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Farsi toccare dagli Sfiorati

1990: Lolita si reincarna in Belinda, la sorella che ognuno vorrebbenonvorrebbe mai avere. A modellare le sue carni bionde è la mano di un giovane eppure già stilisticamente superdotato Sandro Veronesi: descrizioni liriche e stranianti e un linguaggio insieme raffinato e ironico sono la pelle di una struttura narrativa potente, sempre aperta alle digressioni e alle intrusioni di un narratore onnisciente che gioca con la storia senza essere invadente.
Gli sfiorati non sfiora, tocca. E farsi toccare dagli Sfiorati vuol dire condividere con Mète, il protagonista del romanzo, il desiderio incestuoso che gli strazia i lombi, sentirne il peso, biasimarlo, accettarlo e senza più forze, inesorabilmente, ubriacati dalla sua prosa ricca e tutta morbide curve, finalmente cedere.

*


Innanzitutto: biondezza. Non soltanto di capelli, sparsi ora al vento in un acqueo gioco di riflessi, ma una biondezza totale, corporea, una Febbre dell’Oro imprigionata nelle carni.

«Pronto?» ripeté la voce di Belinda, quella sua soffice, caramellosa, bionda voce di gola, che pareva soffiare attraverso una spugna intrisa di latte.

Mète era seduto al tavolino, nella sua camera allagata dalla bianca luce del mattino, e non si alzò. Lei allora gli andò vicino, si chinò su di lui e lo baciò, con un lento movimento sonnambolico e prodigo di odori: non tanto di mela, adesso, o di hascisc, quanto piuttosto un torpido infuso di aromi notturni, di carne ben riposata, di sonno, di osmotico contraccambio tra pelle e fibre di lenzuola. I capelli in quel gesto le spiovvero verso il basso, calando per qualche istante un dorato sipario sugli occhi di Mète, e adagiandosi tra le sue ciglia come una delicata medicazione.

Tra un istante potrebbe suonare il telefono e attirarla chissà dove, e lei ci andrà: qualunque cosa l’aspetti, una corsa per consegnare qualcosa, una danza, uno schiaffo, ci si immergerà, e tutto il suo essere vi si risolverà, completamente, senza lasciarle il tempo nemmeno per un tenue pensiero. Sparirà, inghiottita da un lasso di tempo che per te, Mète, non esiste neppure, correrà, danzerà o si lascerà colpire con tutta se stessa: foss’anche solo per un istante, foss’anche l’ultima cosa che farà, lo farà, senza sapere il perché, senza nemmeno la curiosità di saperlo. E tu, Mète, come puoi vedere la beatitudine in tutto questo? È una maledizione, invece, e tu lo sai, la stessa che danna gli insetti e li spinge a volare pazzamente da un petalo all’altro, o a giacere come morti per ore su una corolla, secondo lo spietato disegno della natura che si fa gioco di loro, continuamente sfiorandoli col senso della loro epopea ma senza svelarglielo mai…

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