Archive for novembre 2007

29 novembre 2007

Non possono attendere

There’s a party in my mind… And it never stops
There’s a party up there all the time…They’ll
party till they drop
Other people can go home… Other peoplle they can split
I’ll be here all the time… I can never quit

Take a walk through the land of shadows
Take a walk through the peaceful meadows
Try not to look so disappointed
It isn’t what you hoped for, is it?
There’s a party in my mind… And I hope it never stops
I’m stuck here in this seat… I might not stand up
 
Talking Heads,  Memories can’t wait

29 novembre 2007

Coscienza di sé

Gli eventi più importanti che possono capitare a un pittore contemporaneo sono due:
– essere spagnolo.
– chiamarsi Gala Salvador Dalí.
A me sono capitate entrambe le cose. Come indica il mio nome Salvador, sono destinato a niente di meno che a salvare la pittura moderna dall’indolenza e dal caos. Mi chiamo Dalí, che in catalano vuol dire ‘desiderio’, e ho Gala. Picasso, certo, è anche lui spagnolo, ma di Gala non ha che un’ombra biologica sulla punta dell’orecchio, e si chiama solamente Pablo, come Pablo Casals, come i papi, ovvero come uno qualsiasi.

Salvador Dalí, La droga sono io. Pensieri di un eccentrico, Castelvecchi

28 novembre 2007

Dentro l’albero

Conosco l’interno del mio albero come un cieco casa sua, ne conosco le parti lisce e ruvide, i rigonfiamenti e le sporgenze, l’odore, l’oscurità e la grande fessura di luce, come non ho mai conosciuto le capanne e le stanze in cui mi veniva ordinato di dormire, come si può conoscere qualcosa che è nostro e nostro soltanto, la nostra dimora impenetrabile a chiunque. Posso dire: questo è mio. Posso dire: questa sono io. Ci sono le mie impronte. C’è la cenere del mio fuoco, il mio frantoio. Ci sono i miei chicchi. I miei reperti. Sono un essere supremo in questa corteccia grigia.

Wilma Stockenström, Spedizione al baobab, Ilisso

Vidi le radici. Le mani tese che mi chiamavano. E la forza di quell’ordine mi attirò irrresistibilmente. Penetrai nell’albero e lo percorsi come una lunga carezza di linfa e di vita, un dischiudersi di petali, un tremito di foglie. Sentii il ruvido involucro, la delicata architettura dei rami, e mi allungai nei meandri vegetali di questa nuova pelle, mi stiracchiai dopo tanto tempo, sciolsi le mie chiome, e mi affacciai verso il cielo azzurro attraversato da nuvole bianche per ascoltare gli uccessi che continuavano a cantare come prima. Cantai anch’io (avrei voluto danzare) e sopra il mio tronco apparvero zagare e, in tutti i miei rami, profumo di arance.

Gioconda Belli, La donna abitata, edizioni e/o

28 novembre 2007

Le poesie rifiutate di Emily Dickinson

Riuscì a pubblicare, in vita, sette poesie, una delle quali ritenuta per lungo tempo opera di un altro poeta. Non è neppura colpa degli editori, ma del perfido Thomas Wentworth Higginson, che l’aveva "scoperta" dopo una sorta di concorso lanciato dall’Atlantic Monthly nel 1858. La trattò malissimo, le consigliò di non tentare mai più la via della pubblicazione, ma ne divenne amico e "tutore" letterario. I due ebbero una lunga corrispondenza. Nel 1891, sette anni dopo la morte della scrittrice, Higginson decise di curarne le opere.

Mario Baudino, Il gran rifiuto. Storie di autori e di libri rifiutati dagli editori, Longanesi, 1991

27 novembre 2007
Solo Cossiga sa tutto, il prossimo libro Castelvecchi. Un libro che uccide…

