Archive for gennaio 2008

31 gennaio 2008

Scacco al filo, storie di poeti qualunque

Casa editrice Il Filo. Al telefono della sede di Viterbo rispondono voci vellutate e flautate. Incredibile. Provate a chiamare i «grossi» editori, se non ci credete. Vi sbrigheranno in pochi minuti. Se poi siete un autore inedito, all’esordio, allora è una Linea Maginot, un tappeto di «cavalli di Frisia». E se mandate un manoscritto, è come spedirlo all’inceneritore. Al Filo invece sono gentilissimi. Non solo non cercano di sottrarsi, ma s’intrattengono con lo sconosciuto. Non basta. Sono proprio loro che vengono a cercarvi. Acquistano spazi pubblicitari sulle pagine di giornali di tutto rispetto, il Corriere della Sera e Repubblica e Il Sole 24 Ore e anche sui quotidiani gratuiti. Gli annunci recitano «Scrittori emergenti». Bello grosso. E poi, te lo dicono chiaro: «La casa editrice Il Filo seleziona opere letterarie inedite per la pubblicazione». Tu, autore emergente ma inedito, vuoi essere scelto? Manda il tuo materiale. Un romanzo di 400 pagine va benissimo, anche 600, non ci sono limiti massimi, ma solo limiti minimi (non meno di 40 pagine per la prosa, non meno di 30 poesie). Così ha fatto una nostra amica, Monica, l’anno scorso. Ha mandato 30 poesie. Le hanno risposto subito, via e-mail. «Gentile autrice, qualora l’opera risulti selezionata dal nostro comitato di lettura, Le invieremo una proposta editoriale entro il 29 febbraio 2008. Qualora non ricevesse nostra comunicazione entro la suddetta data può considerare la Sua opera non selezionata». La nostra amica era un po’ sulle spine. Finché, all’inizio di gennaio, le è arrivato a casa un plico. L’editore esordiva: «Oggetto: Selezione Opere Letterarie. Gentile ecc., Le scriviamo dopo aver letto con interesse la Sua Opera, che ha inviato in esame alla nostra casa editrice e che ci ha ben impressionato. Di qui la convinzione che il Suo lavoro sia pronto ad entrare nel nostro progetto di pubblicazione e lancio di nuovi autori. In allegato troverà il contratto di edizione che desideriamo proporLe (…)» La lettera proseguiva con espressioni come: «nuove realtà letterarie», «scommessa editoriale», «efficacia, trasparenza, stretta collaborazione» e «correttezza». Tutta musica per le orecchie di chiunque abbia mai affrontato i centralini degli editori. Poi la lettera spiegava che lei, Monica, doveva pagare. E infatti, nell’allegato Accordo di Edizione, già firmato dall’editore Il Filo, si dice: «Siamo pronti a pubblicare la Sua Opera all’interno della collana “Nuove Voci” qualora possa fare acquistare, o acquistare direttamente, presso la nostra casa editrice n. 150 copie del Suo libro, al prezzo di copertina di Euro 12,00». Dunque, 1.800 euro, anche a rate, tre o dieci, e il libro uscirà a quattro mesi dal saldo.
Solo a questo punto Monica si è resa conto di avere a che fare con un editore a pagamento. Che però in cambio le promette servizi letterari e promozionali. Presentazione in una trasmissione radiofonica (una piccola radio, per la verità, legata al Filo. Il programma si chiama La luna e i falò). Pubblicità nel sito della casa editrice. Promozione all’interno della rivista Nuove Voci, sempre di casa. Poi, in un opuscolo che illustra le strategie editoriali del Filo, la matassa comincia un po’ a imbrogliarsi. Molte voci della cultura vengono citate come testimonial, da Alda Merini, presidente onorario, a Alberto Bevilacqua, Andrea De Carlo, Luciano De Crescenzo, Dario Fo, Giorgio Forattini, Maurizio Maggiani, Mario Monicelli, Aldo Busi e via dicendo. Ma non è chiaro che cosa abbiano fatto a parte essere intervistati sulla rivista. La casa editrice dice che grazie a un intenso lavoro di promozione «è riuscita ad arginare le difficoltà legate alla distribuzione tradizionale». Ammette che la prima tiratura sarà bassa (non dice quanto). Che la distribuzione la farà il Gruppo Mursia (confermano, ma è una distribuzione su richiesta). Che si partecipa a premi, come «Il Litorale», «Il Giunco», il «Città di Arona» o il «Terme di Spezzano». E se non si vince, ci sarà almeno un piazzamento, una menzione speciale. Poi, nell’opuscolo, appaiono una ventina di struggenti testimonianze scritte di autori pubblicati dal Filo. Non uno che ammetta di aver sborsato un centesimo.
Infine, va detto che Monica è una birichina e non pagherà e non pubblicherà, perché la Sua Opera che ha «tanto bene impressionato» è una collezione di trenta testi, tutti già strapubblicati e straediti. Ha mandato una poesia di Bukowski, una di Rabindranath Tagore, un pezzo di Kahlil Gibran, un passaggio dell’Ecclesiaste, in ossequio al principio di mescolanza tra cultura alta e bassa, i versi di Una manciata di miracoli di Franco Califano e quelli di Ti scatterò una foto di Tiziano Ferro. Emily Dickinson e Orietta Berti. Ha cambiato solo i titoli.
Così chiamiamo Il Filo. Il direttore editoriale Giuseppe Lastaria, non c’è. Parliamo con il dott. Silvio Scorsi, responsabile dei comitati di lettura. Ci spiega che i testi sono selezionati con scrupolo da lettori qualificati. Che stanno attenti. Che nel momento in cui fanno una proposta editoriale è perché il testo ha delle qualità letterarie, o perlomeno l’autore promette bene. Gli chiediamo: «Supponga che uno le mandi un capitolo di Guerra e pace e che gli venga proposto un contratto di pubblicazione a pagamento…». «Be’ sarebbe davvero imbarazzante», risponde. 
 
