Archive for 12 luglio 2006

12 luglio 2006

Zavoli intervista Sughi

 

SZ: Carlo Bo scriveva Letteratura come vita proprio riferendosi a un grande travaglio creativo della cultura umanistica nell’incontro tra i due ultimi secoli. Oggi non potrebbe dirsi nulla di simile dell’incontro del’900 con il primo secolo del terzo millennio. Vorrei chiederti un giudizio su questi aspetti del problema affrontati, seppure in altri contesti, da un filosofo e da un moralista. Con una punta non saprei dirti se più di allarme o di rassegnazione, Heidegger scriveva: «Nel mondo d’oggi tutto, ormai, funziona. Ma proprio questo rischia d’essere l’elemento inquietante: che tutto funzioni, che il funzionare spinga sempre avanti verso un ulteriore funzionare, e che ciò strappi e sradichi sempre più l’uomo da se stesso. Lo sradicamento è già in atto. A forza di funzionare abbiamo ormai rapporti – tra noi, tra noi e la realtà, tra noi e la nostra stessa immaginazione – puramente tecnici». L’osservazione riporta a un’altra – analoga, sebbene scaturita da un ragionamento affatto diverso, di padre Balducci, anch’egli giudice lucido della modernità conclamata. Riferendosi all’irresistibile primato dell’intelligenza, finiva per temere un pensiero che produce solo pensiero, e questo pensiero un altro ancora, tanto che in fondo alla spirale di un pensiero che pensa solo se stesso non c’è più nessun’altra realtà da pensare, avendola già tutta, per così dire, pensata. “Con la tragica eventualità che alla fine ci rimangano una sola realtà e un pensiero soltanto”. Sta di fatto che scienza e tecnica hanno costruito una sorta di cervello planetario in cui tutti i cervelli artificiali sono tra loro connessi. Così, con tutte le sue appendici elettroniche, i suoi algoritmi, i suoi impulsi digitali, l’uomo rischia di diventare un animale tecnocefalo, un mutante alla ricerca di quell’altra natura che la virtualità è già in grado di rappresentare: una neo-realtà tra vera e fittizia che domina sempre più la nostra fantasia, produce i nostri desideri, condiziona i nostri progetti. Dove si colloca la tua sfiducia sul ruolo dell’arte in una realtà del genere? Che cosa servirebbe per farne uno “scandalo”? È forse già implicito, in questa tua straordinaria maturità, che, essa stessa, mentre viene sempre meglio classificata, si offra come prova di una crescente, generale infondatezza dell’arte?

AS: Tra tutti gli arbìtri che l’arte si può prendere non c’è quello di essere autoreferenziale. Troppa pittura, nel nostro tempo, prende il centro della scena perché afferma chiassosamente la sua esistenza. È solo stoltezza, manifestazione del vuoto culturale in cui siamo precipitati. L’arte è un’altra cosa: è la ricerca ansiosa della strada che dovrebbe portarci dove si intravede la verità. La verità resterà, forse, sempre nascosta, ma il lavoro dell’arte testimonia sul viaggio intrapreso per conoscerla.

 

tratto da www.albertosughi.com

12 luglio 2006

Barrett è morto

Syd Barrett era il fantasma nella macchina del rock. È morto in pace venerdì scorso a 60 anni, per complicazioni connesse col diabete. Ed è strano l’effetto che questa definitiva dipartita
sortisce, a coronamento di un’effettiva sparizione dal mondo che Barrett aveva consumato  più di trent’anni fa, quand’era ancora un musicista giovane, che già aveva consumato tutte le energie artistiche e l’afflato vitale. Contraddicendo uno dei luoghi comuni del rock, Syd è sopravvissuto al suo splendore.
Ma ribadendo una delle regole auree dello spettacolo, a modo suo ha scoperto l’elisir dell’eterna giovinezza, restando per sempre splendido e fiammeggiante.
Nella realtà opaca, invece, ha traversato brutalmente il ritorno nell’anonimato, nella sofferenza psicologica, nella paranoia.
Syd Barrett è il sinonimo del fenomeno coinciso col primo avvento e la rivoluzionaria provocazione acusticosensoriale chiamata Pink Floyd. Eppure la sua permanenza nel line up della band dura per poco più di due anni, tra il ’65 e il ’68, lo stesso periodo nel quale Barrett è nel pieno della sua sperimentazione psichedelica con Lsd e incarna il modello originale e semidivino della rockstar, cocktail di bellezza,
trasgressione e libertà. Barrett è figlio della borghesia di Cambridge e con l’amico Roger Waters forma uno dei mille gruppi che spuntano nell’Inghilterra anni ’60. Presto ne assume il controllo creativo, trasformandolo in laboratorio avanguardistico senza pudori: Syd osa l’esposizione di un minimalismo emotivo che va dritto al cuore e al cervello di un pubblico che ha voglia di essere provocato, ipnotizzato, posseduto.