Ieri ho conosciuto un altro anziano, ma non troppo, cliente. Piccolo antefatto: avevamo ospite al forum Paola Cortellesi. Meravigliosa creatura e grande artista. C’era con lei il suo ufficio stampa e il suo ufficio stampa era accompagnata dai suoi genitori. Il papà è il mio uomo. Mi avvicino alla fine della presentazione a conversare con loro. L’ufficio stampa durate gli eventi fa sostanzialmente questo, è come se avesse tanti camini da controllare e deve stare attento a non farli spegnere o ammosciare. Cominciamo a parlare di letture e librerie, poi lui mi ferma e mi dice: ferma un attimo lei non è di Napoli, lei è delle parti di Sapri, il suo accento mi ricorda quelle parti lì. Io dico di no, che ha sbagliato. A quel punto un po’ si intristisce, perché il lavoro che faceva non gli permetteva  nemmeno questi piccoli errori. E io subito perché che lavoro faceva? Lavoravo nei servizi segreti…Da lì l’ho bombardato di domande, la mia missione è questa, fare il nipotino che li ascolta, che li fa sfogare. Volevo delle dritte assurde però, tipo che è succeso a Ustica, la strage di Bologna chi l’ha ideata e varie. Sono riuscito a ottenere poco, anche perché mi ha detto io te le posso pure dire delle cose però poi dovrei ucciderti. Ho avuto qualche dubbio, la curiosità può fare delle vittime…In ogni caso mi ha detto alla Manuel Fantoni che la CIA è composta da rincoglioniti che hanno solo i mezzi, che gli italiani sono delle spade, ma non hanno i mezzi e che l’unico servizio segreto che ha le palle esagonali (testuale) è il Mossad. L’italiano che sa di più è Cossiga, e che per istinto narcisistico vorrebbe raccontere tutto ma non può. è poco, lo so, non ho saputo fare di meglio, ma lo devo rincontrare, assolutamente. Gli ho proposto di fare un libro, ma ha detto che poi avrebbe dovuto uccidere tutti i suoi lettori appunto…

 
ps
quando l’ho salutato era terrorizzato all’idea di non trovare la macchina sotto al parcheggio. Allora gli ho detto, e che cazzo uno come lei dovrebbe trovare tutto, senso dell’orientamento importante e che cazzo. Lui mi ha risposto: ho bisogno delle stelle…

27 novembre 2007

La casa di Palazzeschi

L’autore [Aldo Palazzeschi] non chiede o pretende privilegi di sorta, non ha bisogno di compensi o di anticipi, né desidera inserzioni pubblicitarie o ristampe, non sollecita pressioni sui critici o i giurati dei premi, anzi offre quel poco o quel tanto che personalmente può dare in occasione dello Strega e di altri concorsi meno noti: quel che conta per lui è aver trovato una “casa”, anzi la casa nella quale i suoi libri sono accolti con amorosa e vigile attenzione, non uno per uno, ma tutti indiscriminatamente, e poi pubblicati nei lussuosi e spessi volumi dei «Classici contemporanei» – che anticiparono i «Meridiani» di oggi – o nei più dimessi tascabili d’allora, come nelle più note collane di novità: «Lo specchio» per la poesia, o i «Narratori Italiani». È Alberto, naturalmente, che seduce intellettualmente Palazzeschi, manifestando una sincera ammirazione letteraria, una più segreta complicità tra poeti che conoscono e intendono il mistero dell’arte profondamente appagante. Ma è Arnoldo che insegue il “suo” autore, lo corteggia e lo ammalia, che ha per lui premure paterne e fraterne, anticipandone desideri e speranze, solleticandone inespresse verità e confortando le sue insicurezze. […]

Cesare De Michelis, “Così conquistò Aldo”, Domenica del Sole 24 Ore, 11 novembre 2007

