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9 maggio 2007

Caruso ucciso dal suo canto

È ozioso rievocare la voce e il repertorio di Enrico Caruso. La sua voce e il suo stile resteranno unici nella storia del canto: unica la voce per il colore baritonale, unico il suo canto per profonda cordialità e umanità. Sembrava che le corde vocali, anziché nella laringe, fossero situate nel muscolo cardiaco, fra orecchiette e ventricoli, e fossero mosse dal sangue nel ritmo della sistole e della diastole. La mente critica dovrebbe astenersi dal giudicare ciò che il cuore dice e canta. Pedanteria e dilettantismo osarono sentenziare a vanvera sulle qualità di quella voce straordinaria, la cui intima drammaticità soleva esprimersi sulla scena attraverso la densità e la intensità dei suoni e la tensione dell’animo, che avrebbero più tardi consunto e schiantato la vita del colosso. Il suono del violoncello, lo abbiamo detto, esaltò la fantasia di Caruso. E da quando le disavventure della sua vita familiare avevano incominciato a colpirlo e ad angustiarlo, praticò la concentrazione e la pressione della voce, con l’idea di imitare la
«cavata» dei grandi violoncellisti. E questa cavata egli riproduceva nel suo canto col tipico portamento dei suoni e la flessione faringea, che fanno la voce di Caruso inconfondibile. A tale scopo, tutto il suo corpo collaborava col cuore: polmoni, diaframma, costole, addome. La pressione di tutti questi organi nelle frasi famose del Pagliacci e della Manon di Puccini, provocava abitualmente un flusso di sangue, un’iperemia che congestionava il collo e il viso del cantore. Bastò un semplice attacco influenzale, durante una recita di Elisir d’amore all’Accademia di musica di Brooklyn, perché i polmoni, duramente provati in improbi sforzi, s’infiammassero, determinando quell’ascesso che cagionò la persistenza del male e la conseguente morte.

Giacomo Lauri Volpi, Voci parallele

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