Archive for marzo 2007

30 marzo 2007


 
Ben Shahn, Still music

30 marzo 2007

Il gatto del rabbino

Grigio, ossuto, intelligente, crudele; oppure «notturno, imprevedibile e profondamente etico», come si definisce lui stesso. Il gatto che dà il titolo al graphic novel di Joann Sfar (Il gatto del rabbino, Rizzoli, pagg. 157, euro 16) si chiama Moujroum ed è il protagonista di tre divertenti racconti ambientati tra Algeri e Parigi. La sua esistenza, vissuta tra lische di pesce, fusa alla padroncina e scorribande amorose sui tetti, viene sconvolta da un piccolo evento surreale: il gatto, infatti, acquista il dono della parola. In questo modo può finalmente dare sfogo alla sua eloquenza e al suo scetticismo, lanciandosi in dotte dispute teologiche con il rabbino e con il rabbino del rabbino, sul significato del Verbo, della Cabala, della Torah, dei rituali religiosi. Dialoghi incalzanti, giocati sul filo dell’ironia e destinati a concludersi senza un vincitore, come nella migliore tradizione ebraica refrattaria ad ogni sintesi definitiva. A spingere il gatto sono moventi elementari. Oltre alla fame, c’è la passione e la gelosia nei confronti della padroncina. Un capriccio votato all’inevitabile fallimento. Il destino non gli risparmierà nemmeno le conseguenze negative della perduta innocenza pre-verbale. Se, infatti, ora è libero di mentire seguendo la sua naturale furbizia, gli tocca però registrare anche un inquietante mutamento nella qualità dei sogni, che si fanno più confusi e meno divertenti. Il gatto rimane fino alla fine «amico della scienza e della voluttà» – come lo definì Baudelaire – ma perde ben presto la parola. Il suo sguardo disincantato guida il lettore attraverso le stradine di Algeri, seguendo il filo di piccole ma avvincenti storie domestiche. Ne esce un ritratto affettuoso della mentalità e dei costumi ebraici, pieno di insanabili contraddizioni e di inguaribili virtù. Il passo della narrazione è leggero come quello del protagonista. L’impostazione classica non fa rimpiangere la mancanza di eccessivi sperimentalismi. Le belle tavole uniscono il tratto rapido della china alla ricchezza di colori e di vita dell’Africa e della Francia. Nelle intenzioni dell’autore costituiscono «un omaggio a tutti i pittori di Algeri del ventesimo secolo». Da citare la disputa tra il gatto e un asino sul significato del cognome «Sfar», lo stesso dell’autore: uno lo fa risalire al sostantivo arabo «giallo», l’altro al verbo ebraico «sofer», scrivere. Ennesima, paradossale antitesi nel destino dell’artista, tra la scrittura e il colore, fra il tratto e l’immagine.

Redazione, "Le dispute teologiche del gatto con la parola", Il Giornale, 30 marzo 2007

Mansfield su Joyce e Ulysses

29 marzo 2007

Devo dire due parole su Joyce. Ho riletto il Portrait e nel complesso mi sembra ottimo. Compreremo una copia di Ulysses. Joyce è immensamente importante (se solo Pound non avesse detto la stessa cosa!). In passato avevo trovato qualcosa di così repellente nella sua opera che avevo trovato difficoltà a leggerla. Mi sconvolge imbattermi in vocaboli ed espressioni da cui mi ritraggo nella vita. Ma ora mi appare come il nuovo romanzo: la ricerca del Vero è a tal punto la cosa così importante che uno deve vincere le avversioni secondarie. Sono trascurabili. 28 dicembre 1921

…si deve avere un ricordo molto vivo dell’Odissea e della letteratura inglese per venirne a capo. È un testo assai complicato. Certamente Joyce non voleva che lo si leggesse per la sua volgarità, anche se confesso di sentirci dentro “echi di risate”. Penso (benché non approvi quello che ha fatto) che Marion Bloom e Bloom a volte siano ritratti in modo eccelso. Marion è la femmina totale. Non si può negare. Ma uno deve ricordarsi che è anche Penelope, è anche il giorno e la notte, anche l’immagine della terra feconda, ricca di semi, che ruota in tondo. 1 maggio 1922 Katherine Mansfield, La passione della scrittura. Saggi critici

