Archive for maggio 2007

31 maggio 2007


 
Balthus, La montagna
 
Avanti fino alla seconda sala verso il suo quadro preferito. Una scena di montagna, due ragazze, la loro guida alpina. Prestito dall’America. […] Sensuale, con il senso di sé, vedete… la guida indica… Come se le figure sapessero di essere delle opere. Che scena ricca di tensioni. Seguite lo sguardo del bambino all’uomo. E le due figure da questa parte che puntano il dito verso qualcosa che noi non vediamo. Non riusciamo a distogliere lo sguardo perché siamo indotti a ponderare qualcosa di misterioso.
 
Heather McGowan, Schooling

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30 maggio 2007

Il nocciolo, il cerchio giallo

La luce del mattino attraverso i colori delle vetrate sopra l’altare le gioca sulla mano. Un cerchio giallo nel disegno ha tutto l’aspetto di un uovo fritto ma in realtà è un sole.

Heather McGowan, Schooling

Il giorno è la polpa di un frutto di cui il sole sarebbe il nocciolo. E noi, affogati in questa polpa come le sue imperfezioni, le sue macchie, le sue impurezze, siamo asimmetrici rispetto al suo centro. La sua irradiazione ci avvolge e ci supera, va a giocare molto più lontano di noi.

Francis Ponge, "Il sole trottola da sferzare", Il sole in abisso, Edizioni l’Obliquo, 2003

30 maggio 2007

L’Italia dei miei stivali, il nuovo libro di Camurri

Mi trovo a questa festa, seduto finalmente su un gradino, mentre poco prima reggevo un bicchiere di Berlucchi in una mano e un piatto con mozzarella di bufala nell’altra e, sorridendo a chi incrociavo, tentavo, a questo punto privo di mani com’ero, di mangiare e di bere quella mozzarella e quel Berlucchi che la gentile organizzazione, per seguire uno dei tanti premi letterari d’Italia, mi aveva offerto senza però spiegarmi come destreggiarmi in un party in piedi dove tutti si sgomitavano nel tentativo, identico al mio, di bere e mangiare senza mani e senza perdere l’aplomb necessario in situazioni del genere dove un po’ di intellettuali, scrittori e giornalisti sono riuniti a discutere animatamente dei problemi di mezzo mondo nonostante il fatto che questo mezzo mondo non sappia neanche come cavarsela, almeno senza sbrodolarsi, nella gestione contemporanea del bere e del mangiare in piedi e con le mani occupate salutando tutti con un sorriso insieme di circostanza e di odio estremo, carissimo.

Edoardo Camurri, L’Italia dei miei stivali, Rizzoli
 
Uno dei pochi intellettuali che stimo davvero. Per un editore che non amo, per una collana che non amo.

