Archive for dicembre 2007

31 dicembre 2007

Una volta nella vita

a dublino, e in tutta l’irlanda, il pub è un’istituzione. si va al pub di sera ma anche di giorno, per bagnare il palato in una pinta di guinness o per accompagnarla con una succulenta porzione di irish stew, per conversare amabilmente con il vicino di tavolo o per leggere il giornale distesi su un divanetto. insomma, si va per stare, il pub non è mai un luogo di passaggio. e si va per stare in compagnia, anche quando ci si tiene in disparte: in compagnia del vociare, degli sguardi, dei commenti ad alta voce, dei rumori provenienti dal bancone. del rito del pub gli irlandesi vanno da sempre orgogliosi. tutti, con poche eccezioni. tra queste il burbero william butler yeats, che si tenne una vita intera a debita distanza dal pub, di cui non amava la promiscuità popolana. ma un giorno – lo racconta l’autore della guida lonely planet di dublino – yeats fece sapere all’amico oliver st john gogarty di aver maturato il desiderio di varcare, per la prima volta, la porta di uno di quei locali fumosi (oggi non più, si fuma fuori). st john gogarty lo accompagnò al james toner’s, in lower baggot street, a pochi passi dalla dimora di yeats nella elegante merrion square. yeats ordinò uno sherry, lo sorseggiò in silenzio, si guardò attorno alcuni minuti, poi rivolto all’amico disse: "bene, ho visto il pub, adesso per piacere riportami a casa".

31 dicembre 2007

Cerchi di neve

Forse fu la neve, il cibo, o la difficoltà della mia vita che mi fecero sperare di addormentarmi per risvegliarmi con il passato intatto. Sembrava che avessi corso su un grande cerchio per poi ritrovarmi esattamente al punto di partenza.

Jeanette Winterson, Non ci sono solo le arance, Mondadori

30 dicembre 2007

Il corpo di Anne, una città di carne

Osservate come mi ha numerato le vene blu
sul seno. Ci sono anche dieci efelidi.
Ora va a sinistra. Ora va a destra.
Sta costruendo una città, una città di carne.
È un appaltatore. Ha fatto la fame negli scantinati
e, signore e signori, fu distrutto dal ferro,
dal sangue, dal metallo, dal ferro
trionfante della morte di sua madre. Ma ricomincia.
Ora costruisce me. È ossessionato dalla città.
Dalla gloria delle assi mi ha costruito.
Dalla meraviglia del cemento mi ha plasmato.
Di seicento cartelli stradali mi ha dotato.
Stavo ballando, ha costruito un museo.
Una mossa a letto, ha costruito dieci isolati.
L’ho lasciato, ha costruito un cavalcavia.
Gli ho regalato fiori, ha costruito un aereoporto.
Per semafori ha distribuito leccalecca rossi e verdi.
Eppure in cuor mio io sono un "rallentare, bambini".

Anne Sexton, Signor Tuttomio

29 dicembre 2007

Il paese dove sono nato e la questione delle teste di cazzo

Sono nato in un paese di stupide teste di cazzo e, se non altro per associazione, o forse determinismo genetico (che pensiero tranquillizzante e sgradevole), devo essere anch’io una stupida testa di cazzo. Le stupide teste di cazzo del mio paese hanno eletto re una stupida testa di cazzo, e lui ha governato con stupida gloria e maestà del cazzo, una stupida testa di cazzo per l’eternità, che in un’epoca più giusta avrebbe avuto successo come l’omino che chiude la sfilata del circo con un badile, ma forse nemmeno. Quella stupida testa di cazzo è stato eletto da stupide teste di cazzo e spalleggiato da stupide teste di cazzo e forse addirittura scaricato da stupide teste di cazzo, ma le stupide teste di cazzo, essendo stupide teste di cazzo, o se ne sono dimenticate o l’hanno perdonato e sono tornate ad amare il re stupida testa di cazzo che ama la guerra e i soldi e macellare la nostra lingua mentre si mastica l’internoguancia e inquina l’aria con slogan tipo: Se non hai un nemico, trovane uno e Nel dubbio, coltiva la paura e l’odio, anche se il mio inutilizzato preferito è Siamo Noi contro di Loro, peccato che non siamo tutti Noi. Ma anch’io sono una stupida testa di cazzo, se non altro per la semplice ragione che ti sto dando della stupida testa di cazzo e mi aspetto che tu continui a leggere e per scrivere questo brano per aprire un brano più ampio che potrebbe avere o non avere qualcosa a che fare con tutto il mio progetto qui, sempre che sia un progetto, un libro, una missione, un’opera, un diario o dei graffiti. Sì, graffiti, ecco cos’è questo, le mie parole scarabocchiate sui treni e sui ponti e sui recinti di lamiera ondulata che corrono intorno ai cortili.
 
