Archive for settembre 2006

20 settembre 2006

Il ritmo, l’accumulo

Sul tetto
subito s’alza, sovrasta il monte –
ingombro a manca di dumoso
verde su verde, di coltri di sfatto
fogliame, di cortecce vetuste, di sterpi –
e il cappero, l’euforbia, pendono alle venture
dei venti; dove volge la costa
e chiama l’ombra e la stende sugli increspamenti,
al dorso della salita s’aprono pieghe,
conche di verde più denso, s’indovina
vescia, ranuncolo, porro, su foglia
spessa, su bronchi carponi, schiuma,
saliva di bosco, oscura rugiada di gambo
tumido, di spino, di gozzo di fusto
che trasuda, quel ch’è viscido d’iridi, che mai
vede sole (e assidue le invisibile spole
tessono, mutano, ma il giro è sempre lo stesso)
nutrito d’umido antico, di vegetale ruggine…
[…]

Lucio Piccolo, Anna Perenna

Era il pian terreno di quel castello antico, parte diruto e parte ancora in uso, un vasto e altissimo ambiente, con scale e altane e terrazzini, travi possenti e macine di pietra. E corde, carrucole, catene che a più volute pendevano dal cielo. Il pavimento di questo ch’essi chiamavano palmento, e il castello baglio, conteneva vasche, pozzi, botole da cui scendevano scale verso sotterranei. Contro le pareti erano infinite botti, sacchi, otri e continua teoria di giaroni. Sulle tavole, come scansie di biblioteca, erano formaggi, ricotte secche, e zìzole, cotogne, fichi, sorbe, azzalore, melograni, cocurbite, meloni. Da travi e canne pendevano grappoli di pomidoro, pimenti, e lardi, sisizze, fellata, soppressata. Era, quell’antro o cattedrale, il ripostiglio delle sette annate d’abbondanza.

Vincenzo Consolo, Retablo

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19 settembre 2006

Farsi toccare dagli Sfiorati

1990: Lolita si reincarna in Belinda, la sorella che ognuno vorrebbenonvorrebbe mai avere. A modellare le sue carni bionde è la mano di un giovane eppure già stilisticamente superdotato Sandro Veronesi: descrizioni liriche e stranianti e un linguaggio insieme raffinato e ironico sono la pelle di una struttura narrativa potente, sempre aperta alle digressioni e alle intrusioni di un narratore onnisciente che gioca con la storia senza essere invadente.
Gli sfiorati non sfiora, tocca. E farsi toccare dagli Sfiorati vuol dire condividere con Mète, il protagonista del romanzo, il desiderio incestuoso che gli strazia i lombi, sentirne il peso, biasimarlo, accettarlo e senza più forze, inesorabilmente, ubriacati dalla sua prosa ricca e tutta morbide curve, finalmente cedere.

*


Innanzitutto: biondezza. Non soltanto di capelli, sparsi ora al vento in un acqueo gioco di riflessi, ma una biondezza totale, corporea, una Febbre dell’Oro imprigionata nelle carni.

«Pronto?» ripeté la voce di Belinda, quella sua soffice, caramellosa, bionda voce di gola, che pareva soffiare attraverso una spugna intrisa di latte.

Mète era seduto al tavolino, nella sua camera allagata dalla bianca luce del mattino, e non si alzò. Lei allora gli andò vicino, si chinò su di lui e lo baciò, con un lento movimento sonnambolico e prodigo di odori: non tanto di mela, adesso, o di hascisc, quanto piuttosto un torpido infuso di aromi notturni, di carne ben riposata, di sonno, di osmotico contraccambio tra pelle e fibre di lenzuola. I capelli in quel gesto le spiovvero verso il basso, calando per qualche istante un dorato sipario sugli occhi di Mète, e adagiandosi tra le sue ciglia come una delicata medicazione.

Tra un istante potrebbe suonare il telefono e attirarla chissà dove, e lei ci andrà: qualunque cosa l’aspetti, una corsa per consegnare qualcosa, una danza, uno schiaffo, ci si immergerà, e tutto il suo essere vi si risolverà, completamente, senza lasciarle il tempo nemmeno per un tenue pensiero. Sparirà, inghiottita da un lasso di tempo che per te, Mète, non esiste neppure, correrà, danzerà o si lascerà colpire con tutta se stessa: foss’anche solo per un istante, foss’anche l’ultima cosa che farà, lo farà, senza sapere il perché, senza nemmeno la curiosità di saperlo. E tu, Mète, come puoi vedere la beatitudine in tutto questo? È una maledizione, invece, e tu lo sai, la stessa che danna gli insetti e li spinge a volare pazzamente da un petalo all’altro, o a giacere come morti per ore su una corolla, secondo lo spietato disegno della natura che si fa gioco di loro, continuamente sfiorandoli col senso della loro epopea ma senza svelarglielo mai…

19 settembre 2006

Atti di forza e consiglieri nell’ombra

Facevo da braccio secolare al consigliere-ispiratore Bobi Bazlen.
 