29 maggio 2007


 
Mario Schifano

28 maggio 2007

Una geografia dentro il sogno. Di Talita e di Traveler

"la mattina, ancora ostinati nel dormiveglia che lo stridio orripilante della sveglia non riusciva a far scambiare per l’affilata vigilia, si raccontavano fedelmente i sogni della notte. testa contro testa, accarezzandosi, confondendo le gambe e le mani, si sforzavano di tradurre con parole del mondo di fuori tutto quanto avevano vissuto nelle ore delle tenebre. traveler, un amico di gioventù di oliveira, restava sempre affascinato dai sogni di talita, la sua bocca contratta o sorridente a seconda del racconto, i gesti e le esclamazioni con i quali lo accentuava, le sue ingenue congetture sulle cause e il significato di quei sogni. poi toccava a lui raccontare i suoi, e qualche volta nel mezzo di un racconto le loro mani cominciavano ad accarezzarsi e passavano dai sogni all’amore, si addormentavano nuovamente, arrivavano tardi ovunque. ascoltando talita, la sua voce un po’ impastata di sogno, guardando i suoi capelli sparsi sul guanciale, traveler si meravigliava che tutto potesse essere così. tendeva un dito, toccava una tempia, la fronte di talita. (‘e allora mia sorella era zia irene, ma non ne sono sicura’), misurava la barriera di pochissimi centimetri fra quella e la sua testa (‘ed io ero nudo nelle stoppie e vedevo il fiume livido che saliva, un’onda gigantesca…’). avevano dormito con le teste che si toccavano e lì, in quella immediatezza fisica, nella coincidenza quasi totale delle posizioni, degli atteggiamenti, del respiro, della stessa camera, dello stesso guanciale, della stessa oscurità, dello stesso tic-tac, degli stessi stimoli della strada e della città, delle stesse radiazioni magnetiche, della stessa marca di caffè, della stessa congiunzione degli astri, della stessa notte per entrambi, lì strettamente allacciati, avevano sognato sogni distinti, avevano vissuto avventure dissimili, l’uno aveva sorriso mentre l’altra fuggiva atterrita, l’uno aveva dovuto ripresentarsi all’esame di algebra mentre l’altra arrivava in una città di pietre bianche. nel resoconto del mattino talita metteva gioia o angoscia, ma traveler si ostinava segretamente a cercare le corrispondenze. com’era possibile che l’esser stati compagni il giorno sfociasse inevitabilmente in quel divorzio, in quell’isolamento inammissibile del sognante? qualche volta la sua immagine faceva parte dei sogni di talita, o la immagine di talita partecipava al terrore di un incubo di traveler. ma loro non lo sapevano, era necessario che l’altro lo raccontasse al risveglio: ‘allora tu mi prendevi per mano e mi dicevi…’. e traveler scopriva che mentre nel sogno di talita lui l’aveva presa per mano e le aveva parlato, nel suo sogno lui era a letto con la migliore amica di talita o parlava con il direttore del circo las estrellas, o nuotava nel mar della plata. la presenza del proprio fantasma nel sogno altrui lo umiliava a semplice materia di lavoro, senza alcuna prevalenza sui manichini, sulle città sconosciute, sulle stazioni ferroviarie, sulle scalinate o sull’arsenale tutto dei simulacri notturni. unito a talita, avviluppandone la faccia e la testa con le dita e con le labbra, traveler sentiva la barriera insormontabile, la distanza vertiginosa che neppure l’amore poteva colmare".
(ancora da: julio cortázar, il gioco del mondo. rayuela, einaudi)

28 maggio 2007

Cose, cose, uncini, grida

Sui balconi dell’albergo c’è uno scintillio di cose.
Cose, cose—

sedie a rotelle di acciaio tubolare, stampelle di alluminio.
Che salmastra dolcezza! Perché dovrei spingermi
oltre il frangiflutti maculato di telline?
Non sono un’infermiera, bianca e assidua.
Non sono un sorriso.
Questi bambini cercano qualcosa, con uncini e grida,
e il mio cuore è troppo piccolo per bendare le loro colpe tremende.
Questo è il costato di un uomo: le sue costole rosse,
i nervi che esplodono come alberi, e questo è il chirurgo:
un occhio come specchio—
una sfaccettatura di conoscenza.
Su un materasso a righe in una stanza
un vecchio sta scomparendo.
La moglie in lacrime è impotente.
Dove sono le pietre dell’occhio, gialle e preziose,
e la lingua, zaffiro di cenere.

Sylvia Plath, Berck-Plage

28 maggio 2007

Ti porterò dove non esistono linee di contorno.
 
Heather McGowan, Schooling

28 maggio 2007

Bianco d’eccellenza
 
Nessun calcolatore 9000 ha mai commesso un errore o alterato un’informazione. Noi siamo, senza possibili eccezioni di sorta, a prova di errore, e incapaci di sbagliare.
 
Stanley Kubrick, 2001: Odissea nello spazio

27 maggio 2007


 
René Magritte, Occhio

27 maggio 2007

La dipendenza dell’occhio

I crocevia non esistono se non nella mitologia non farti abbindolare da chi cerca di convincerti del contrario. Un occhio non ha intendimento proprio. Un occhio non è un’entità a sé, tipo un orso o una gallina, capisci è connesso con un nervo ottico a un oggetto il cervello noto anche come la vecchia materia grigia. Un occhio non lo puoi aizzare contro il mondo e lasciarlo in balia di sé stesso. Richiede attenzione costante e non può proprio non può essere lasciato a cavarsela da solo. Ti domando, hai mai visto un occhio a un incrocio, bastone in spalla con il fagotto annodato in cima? O su un camion che va a sud per l’inverno? Ragiona, un occhio non ha il pollice e quindi come potrebbe fare l’autostop? Non gli puoi riconoscere alcun tipo d’indipendenza a un occhio. Immaginati il nervo ottico come fosse un’autostrada. Su quell’autostrada arriva all’occhio un messaggio mandato dal tuo cervello. Il messaggio può dire Sbatti le palpebre. Può dire Strizzale oppure Guarda fisso. È il cervello che prende le decisioni. È il cervello che comanda. E così, se un occhio vuol piangere, è il cervello che deve dargliene permesso.
 
Heather McGowan, Schooling