’inglese ci sembra spesso, tra le lingue germaniche, una delle più facili da tradurre, perché vi riconosciamo molte parole familiari, di origine latina. Ma per questo motivo succede spesso che si cada in errore: si crede di scovare equivalenze di significato che in realtà non ci sono.

La possibilità di falsa equivalenza aumenta quando due lingue si assomigliano. Così capita tra italiano e spagnolo. L’equipaje è il bagaglio e non un equipaggio; stafa in spagnolo è una truffa, mentre l’italiano staffa è in spagnolo estribo; fecha è la data e non la feccia; fracaso un insuccesso e non il fracasso; lo spagnolo largo significa lungo, mentre all’italiano largo corrisponde ancho; lo spagnolo mantel è la nostra tovaglia mentre il mantello è la capa; a nudo corrisponde il nostro nodo, e l’italiano nudo in Spagna è invece desnudo; salir in italiano si dice uscire, o partire, mentre il nostro salire è in spagnolo subir. E si potrebbe continuare.

Si fanno errori anche con forestierismi già assimilati: sentiamo dire «kólossal», ma sarebbe «kolóssal», visto che la parola ci giunge dal tedesco, e così capita per «diktát», che non va pronunciato «díktat». Ho sentito chiamare per nome Sóledad una donna spagnola.

Gian Luigi Beccaria, Ttl

30 luglio 2006

Non me lo chiedete

Consegnato Crowley, non sono venute 666 pagine, pazienza!, e qualche altro lavoro, Oblique a scartamento ridotto, purtroppo, traduco Cheever per anteprima su quotidiano nazionale e un altro Cheever per strenna natalizia.

27 luglio 2006

Il primo dente di Lulette è per il padre

Cara Bestia,
ti mando il primo dente che mi è caduto. È Lulette che ti scrive. Grazie per
la scatola di dolci.
Ti voglio bene, Bestia. Presto ti rivedrò. Amore a te, A.
Lulu P.

Lettera  del 1924 di Lulette al padre Aleister Crowley

26 luglio 2006

Quando?

Quest’anno o l’anno prossimo.

26 luglio 2006

Melissa e Clarissa, la recita della castità

Lei corse avanti, non voleva averlo accanto. Quello scontro aveva intaccato la sua grazia e mentre camminava Melissa sospirava. […] Spogliarsi senza inibizione in piena vista era una sua deliziosa particolarità ma questa volta andò in bagno e sbatté la porta. Ne uscì con indosso un vestito grigio tutto gualcito che Moses non le aveva mai visto. Era sformato e assai vecchio, Moses ne ebbe la certezza quando s’accorse che era butterato dalle tarme. […] Moses aveva capito che le donne sono in grado di assumere molte forme, che nel tumulto dell’amore hanno il potere di prendere l’aspetto di ogni mostruosità o bellezza della terra o del mare – fuoco, caverne o la fragranza dell’aria quando si miete il fieno – e di lasciare che le più vivide immagini di essa si diffondano per la mente come luce sull’acqua. Né lo stupiva che questo dono della metamorfosi potesse essere usato per assecondare ogni meschino e sordido intento di apparire più forti. Moses aveva imparato che era saggio tenere a mente i travestimenti usati più di frequente dalle donne che amava, così che quando una creatura dal cuore d’oro all’improvviso, e per qualche ragione tutta sua, si tramutava in una zitella inacidita, lui era preparato e non correva il rischio di perdere la speranza che sosteneva la sua pazienza. […] Così si mise a osservare i cambiamenti avvenuti nella sua donna dalla pelle dorata, tentando di capire che ruolo stesse interpretando. Recitava la castità, una castità implacabile e inopportuna. Faceva la parte della zitella infelice. Gli gettò un’occhiata sdegnosa nel punto dove Moses aveva lasciato cadere i vestiti, distogliendo allo stesso tempo lo sguardo da lui, lì in piedi nudo. “Vorrei che imparassi a non lasciare tutte le tue cose in giro, Moses”, disse con una voce cantilenante che non riuscì a riconoscere. […] Dopo aver fatto tutto il possibile per eliminare la morbidezza dai suoi capelli, si alzò e fece alcuni passi verso la porta.
"Io vado di sotto."

John Cheever, Gli Wapshot

"Mi spiace Clarissa", disse Baxter. "Ecco, ti ho portato un pensierino."
"Oh!" Prese la scatola di caramelle. "Che splendida scatola! Che bel regalo! Che…" Per qualche secondo il suo viso e la sua voce furono ingenui e arrendevoli, ma poi li vide piegarsi di colpo alla diffidenza. "Non avresti dovuto", gli disse con improvvisa freddezza.
"Posso entrare?", domandò Baxter.
"Beh, non saprei", disse lei. "Entrare per far cosa?"
"Potremmo giocare a carte", disse Baxter.
"Non so giocare", disse lei.
"Potrei insegnartelo", disse Baxter.
"No", disse lei. "No, Baxter, devi andartene. Vedi, tu proprio non capisci che tipo di donna sono io. […]." Chiuse la porta.
Dall’espressione del suo viso quando le aveva dato la scatola di caramelle, Baxter aveva capito che Clarissa adorava ricevere regali.

John Cheever, La casta Clarissa