Luciano Foà, in Panorama del 7 gennaio 1994, intervisa di R. Barboloni

18 settembre 2006

Cuba libre

"parlerò male e in fretta. quindi non si faccia illusioni con quel suo apparecchietto. non pensi di poter trarre chissà quale vantaggio da quello che dirò, e poi ricucire qua e là, aggiungere questo o quello, farne un polpettone, o che so io, e diventare famoso a mie spese… per quanto, non so, magari se parlo male può andarle anche meglio. può piacere di più. e lei può sfruttare meglio la situazione. perché lei, lo vedo bene, è il diavolo in persona. ma visto che ormai è qui, e con quelle cianfrusaglie, parlerò. poco. quasi per niente. solo per dimostrarle che, senza di noi, voi non siete niente. il posacenere è lì, sull’acquaio, lo prenda se vuole… con il suo bell’apparecchio, la sua camicia pulita (è di seta?, adesso c’è la seta?), deve comunque restarsene lì, in piedi, o sedersi su quella sedia sfondata – sì, lo so che ora si vendono i sedili – e fare domande a me. cosa sa di lui? cosa può saperne la gente che fidel castro è crollato, è stato deposto o si è stancato, tutti parlano, tutti possono parlare. il sistema è cambiato di nuovo. eh sì, ora sono tutti eroi. ora viene fuori che erano tutti contrari. ma allora, quando a ogni angolo c’era un comitato di vigilanza, qualcosa che osservava giorno e notte le porte di ogni casa, le finestre, i muri di cinta, le luci, e tutti i nostri movimenti, e tutte le nostre parole, e tutti i nostri silenzi, e cosa ascoltavamo alla radio, e cosa non ascoltavamo, e quali erano le nostre amicizie, e quali erano i nostri nemici, e qual era la nostra condotta sessuale, e la nostra corrispondenza, e le nostre malattie, e le nostre illusioni… anche questo era tutto controllato. ah, vedo che non mi crede. sono vecchia. la pensi così, se vuole. sono vecchia, deliro. la pensi così. è meglio. ora si può pensare – non mi capisce. non comprende che allora non si poteva pensare? adesso invece sì, vero? sì. e questo sarebbe già un motivo di preoccupazione, se potesse ancora preoccuparmi qualcosa. se si può pensare a voce alta, significa che non c’è niente da dire. però, mi ascolti, loro sono là fuori. hanno avvelenato tutto e sono ancora in circolazione. e ormai, qualunque cosa si faccia sarà per colpa loro, a loro favore – non adesso – o sfavore, ma sempre per causa loro… ma che dico, cosa sto dicendo? è vero che posso dire quello che mi pare? è vero? me lo dica. all’inizio non mi sembrava vero. neppure adesso ci credo. i tempi cambiano. sento parlare di nuovo di libertà. a gran voce. e questo non va bene. quando si grida in questo modo: ‘libertà!’, di solito si desidera l’opposto. io lo so. io ho visto…".
(da: reinaldo arenas, traditore, in: adiós a mamá. dall’avana a new york. racconti, edizioni socrates)

17 settembre 2006

Progetti editoriali e il resto della vita

Adriano era ormai un grande e famoso industriale. Conservava tuttavia ancora, nell’aspetto, qualcosa di randagio, come da ragazzo quando faceva il soldato; e si muoveva sempre col passo strascicato e solitario d’un vagabondo. Ed era ancora timido; e della sua timidezza non sapeva giovarsi come d’una forza. […]
Lo incontrai a Roma per la strada, un giorno, durante l’occupazione tedesca. Era a piedi; andava solo, col suo passo randagio; gli occhi perduti nei suoi sogni perenni, che li velavano di nebbie azzurre. Era vestito come tutti gli altri, ma sembrava nella folla, un mendicante; e, sembrava, nel tempo stesso, anche un re. Un re in esilio.
 