Percival Everett, La cura dell’acqua, Greenwich — Nutrimenti, trad. di Marco Rossari, a marzo nelle librerie

29 dicembre 2007

Questo è Pironti
 
Silvia Kramar, corrispondente da New York per Il Giornale di Indro Montanelli, viveva negli Stati Uniti da più di dieci anni. L’avevo conosciuta durante uno dei suoi rientri in Italia e da allora, tutte le volte che tornava in America, mi chiamava quando c’erano novità letterarie interessanti.
«Sono appena usciti due buoni libri e varrebbe la pena che tu considerassi la possibilità di acquistarne i diritti per l’Italia», mi disse durante una di quelle telefonate che arrivavano nelle ore più impensate.
«Spiegami di che cosa si tratta», le chiesi.
«Uno dei due è una storia di dolore. L’altro è scritto da un giovanissimo californiano sconosciuto fino a poco tempo fa. Si intitola Less than zero e qui se ne parla molto. Bret Easton Ellis, questo è il nome dell’autore, ha diciotto anni ma è già una star nelle librerie. Nel romanzo parla della gioventù dorata americana che si droga, delle famiglie dove non c’è più amore, né dialogo o confidenza, solo soldi, e i giovani sono abbandonati a sé stessi. In breve, sesso, droga e alienazione».
«Puoi mandarmi una nota per ognuno?», dissi.
Pochi giorni dopo mi arrivarono due esaurienti schede informative. Uno dei due libri parlava della morte di una madre. Una storia davvero straziante, come Silvia mi aveva anticipato al telefono. L’altra riportava più dettagliatamente quello che già sapevo. Di entrambi la stampa parlava benissimo e entrambi, in poco tempo, avevano venduto moltissime copie.
A rappresentare in Italia le case editrici dei due romanzi era Denis Linder, succeduto al padre Eric nella grande agenzia letteraria milanese da lui fondata. Eric Linder era stato una vera autorità nel suo campo. Il figlio ne aveva ereditato il prestigio e molte qualità professionali. Seppure con un certo scetticismo, scrissi a Denis Linder per ottenere i diritti dei due libri americani. Non mi aspettavo una risposta perché pensavo che molto probabilmente neppure conoscesse il mio nome. E invece Linder rispose. Mi disse che ai due libri erano interessati altri editori e che ci sarebbe stata un’asta telefonica.
Un’asta telefonica non l’avevo mai fatta e non avevo idea di come andassero le cose.
Linder mi chiamò all’ora e nel giorno stabilito.
«È pronto?», mi chiese.
Alla mia risposta affermativa disse:
«Bene. Possiamo aprire l’asta. Sono collegato con altri editori e ognuno di voi farà la sua offerta. Lei quanto offre per il libro di Ellis?».
Il gioco era cominciato.
«Cinque milioni».
«E per l’altro libro?».
Dissi l’identica cifra.
«Va bene», disse Linder. «Aspetti che ora sento le altre offerte. La richiamo fra cinque minuti».
Puntuale, il telefono squillò dopo cinque minuti.
«Pironti», disse Linder, «ho avuto offerte di otto milioni per un libro e altrettanti per l’altro».
Rilanciai subito.
«Offro dieci milioni».
«Il primo rilancio», mi spiegò Linder, «deve essere del cinquanta per cento in più rispetto all’ultima offerta, come minimo».
«Allora dico quindici e quindici», risposi immediatamente.
«Sento gli altri e la richiamo».
«L’ultima offerta che ho avuto è di venticinque milioni per ognuno dei libri», mi comunicò nella successiva telefonata.
Il gioco si stava facendo pesante.
«Continuo solo per il libro di Ellis», dissi.
Mi rispose che era possibile fare offerte singole. Mi avrebbe richiamato ancora dopo cinque minuti.
La mia agitazione aumentava a mano a mano che squillava il telefono. "Dove potrò arrivare?", mi chiedevo. Non ne avevo idea, ma era ottobre e in libreria la vendita dei testi scolastici mi dava una certa sicurezza. Probabilmente avrei avuto la possibilità di fare un’altra offerta prima di ritirarmi.
La telefonata arrivò puntuale.
«C’è un’offerta di trentacinque milioni per il libro di Ellis».
«Quaranta milioni», dissi.
Avvertii la sorpresa di Linder all’altro capo del filo.
«Ha lasciato l’altro libro. Lasci anche questo. Si sta intestardendo», mi consigliò.
«Chi sono gli altri editori?», chiesi.
«Questo non glielo posso dire», rispose. «Ma le posso dire che sono editori importanti».
«Ha ragione», dissi. «È una gara insostenibile. Devo proprio lasciare?».
«Forse un’opportunità ce l’avrebbe. Per le offerte oltre i cinquanta milioni, gli altri devono riunire il consiglio di amministrazione, non possono decidere su due piedi. Lei può farlo subito, se crede».