26 novembre 2007

Delirium tremens

venerdì sera, in pieno delirio cortazariano, sono uscito dalla casa editrice e mi sono catapultato come un matto a trovare gli amici librai cristiano e pierpaolo, prima che la libreria chiudesse. avevo deciso di fare incetta di libri del nostro, in preda al terrore – forse irrazionale – che qualche indice decretasse all’improvviso il divieto di commercializzazione della letteratura. ho provato così il piacere rinnovato di aggirarmi tra i libri come un tossico in astinenza, come mi accadeva un tempo, e come fatalmente da alcuni anni non mi succedeva più. però accompagnato, questa volta, da quella scorza di disincanto che più di quattro anni passati nell’editoria ti depositano tutto intorno alle vene. ho comprato "ultimo round", di alet. e ho comprato "bestiario" e "ottaedro", di einaudi. notando con un certo imbarazzo (per loro) e un certo sollievo (per noi) la parabola evolutiva dei nuovi einaudi tascabili, rinnovati in pompa magna qualche anno fa. "bestiario", che è del 2005, porta in copertina una frase memorabile: "un rompicapo ricco di colpi di scena". icastica sintesi che non potrà mai competere con quella affibbiata a suo tempo, stessa collana, a "la luna e i falò" ("il capolavoro di cesare pavese"), ma che comunque c’è e fa la sua suina figura. "ottaedro", che è dello scorso febbraio, in copertina non ha nessuna frase. per somma gioia del caro estinto. lo stesso estinto che, ci informa la quarta di "bestiario", "con le sue pagine folgoranti si è confermato come uno dei grandi del novecento" (grande oh, popio figo sto cortazza!) e che, soprattutto, altre opere prima di questa "ha pubblicato negli et" (telefono casa). formula quest’ultima che in "ottaedro" diventa, chissà per quale misterioso ripensamento, "di julio cortázar einaudi ha pubblicato". insomma, la consolazione – se una consolazione c’è – è che allo struzzo abbiano fatto fuori il genio creativo che per un incongruo rimpasto ("incongruo" è bell’aggettivo, di cui non finirò mai di ringraziare tuena e barillari) si era trovato ad assolvere all’umile compito di scrivere i testi di copertina. che dio lo abbia in gloria. il fine settimana è proseguito sabato in grande spolvero, quando con enorme anticipo sulla data di uscita in libreria – lusso che si possono permettere solo i grandi editori – il femminile di repubblica ha presentato ai propri lettori l’atteso, quarto greenwich: "tre volti a giugno" di julia green. amen.

26 novembre 2007

Bianco freddo

Ain’t no sunshine when she’s gone
It’s not warm when she’s away
Ain’t no sunshine when she’s gone
and she’s always gone too long
Anytime she goes away

Wonder this time where she’s gone
Wonder if she’s gone to stay
Ain’t no sunshine when she’s gone
and this house just ain’t no home
anytime she goes away

And I know, I know…

Hey, I oughta leave the young thing alone
But ain’t no sunshine when she’s gone

Ain’t no sunshine when she’s gone
Only darkness everyday
Ain’t no sunshine when she’s gone
and this house just ain’t no home
anytime she goes away