Natalia Ginzburg, Lessico famigliare

17 settembre 2006

L’arido strumento del poeta moralista

Ci sono alcuni che in testa
coltivano giardini
e i loro capelli sono sentieri
per città assolate e bianche
scrivere gli è facile
chiudono gli occhi
ed ecco defluirgli dalla fronte
branchi di immagini
la mia immaginazione
è un pezzetto d’asse
e il mio solo strumento
una stecca di legno
percuote l’asse
ed essa mi risponde
sì – sì
no – no
ad altri il verde suono dell’albero
l’azzurro suono dell’acqua
il mio è un battente
per giardini incustoditi
percuote l’asse
ed essa mi suggerisce
il secco poema del moralista
sì – sì
no – no

Zbigniew Herbert, Il battente

16 settembre 2006

Buzzati su Longanesi

Come scrittore sono venuto fuori tardi e fu una sorpresa per molti. Il libro che mi lanciò fu Il deserto dei Tartari, che Longanesi pubblicò nel 1940. Mi hanno detto che Longanesi fece leggere il manoscritto a un suo critico di fiducia e che questi glielo restituì dicendo che non valeva nulla. Allora lui, che era un bastian contrario per natura e per vocazione, lo mandò subito in tipografia.

Dino Buzzati, da "Magazine" del Corriere della Sera, 14 settembre 2006

16 settembre 2006

Li abbiamo nominati prima

We’ve taken care of everything
The words you hear, the songs you sing
The pictures that give pleasure to your eyes
It’s one for all and all for one
We work together, common sons
Never need to wonder how or why

We are the Priests of the Temples of Syrinx
Our great computers fill the hallowed halls
We are the Priests, of the Temples of Syrinx
All the gifts of life are held within our walls