29 marzo 2007

Armonia su piani superiori

…con la Quinta Sinfonia Opus 67 in do minore, siamo di colpo nel cuore della pateticità beethoveniana. È questa l’opera più caratteristica e significativa dell’agonismo eroico. Si vuole che nelle quattro note iniziali brutalmente scandite, sia espressamente simboleggiato il “battere del destino alla nostra porta” e sia la lotta eroica dell’uomo contro le cieche potenze avverse. Calmo e solenne l’andante, quasi un rifluire di forza fiduciosa, in una pausa di raccoglimento, travagliato da incubi angosciosi lo scherzo, e giubilante fanfara di vittoria e di libertà il finale.
 
Massimo Mila, Breve storia della musica, Einaudi
 

I temi di Beethoven vivono come i personaggi di un dramma; svolgono un proprio destino. Egli fu capace di ottenere l’effetto che Aristotele attribuì alla tragedia; ossia lo scontro delle forze opposte, la crisi e poi l’origine del rinnovamento, di una nuova armonia su un piano superiore. È quello che nella tragedia classica si chiama la catarsi!

Wilhelm Fürtwangler, Dialoghi sulla musica

29 marzo 2007


 
Kandinsky, Punto linea superficie, Adelphi

28 marzo 2007

Da Einaudi si lavorava insieme

Il criterio era semplicissimo: trovare un’immagine bella che corrispondesse in termini di allusione artistico-culturale allo spirito del libro. Naturalmente questo è più facile dirlo che tradurlo in pratica. Noto però con piacere che la linea Einaudi in materia di accoppiata testo-immagine ha fatto in Italia progressi enormi. Ma vorrei ricordare, adesso, che il lavoro grafico in casa editrice non si limitava a questa scelta di immagini pittoriche. Credo sia interessante sapere che nell’impostazione di ogni lavoro grafico, si trattasse di un semplice dépliant o della delicata progettazione di una nuova collana, da Einaudi si lavorava insieme, in modo informale, come un gruppo di amici intenti a un divertente lavoro comune. Anche Munari, che era il maestro, stava al gioco senza darsi arie da protagonista, e nelle nostre riunioni grafiche accettava critiche e suggerimenti da chiunque.

Giulio Bollati, tratto da Disegnare il libro, Libri Scheiwiller

27 marzo 2007

L’allegra fattoria di Falcinelli e Poggi

Un maiale gigantesco invade le strade di Roma. Una mosca protesta istericamente contro tutto e tutti. Un palazzinaro sposa un topo di fogna. Una blatta viene fatta santa e si trasforma in un caso di psicosi planetaria. Sono i protagonisti dell’Allegra fattoria di Riccardo Falcinelli e Marta Poggi: un grafico (Falcinelli è ideatore di molte delle copertine Einaudi Stile Libero e minimum fax) e un’autrice (Marta Poggi scrive per il teatro) che sono stati tra i primi in Italia a imporre all’attenzione di pubblico e critica la graphic novel: non un semplice fumetto, ma vere e proprie storie illustrate più vicine alla letteratura che all’intrattenimento. Già autori di Cardiaferrania (minimum fax, 2001) e Grafogrifo (Einaudi, 2004), in questa raccolta narrano un mondo occidentale che sta diventando sempre più una parodia di sé stesso.
Perché la graphic novel?
Oggi siamo circondati da linguaggi che uniscono testo e immagini e questo rapporto, dato perlopiù per scontato, è quello su cui ci interessa ragionare. Le nostre storie sono anche riflessioni sul mezzo graphic novel, sul potere delle immagini e delle parole. […]
Anche i protagonisti sono cambiati: non più uomini ma animali…
Già Esopo, Fedro e Lafontaine avevano scelto le bestie per riflettere vizi e virtù della società. Senza contare che gli animali delle fiabe hanno il pregio di essere straordinariamente iconici. Un maiale di fattorie può diventare simbolico come e quanto una dark lady. […]