Era quella la strada per spuntarla.
«Cinquantuno milioni» dissi, e cominciai a sudare freddo.
Era davvero una grossa cifra quella che avevo offerto.
«La richiamo fra cinque minuti», disse Linder.
In quella che mi sembrò un’attesa interminabile, pensai ai risvolti disastrosi che avrebbe potuto avere quella mia caparbietà.
«Il libro di Ellis è suo».
Quella frase di Linder mi riscosse dalle fantasticherie in cui mi ero perso.
«Il suo più accanito concorrente ha deciso di continuare solo per l’altro libro».
«E chi è l’altro concorrente? Ora che è tutto finito, spero possa dirmelo», dissi.
«Non potrei neppure adesso ma faccio uno strappo alle regole».
«E allora?», chiesi. Ero troppo curioso.
«A voler maggiormente il libro di Ellis era Mondadori».
Incredibile. Avevo gareggiato con il più grande editore italiano. Ora, però, dovevo pagare all’agenzia letteraria i cinquantuno milioni e avevo pochi giorni per farlo. Non potevo più tornare indietro, dovevo solo affrettarmi a pagare Linder e a fare tradurre il libro.
Mi ero lasciato prendere la mano e, come alla roulette, avevo puntato tutto su quel giovane scrittore. "Se in America ha venduto centinaia di migliaia di copie, in Italia riuscirò a venderne almeno quindicimila per rifarmi dei costi?", mi chiedevo. Neppure i conti che avevo fatto, tra una telefonata e l’altra, riuscivano a rassicurarmi.
Per giorni quel pensiero non mi diede pace, poi un pomeriggio in libreria un impiegato svagato disse:
«C’è una certa Pivano al telefono che vuole parlarti».
«Pronto», dissi.
«Sono Fernanda Pivano».
«Signora Pivano», dissi emozionatissimo «Che piacere sentirla!».
«È lei che ha comprato i diritti di Ellis, vero?».
«Sì».
«Ma come ha fatto? È incredibile».
«Mi è stato segnalato dall’America, da una mia amica che vive lì, Silvia Kramar».
«Lo sa che è un grande libro? Doveva prenderlo Mondadori, lo sa?».
«L’ho saputo», dissi pieno di orgoglio.
«Ma come ha fatto?», lei insisté.
«Ho partecipato a un’asta telefonica e alla fine ho saputo contro chi avevo gareggiato. Acquistare quei diritti, per un piccolo editore come me, è stata una scommessa. La sua telefonata mi incoraggia. Comincio ad avere meno paura di quello che ho fatto».
«Ma lo sa che Ellis ha scritto questo libro a diciassette anni ed è la grande promessa della letteratura americana? Lei ha avuto coraggio e audacia. Le scriverò un saggio su Ellis e glielo manderò, senza compenso. Lei mi ha davvero stupita».
Arrivarono cinquanta cartelle dattiloscritte, un saggio sulla letteratura americana contemporanea. Con quelle bellissime pagine il libro di Ellis era completo. Mi restava solo da scegliere un ottimo traduttore. Non potevo rovinare tutto con una cattiva traduzione. Pensai di rivolgermi a Francesco Durante, stimato giornalista oltre che esperto di letteratura americana. Lo conoscevo da alcuni anni ed ero sicuro che avrebbe fatto un lavoro perfetto. Francesco aveva simpatia per me. Qualche tempo prima, mi aveva regalato una copia di Seminario sulla gioventù, di Aldo Busi, dicendomi: «Leggilo. Questo è uno dei migliori libri degli anni Ottanta».
Andai in via Chiatamone, alla redazione del Mattino, dove lui lavorava come redattore capo alla cultura. Avevo con me il romanzo di Ellis e il saggio di Fernanda Pivano. Francesco mi accolse come sempre con quel suo affascinante sorriso e accettò di tradurre Ellis. Poi mi disse:
«Perché non provi a comprare anche i diritti di un altro americano, Raymond Carver? È un grande della letteratura americana ma in Italia è poco conosciuto».
«Ci proverò», risposi. «Non mi dispiacerebbe affatto iniziare una collana di scrittori americani».
Ritornai in libreria e telefonai a Fernanda Pivano per chiederle di Carver.
«Sai Tullio, proprio la settimana scorsa sono stati miei ospiti lui e la sua compagna Tess Gallagher. Dovresti vedere come sono carini. Appena si parla di letteratura, cominciano a litigare. Lei dice che per ogni libro che ha scritto Carver, è stata sua l’idea. È per questo che litigano in continuazione ma sono due persone eccezionali. Anche Tess è una brava scrittrice. Ti consiglio di provare a comprare i diritti anche di qualche suo romanzo. Contatta l’Agenzia Letteraria Linder».
Come mi avevano suggerito Francesco Durante e Fernanda Pivano comprai i diritti di Ultramarine e Fires di Raymond Carver e L’amante dei cavalli di Tess Gallagher.
 