Tornò con lo spazzolino tra i denti

Il light show dell’Ufo Club e del Roundhouse, nelle notti del ’66-67, l’improvvisazione sulla chitarra trasformata con effetti rudimentali in macchina spaziale visti oggi sembrano innocenza smaniosa, ma anche energia distillata. Si andava dritti al centro dell’emozione e ci si rotolava dentro, fieri dell’allucinazione. Syd pilota a vista i Pink Floyd nel volo inaugurale, costituito da un paio di singoli eccezionali e dall’album The Piper At The Gates Of Dawn. Poi tracolla, perde la traiettoria, finisce fuori rotta. I Pink Floyd imploderebbero se gli altri non gli levassero i comandi, non lo sostituissero con un altro chitarrista che suona le parti che lui non suona più, inebetito dietro i ghirigori del suo cervello.
Leggenda vuole che a inizio ’68, quando ormai Syd è solo un pericolo per l’integrità della band, sulla via di un concerto in provincia i compagni decidano di non passare più a prenderlo.
Poco dopo l’abbandono è ufficializzato, i Pink Floyd diventano il supergruppo che tremare il mondo fa, coi suoi ricami grottescamente psichici, e comincia l’infinito esilio di Syd.
Ne esce per un paio di album solisti, capolavori di un’eccentricità fuori controllo e il mondo s’innamora devotamente della sua assenza, suonando all’infinito quei solchi che hanno il dono di non invecchiare mai, in cui lui è sempre il folle bello, fragile e bizzarro, che intona cantilene strane con quell’accento british, ironico, nasale e chic, che ora non si sente più in giro.
In effetti Syd torna dalla madre a Cambridge, ingrassa, si rasa a zero, impazzisce e poi, chimicamente, trova requie.
Diventa altro, il Barrett della Londra bruciante non c’è più. Quando nel ’75 va a trovare in studio i compari, che quel pomeriggio registrano il capolavoro che gli hanno dedicato, Shine On You Crazy Diamond, per ore nessuno lo riconosce. Poi lui tira fuori uno spazzolino e comincia a sfregarlo sui denti, tenendolo fermo e saltando su e giù. E a quel punto Roger Waters scoppia a piangere.

tratto dalla prima pagina del Foglio del 12.07.2006

12 luglio 2006

La bambina e il filmino iperreale

C’è un filmino strano e sconvolgente, di me e mia sorella, fatto da mio padre quando ancora abitavamo a Hoboken, che cattura un momento che mostra che c’era qualcosa di strano, che sembra un tentativo abortito, da parte mia, di comunicare ai miei genitori che qualcosa non andava. Siamo al parco, da qualche parte, forse il parco Fourth Street, dietro l’angolo della nostra casa. Mia sorella gattona fino alla fontanella, sale il gradino basso, e beve un po’ d’acqua da sola. Mio padre riprende il tutto. Io ho circa sei anni. Mi metto tra mio padre e mia sorella, mi giro, mi chino, mi alzo il vestito, faccio vedere le mutandine, e poi dimeno il sedere avanti e indietro, avanti e indietro, mentre mi giro a guardare verso la telecamera e sorrido maliziosa. I miei genitori sono furibondi. Mi sto mettendo al centro dell’attenzione. Che cos’è mai che mi induce a comportarmi in questo modo? […] Mia madre cerca di farmi uscire dal campo visivo. Mi copro il sedere con il vestito, mi giro, sorrido, faccio finta di ballare, e cammino con leggerezza all’indietro, dondolando le braccia avanti e indietro, fuori dal campo visivo, fuori dall’occhio della telecamera. Tutto questo mio padre lo riprende.

Louise DeSalvo, Vertigo

Mostra un uomo che guida una macchina. È un semplicissimo video di tipo familiare. Mostra un uomo al volante di una Dodge di media cilindrata. È solo una ragazzina che punta la videocamera oltre il lunotto posteriore della macchina di famiglia verso il parabrezza della macchina dietro di lei. […] È un filmato implacabile, che sembra protrarsi all’infinito. Ha una determinazione senza scopo, una pervicacia che trascende il tema preso in esame. È un’esplorazione della mente del video familiare. È innocente, è senza scopo, è determinato, è reale. […] Mostra un uomo solo su una Dodge di media cilindrata, e l’immagine sembra durare un’eternità. C’è qualcosa nella natura del nastro, nella grana dell’immagine, nei toni barbuglianti del bianco-e-nero, nella sua essenziale crudezza, che ti fa pensare sia più reale, più aderente alla vita di tutto ciò che ti circonda. […] Il nastro è di un realismo folgorante. Mostra l’uomo che fa un breve cenno di saluto, col palmo rigido, come una bandierina di segnalazione a un binario di raccordo. Sai che le famiglie inventano i giochi. Questo è uno dei tanti giochi di cui la ragazzina inventa le regole a mano a mano che procede. Le piace l’idea di riprendere un uomo che guida la macchina. Probabilmente non l’ha mai fatto e non vede perché dovrebbe cambiare soggetto o chiudere in anticipo o spostare l’obiettivo su un’altra macchina. Questo è il suo gioco e lei lo sta imparando mentre lo fa. […] E continui a guardare. Guardi perché questa è la natura del filmato, creare un percorso obbligato nel tempo, dare una forma e un destino alle cose. Naturalmente se lei avesse spostato l’obiettivo su un’altra macchina, la macchina giusta al momento giusto, avrebbe colto l’uomo armato nell’atto di sparare.

Don DeLillo, Underworld