Gian Paolo Serino, "Spiriti animali", la Repubblica delle Donne, 24 marzo 2007

26 marzo 2007

Lo zucchero filato

"fin da bambino, appena mi cade per terra qualcosa devo tirarlo su, qualunque cosa sia, perché se non lo faccio capiterà una disgrazia, non a me ma a qualcuno cui voglio bene, e il cui nome comincia con l’iniziale dell’oggetto caduto. il guaio è che niente può trattenermi quando qualcosa mi cade per terra, e non vale che sia un altro a raccoglierlo perché il maleficio agirebbe ugualmente. per questa ragione sono passato molte volte per pazzo e la verità è che sono preso da follia quando agisco così, quando mi precipito a raccattare una matita o un pezzetto di carta che mi sia scivolato di mano, come la sera della zolletta di zucchero nel ristorante di rue scribe, un ristorante elegante frequentato da dirigenti, da puttane con la volpe argentata e da coppie bene assortite. eravamo con ronald ed etienne, e a me cadde una zolletta di zucchero che andò a finire sotto un tavolo abbastanza lontano dal nostro. la prima cosa che attirò la mia attenzione fu il modo con cui la zolletta si era allontanata, perché in generale le zollette di zucchero s’immobilizzano appena toccano terra per ragioni parallelepipede evidenti. ma quella si comportava come se fosse stata una pallina di naftalina, cosa che aumentò la mia apprensione, e giunsi a credere che veramente me l’avessero strappata di mano. ronald, che mi conosce, guardò verso il punto dove era andata a fermarsi la zolletta, e cominciò a ridere. questo mi fece ancor più paura, insieme a rabbia. un cameriere si avvicinò pensando che mi fosse caduto qualcosa di prezioso, una parker o una dentiera, ottenendo solo d’infastidirmi, per cui, senza chiedere scusa, mi gettai a terra e cominciai a cercare la zolletta di zucchero fra le scarpe della gente che se ne stava con grande curiosità (e a ragione) credendo che si trattasse di qualcosa di importante. al tavolo era seduta una cicciona con i capelli rossi, un’altra meno grassa ma altrettanto puttana, e due dirigenti o qualcosa di simile. innanzi tutto mi resi conto che la zolletta era invisibile, e dire che l’avevo vista saltare fino a quelle scarpe (che si muovevano inquiete come galline). per colmo di disgrazia c’era il tappeto, e sebbene facesse schifo tanto era usato, la zolletta era dovuta andare a nascondersi fra i peli, ma non riuscivo a trovarla. il cameriere si distese dall’altra parte del tavolo, ed ormai eravamo due quadrupedi che si muovevano fra le scarpe-gallina che lassù cominciavano a starnazzare come pazze. il cameriere continuava ad essere convinto della parker o del luigi d’oro, e quando eravamo ormai infilati sotto il tavolo, in una specie di grande intimità e penombra, e lui mi domandò e io risposi, fece una faccia che era da spruzzare con un fissatore, ma io non avevo nessuna voglia di ridere, la paura mi aveva chiuso a doppio giro la bocca dello stomaco e infine fui preso da una vera disperazione (il cameriere si era alzato furibondo) e cominciai ad afferrare le scarpe delle donne e a guardare se sotto l’arco della suola non si fosse acquattata la zolletta, e le galline starnazzavano, i galli dirigenti mi beccavano la schiena, sentivo le risate di ronald e di etienne mentre mi spostavo da un tavolo all’altro fin quando non ebbi trovato lo zucchero nascosto dietro una gamba secondo impero. e tutti quanti furibondi, persino io con lo zucchero stretto nel palmo della mano, sentendo in qual modo si mescolava al sudore della pelle, in qual modo, schifosamente, si scioglieva in una sorta di vendetta appiccicosa, questo genere di episodi tutti i giorni".
(da: julio cortázar, il gioco del mondo. rayuela, einaudi)

26 marzo 2007

Bianco riso

Scrivevo tutte le mattine, ma senza un orario, mai, se non per cucinare. Sapevo quando dovevo intervenire perché il cibo bollisse o perché non si bruciasse. E anche per i libri lo sapevo.

Marguerite Duras, Scrivere, Gallimard

25 marzo 2007

Sguardo vivo ma non il resto

Un giorno quando stavo disegnando una giovane ragazza, all’improvviso ho notato che tutto ciò che era vivo in lei era il suo sguardo. Il resto della sua testa, non era per me che il cranio di un uomo morto. Uno vorrebbe scolpire una persona vivente, ma ciò che la rende realmente viva è senza dubbio il suo sguardo… Tutto il resto non ne è che la cornice.
 
Alberto Giacometti

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