Tullio Pironti, Libri e cazzotti, Pironti editore
 
Il libro è bellissimo e naturalmente difficile da trovare.

28 dicembre 2007

Venerdì, venerdì.
Oggi ho le mani congelate. Scrivo a fatica. Eppure il sole è bellissimo. A dopo.

26 dicembre 2007

Le parole a forza di studiarle possono essere disgregate
 
cliente: Questa roba è stantia.
venditore: Stantia?
consumatore: Sì, stantia, non è fresca, è cattiva.
cassiere: Guardi che lo so che cosa significa stantia.
americano: Ecco, appunto: è stantia.
israeliano: Ma che cosa le fa pensare che dovrei sapere che cosa significa stantia?
uomo d’affari in trasferta: Be’, non ne ero sicuro, infatti stavo cercando di spiegare…
ex giornalista: È la solita arroganza americana alla massima potenza. Lei si trova in Israele, in pieno Medio Oriente, e dice stantia. Non sta scritto da nessuna parte che io debba sapere cosa vuol dire!
pantaloni stirati: Però lo sapeva.

 
Todd Hasak-Lowy, "Sul luogo dove sorge il museo dedicato agli ebrei vittime delle persecuzioni naziste", Non parliamo la stessa lingua, minimum fax

26 dicembre 2007

Streghe

Sono uscita, una strega posseduta
che anela l’aria nera, resa audace dalla notte;
sognando malefici, ho seguito il mio compito
sorvolando le case, luce dopo luce:
figura solitaria, con dodici dita, folle.

Anne Sexton

È lei la donna che inseguo.
Ogni volta che entro in una stanza
lei c’è già stata
con capelli che odorano di leoni e tigri,
con un abito più nero dell’inchiostro di seppia,
con scarpe che guizzano come lucertole
sopra il grano ondeggiante del tappeto.
Non è vergine né madonna.
Le sue palpebre sono rosse.
Va a letto con tutti.

Erica Jong

25 dicembre 2007

Benjamin
 
Benjamin la nuova trasmissione del TG1 dedicata ai libri ha dedicato un servizio a minimum fax. Qui.

25 dicembre 2007

Torn
 
I’m all out of faith, this is how I feel
I’m cold and I’m shamed lying naked on the floor
Illusion never changed into something real
Im wide awake and I can see the perfect sky is torn
You’re a little late, I’m already torn
 
Natalie Imbruglia, Torn