Bill Withers, Ain’t no sunshine

26 novembre 2007

L’Herbarium di Emily Dickinson

Rocambolesche vicende ereditarie portano un certo giorno le spoglie della storia terrena di Emily Dickinson alla Houghton Library di Harvard. Arrivano enormi bauli con i libri di casa, i dagherrotipi, vari oggetti dell’infanzia, i ritratti dei Dickinson bambini, i manoscritti… E tra il bric-à-brac che accompagna l’esistenza, un Herbarium. Ovvero, un album dalla copertina rigida, di colore verde, che conta sessantasei pagine, in cui una mano esperta ha con cura disposto in mostra 424 esemplari essiccati di fiori e piante da giardino, da prato o da interno, appartenenti a specie autoctone o naturalizzate nelle vicinanze di Amherst, Massachusetts. I grandi fogli vengono ripuliti dalla polvere, e dagli insetti che vi si erano annidati, e si scopre così la bellezza del primo, anzi unico “libro” di Emily Dickinson. La disposizione dei fiori, le combinazioni di foglie e gambi e corolle, le etichette con i nomi propri, per lo più in latino, tutto è incantevole. E oggi perfettamente riprodotto in facsimile dalla casa editrice Elliot. È un regalo meraviglioso per noi appassionati di Emily. Che ci avvicina ancora di più alla poesia. E conferma quel che già sapevamo, e cioè che Emily Dickinson è una scienziata della natura. Una naturalista attenta e scrupolosa, che nell’Herbarium raccoglie non solo esemplari botanici, ma i semi della sua poesia. I fiori essiccati sono ad arte accoppiati perché conversino insieme i più umili e i più sofisticati. Come in quelle sacre conversazioni della pittura rinascimentale, un muto colloquio unisce il gelsomino bianco e il crespino comune, sì che la grazia delicata del primo suggerisce a contrasto la forza tenace del secondo. Emily adora entrambe: sia la forza che la fragilità. Dalla frequenza con cui appaiono nelle sue pagine è chiaro che ama i narcisi, ma anche i gerani, e le margherite. Si identifica con una margherita. E in poesia — la numero 19 — interpreta senza difficoltà la parte della rosa. A volte sbaglia, confonde il toxicodendron radicans con il celastro, chiama la gentiana clausa con il nome di cardo stellato. Sono errori non di incompetenza, ma di distrazione, secondo me. Li fa anche Henry Thoreau nel suo erbario. Lo dico per avvertire che la devozione allo studio di fiori e piante e erbe era comune in quegli anni. Attività poetica, più che femminile per Emily. La quale in tale occupazione si apparenta ai poeti, più che alle donne: a Shakespeare, che ha un vocabolario botanico vastissimo e distingue la cicuta dal crescione e dalla zizzania; e a Keats, che quando poggia i piedi in vetta a un colle riconosce il biancospino e il laburno e la siepe d’avellana e la rosa selvatica… Se i romantici hanno letto Rousseau, che è grande botanico, Emily ha letto senz’altro il grande saggio di Emerson sulla natura. E condivide l’emozione di Thoreau, quando in Walden, di fronte alla primavera, confessa di sentirsi «nel laboratorio dell’artista che creò il mondo». Nel vocabolario trascendentale scienza e teologia si abbracciano. Né dobbiamo dimenticare che Emily è una giovane donna istruita, che si avvantaggia delle migliori scuole. Appartiene non a caso a una famiglia coinvolta nella storia dell’istruzione in America.  E nei sette anni trascorsi all’Amherst Academy, fondata dal nonno, dove entrò all’età di nove anni, imparò non solo a leggere, scrivere e far di conto, ma si educò alla filosofia, al latino, alla botanica. Nella convinzione che, grazie alla scienza, l’amore dovuto alla Creazione, in quanto manifestazione dell’Altissimo, si sarebbe rafforzato. E dal cuore sarebbe sgorgata spontanea l’esclamazione di gratitudine a Dio padre, artefice di ogni bellezza.  Ma per riuscire a vedere che «il Soprannaturale non è altro che il Naturale rivelato» bisognava applicarsi: la «rivelazione» sarebbe mancata a chi non avesse occhi «preparati». Ecco perché Emily, studentessa non solo scrupolosa, ma intelligente, studia con passione la storia naturale, zoologia e botanica, e impara a distinguere il calice e il sepalo, la corolla, lo stame, il pistillo, il ricettacolo, il pericarpo, il seme. È precisa Emily. Ha una mente lucida, ama il dettaglio. Non usa mai l’immagine del fiore in modo decorativo, evocativo — alla maniera di Wordsworth, per fare un esempio. Semmai, lavora al modo opposto. Osservate la poesia 66: nei primi quattro versi descrive nudamente il processo che porta dal bulbo al fiore, nei tre successivi associa alla metamorfosi del bruco in farfalla. E negli ultimi tre ci lascia perplessi. Sapremo cogliere il simbolo? Sì, se saremo capaci della piroetta metafisica, che stringe in vertiginosa intimità micro e macrocosmo. Ma intanto, sotto i nostri occhi è fiorito un bulbo, è nata una farfalla.

Dalla zolla, così,
d’oro e scarlatto
sorgerà più d’un bulbo
che scaltramente fu nascosto
ad occhi esperti
Dal bozzolo, così,
balzerà più d’un verme
con tanti lieti colori
I contadini come me,
i contadini come te
guardano perplessi.

Poesia 66, 1859 ca

Nadia Fusini, "Il segreto di Emily. Le poesie nascono dai fiori", La Domenica di Repubblica, 25 novembre 2007

25 novembre 2007

John Donne

Morte, non andar fiera se anche t’hanno chiamata
possente e orrenda. Non lo sei.
Coloro che tu pensi rovesciare non muoiono,
povera morte, e non mi puoi uccidere.
Dal riposo e dal sonno, mere immagini
di te, vivo piacere, dunque da te maggiore,
si genera. E piu’ presto se ne vanno con te
i migliori tra noi, pace alle loro ossa,
liberazione all’anima. Tu, schiava
della sorte, del caso, dei re, dei disperati,
hai casa col veleno, la malattia, la guerra,
e il papavero e il filtro ci fan dormire anch’essi
meglio del tuo fendente. Perché dunque ti gonfi?
Un breve sonno e ci destiamo eterni.
Non vi sara’ piu’ morte. E tu, morte, morrai.

Traduzione di Cristina Campo