Rush (Lee, Lifeson, Peart), dall’album 2112, 1974

15 settembre 2006

Meglio nel cassetto che una pacca sulla spalla o una marchetta
 
Se uno storico falsificasse un documento, sarebbe subito espulso dall’ordine degli storici. Se un dietologo consigliasse ai suoi pazienti alimenti dannosi per la salute, sarebbe costretto, nei casi più gravi da un giudice, a rinunciare alla professione. Se Quattroruote lodasse automobili che viaggiano piano, consumano molto e costano un occhio della testa, o ne descrivesse le caratteristiche in termini così generici e superficiali che nessuno sarebbe in grado di servirsi dell’analisi, la testata (del giornale, non del motore) ne verrebbe ben presto screditata. Se un giornalista sportivo desse del campione ad un brocco, il giorno dopo mezza Italia lo riterrebbe un incompetente.
Quando invece un critico letterario recensisce benignamente un libro scadente, o ne elogia uno proprio brutto, nessuno trova qualcosa da ridire. Chi di romanzi se ne intende se ne accorge e revoca la stima al critico che ha preso lucciole per lanterne. Gli altri, i lettori comuni, cadono nella trappola. In ciò non c’è ragione di gridare allo scandalo, a parte il fatto che i milioni di persone che leggono libri deboli, banali, stupidi è come se si iscrivessero tutti insieme ad un corso di stupidità, e il successo di questi corsi è talmente clamoroso che raccattare un membro della specie umana con il quale sia interessante scambiare quattro chiacchiere è sempre più difficile. Ve ne siete accorti anche voi? Non è privo di conseguenze, far girare i cervelli di una nazione su romanzetti dozzinali.
Bene, vi sono alcuni irriducibili che al contrario preferirebbero essere circondati da gente sveglia. La difesa della vera letteratura, dell’Arte con la A maiuscola non c’entra niente. Non si stronca per fare un regalo alle Muse. Si stronca per aumentare la probabilità di scambiare quattro chiacchiere decenti con il vicino di ombrellone. Perché la buona letteratura rende complessi, acuti, ricchi di humour. Leggeri, ironici. Anche taglienti, se è il caso. Con il che arriviamo al tema del giorno. Abbiamo letto di Roberto Cotroneo che sull’Unità, travolto dal proprio buonismo, si è pentito del suo passato di stroncatore.
Lo ha fatto a partire da un libro presentato come il ritorno in grande stile di un genere ritenuto in via di estinzione, la stroncatura. Il banco dei cattivi (Donzelli, pagg. 94, euro ), da oggi nelle librerie, raccoglie i saggi di quattro critici letterari, tutti molto noti. Giulio Ferroni seppellisce l’attività saggistica di Baricco e i suoi barbari. Massimo Onofri tratta Salvatore Niffoi come un mistificatore e Isabella Santacroce come un caso di giovanilismo estetizzante. Filippo La Porta lancia nove fulminanti obiezioni al resistibile successo del «N.G.I.», nuovo giallo italiano. Per finire Alfonso Berardinelli scrive una mesta lettera al suo ex allievo Tiziano Scarpa.
Tornando a Cotroneo, «Potremmo pentirci» è una frase che compare in Aspettando Godot di Beckett, il che la dice lunga sull’assurdità metafisica di qualsiasi pentimento. Ma il bello è che dovendo agganciare il suddetto pentimento a delle tesi, Cotroneo abbia inanellato alcune affermazioni strampalate. Ha detto che «stroncare non fa bene a chi stronca» e questa è un’affermazione fuori luogo, perché di certo non si stronca badando al tornaconto. Ha detto anche che «non fa bene a chi è stroncato», e questo è ancora meno pertinente perché il recensore è al servizio del lettore, non dello scrittore. Senza contare che sotto sotto la stroncatura fa bene, non male, anche allo scrittore, se non è marcio fin nel midollo, perché lo invita a non prostituire la propria dignità letteraria per un pugno di dollari.
Cotroneo aggiunge che la stroncatura piace ai frustrati, a quelli che vorrebbero pubblicare ma non possono, a coloro che ritengono che il mondo delle lettere sia «un mondo chiuso, sostanzialmente mafioso» e qui proprio si resta a bocca aperta, perché il mondo delle lettere è così. Peccato che la stroncatura tenti appunto di rompere l’omertà di editori e scrittori, molti dei quali si farebbero torturare prima di ammettere quanto poco valga la loro merce. Ma la tesi più indisponente, un’autentica calunnia e per giunta interessata, è che la stroncatura non delegittimi solo l’autore stroncato, «ma la cultura nella sua totalità». Insomma, per chiamare le cose con il loro nome, dietro ogni stroncatore si nasconderebbe un filisteo. Quindi va da sé che Cotroneo, che in quanto romanziere è solo un freddo e subdolo dispensatore di kitsch, viene stroncato solo dai filistei. Non male, come gioco di prestigio.
Ma chiediamoci che cosa succederebbe se vigesse il divieto di critica. Chi occuperebbe in un baleno il campo non più infestato dai tre o quattro stroncatori superstiti? Gli editori, gli scrittori e i recensori costretti a dirne bene. Orwell aveva immaginato qualcosa di simile, in 1984. Che sia dunque arrivato il momento di revocare qualche idée reçue? Non esistono stroncatori inveterati. Persino ai modelli di ogni stroncatura (I Plausi e botte di Boine, le Scoperte e massacri di Soffici) non manca mai un grano di garbo e di equilibrio. Si stronca per il gusto ilare e tutto umano di smascherare, di gridare che il re è nudo, di denunciare la disonestà di chi a scopo di lucro e sulla pelle dei lettori millanta crediti, vende a caro prezzo ciò che vale poco, spaccia paccottiglia per diamantoni. Si scrive una stroncatura come un cartografo, stanco di srotolare mappe in cui le nazioni hanno dimensioni fantasiose, e il Vaticano appare grande quanto la Francia, e la Francia quanto la Cina, e la Cina quanto Saturno, disegna una buona volta una mappa rispettosa delle proporzioni. Si stronca affinché nessuno osi giudicarci così miopi o rincitrulliti da non saper distinguere la falena dalla Sfinge, l’evangelico grano dalla pula.

Fabrizio Ottaviani, Il Giornale, 15 settembre 2006 

15 settembre 2006

Calasso arriva da Bazlen
 
Ha conosciuto intellettuali come Roberto Bazlen, Roberto Calasso…

Bazlen non l’ho conosciuto negli ambienti universitari. Anzi, guai ad accostarlo all’università: lui la disprezzava. Era un vecchio signore che abitava in una stanzuccia dietro casa mia, quando vivevo in via del Babbuino a Roma. Era un personaggio da frequentare, assolutamente. Aveva estratto l’essenza da quel turbine di incontri e di scontri che poteva essere la società triestina.
Come lo ricorda?
Era perfettamente libero. E quindi valeva la pena ogni tanto andarlo a visitare, sentire di quali letture parlava, quali accostamenti inediti poteva evocare. Un giorno portai il giovane Roberto Calasso a trovarlo e, da allora, prese forma la casa editrice che forse valeva la pena di istituire: Adelphi.
 
Elémire Zolla, intervista di Alessandro Mezzena Lona