Archive for 21 maggio 2007

21 maggio 2007

Scrittori di cartone

all’archivio di stato di torino c’è una piccola interessante mostra su cesare pavese e il suo rapporto con la città. in una teca sono conservate alcune copie di libri di pavese, da lui dedicate ad amici e colleghi. su una copia di paesi tuoi – lo raccontavo a marco rossari in fiera – pavese scrive al suo professore del d’azeglio, augusto monti: "caro profe, ecco pane per focaccia". ho trovato che fosse una bella dedica, piuttosto indicativa del personaggio e dei tempi. a quei tempi, per esempio – ma non la prendete per nostalgia di un eden perduto, si tratta soltanto di un’annotazione – gli scrittori non erano vittime di quello che è l’esito più inquietante del moderno merchandising editoriale: la sagoma in cartone che li ritrae a grandezza naturale. nei giorni di fiera torino era tutto un pullulare di wilbur smith e di culicchia che dal lingotto a piazza castello ammiccavano tenebrosi, affrontando stoici le battute di scherno – i librai sono i primi e i più maligni, diciamolo – e le irriverenti folate di vento che li facevano cadere faccia a terra (per la cronaca, il giovane culicchia ha dimostrato in più di un’occasione un invidiabile senso dell’equilibrio). insomma, l’effetto è indiscutibilmente ridicolo: un poveraccio immortalato in una posa del tutto innaturale, schiacciato nella unidimensionalità, che si regge malamente su un contrafforte in cartone ficcato nel culo. eppure, anche gli ologrammi hanno un’anima. sto attraversando frettolosamente i padiglioni della fiera, ancora pervaso – ahimè – da quella urgenza tipica degli uffici stampa che devono correre devono correre anche se non sanno bene perché. tengo la testa bassa per evitare che lo sguardo mi finisca sulla corona imperiale che domina il salone con la scritta gruppo mauri-spagnol (non so perché, ma mi fa pensare a un salumificio). sto girando intorno alla gabbia longanesi & co. quando scorgo una figura minacciosa dietro una vetrina. spaventato faccio un salto e mi metto in posizione di difesa, come un gatto. lui mi guarda. con la mano destra regge la giacca sulla spalla. io lo so che è assurdo, lo so che penserete che sono matto, ma vi assicuro che quel magris in cartone, rifilato in un angolino poco frequentato del maestoso stand, a fissare ora dopo ora la scatola dell’idrante sulla colonna di fronte, lui mi stava chiedendo aiuto. mi chiedeva un gesto eroico: entrare, mettermelo in spalla e correre via fino alla libertà (di tutti e due, presumibilmente). ma io, vile, non ho fatto altro che proseguire per la mia strada. proprio come una folata di vento. o come un perfetto ufficio stampa – ahimè – incurante dei destini di chi non è in promozione.

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21 maggio 2007

Riappropriazioni in bianco e trasparenze

E così mia madre è diventata il mio pusher. Mi forniva riviste e romanzi e saggi di filosofia e libri di storia e raccolte di poesia. Li divoravo tutti, cercando allo stesso tempo di scappare da me stesso e stare più vicino possibile al mio pensiero, sentendomi pagina dopo pagina più libero e puro. Niente nella mia mente si è disgiunto dal mondo, anche se ho percepito una specie di autocancellazione, un divenire trasparente, che permetteva alle parole di presentarsi per quello che sono, cioè la loro essenza e null’altro. Ero un marmocchio pingue di parole, ma non emettevo suono.

Percival Everett, Glifo, Nutrimenti