Paolo Bianchi, “Vi racconto la beffa dei falsi versi d’autore”, Il Giornale, 31 gennaio 2008
 

Su sagace segnalazione di Benedetta vi invito a leggere qualche scambio di vedute sulla casa editrice Il Filo presenti sul blog di Marcello Baraghini e Ettore Bianciardi. Qui.

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Kafka rivisita Cappuccetto Rosso

31 gennaio 2008

Ma la nonna abitava fuori, nel bosco, a una mezz’ora dal villaggio. E quando giunse nel bosco, Cappuccetto Rosso incontrò il lupo. Ma non sapeva che fosse una bestia tanto cattiva e non ebbe paura.

– Buon giorno, Cappuccetto Rosso, – egli disse.
– Grazie, lupo.
– Dove vai cosi presto, Cappuccetto Rosso?
– Dalla nonna.
– Cos ‘hai sotto il grembiule?
– Vino e focaccia: ieri abbiamo cotto il pane; così la nonna, che è debole e malata, se la godrà un po’ e si rinforzerà.
– Dove abita la tua nonna, Cappuccetto Rosso?
– A un buon quarto d’ora di qui, nel bosco, sotto le tre grosse querce; là c’è la sua casa, è sotto la macchia di noccioli, lo saprai già, – disse Cappuccetto Rosso.
Il lupo pensava: “Questa bimba tenerella è un grasso boccone, sarà più saporita della vecchia; se sei furbo, le acchiappi tutt’e due”.

Jacob e Wilhelm Grimm, Cappuccetto rosso

Peter si era fidanzato in un villaggio vicino con unA donna ricca. Una sera andò da lei. Dovevano sposarsi la settimana dopo e parlare di molte cose. Tutto andò bene ed era soddisfatto di come avevano regolato le cose. Tranquillo, perciò, verso le dieci, si avviò a casa sua, con la pipa in bocca e senza per nulla curarsi della strada a lui ben nota. All’improvviso, mentre attraversava un folto d’alberi, fece un balzo indietro per lo spavento senza capire perché. Poi vide due occhi come oro che luccicavano mentre una voce gli diceva:
«Sono il lupo».
«Che vuoi?», disse Peter. Restava lì sconvolto, piantato a terra, con le braccia spalancate, la pipa in una mano e il bastone nell’altra.
«Te», disse il lupo. «Ho cercato qualcosa da mangiare tutto il giorno».
«Te ne prego», disse Peter, «per oggi risparmiami. Mi sposerò tra una settimana, lasciami vivere questo momento».
«Ti accontento, ma non volentieri», disse il lupo, «e che cosa mi dai in cambio?».
«Dopo ci prenderai tutti e due, me e la mia sposa». […]

Franz Kafka, “Hochzeitvorbereitungen”, Storie di animali, Sellerio

31 gennaio 2008

 

30 gennaio 2008

Rewind

Magari, quando si è reso conto che lì dov’era non poteva più restare, come Billy Pilgrim ha cominciato a viaggiare nel tempo andandosene in giro nella sua vita, saltando anarchicamente di anno in anno, ora a ritroso ora in avanti, scivolandoci dentro, scivolando perfino lungo la curva irta di bozzi dell’esperienza bellica, l’attrito sconfitto dal potere lubrificante dell’ironia. L’ironia che nidifica tra i buchi bianchi che mitragliano questo romanzo spastico, candide dissolvenze a nero tra un brandello di testo e un altro. L’ironia che nobilita e trasfigura un genere letterario, l’ironia che denuncia, l’ironia che condanna, l’ironia che diverte, l’ironia che salva. L’ironia che, con una stupida caduta, uccide. Così va la vita.

*

Era un film sui bombardieri americani durante la Seconda guerra mondiale e sui loro coraggiosi equipaggi. Vista a rovescio da Billy, la storia era questa:
Gli aerei americani, pieni di fori e di feriti e di cadaveri decollavano all’indietro da un campo d’aviazione in Inghilterra. Quando furono sopra la Francia, alcuni caccia tedeschi li raggiunsero, sempre volando all’indietro, e succhiarono proiettili e schegge da alcuni degli aerei e degli aviatori. Fecero lo stesso con alcuni bombardieri americani distrutti, che erano a terra e poi decollarono all’indietro, per unirsi alla formazione.
Lo stormo, volando all’indietro, sorvolò una città tedesca in fiamme. I bombardieri aprirono i portelli del vano bombe, esercitarono un miracoloso magnetismo che ridusse gli incendi e li raccolse in recipienti cilindrici d’acciaio, e sollevarono questi recipienti fino a farli sparire nel ventre degli aerei. I contenitori furono sistemati ordinatamente su alcune rastrelliere. Anche i tedeschi, là sotto, avevano degli strumenti portentosi, costituiti da lunghi tubi di acciaio. Li avevano per succhiare altri frammenti dagli aviatori e dagli aerei. Ma c’erano ancora degli americani feriti, e qualche bombardiere era gravemente danneggiato. Sopra la Francia, però, i caccia tedeschi tornarono ad alzarsi e rimisero tutti e tutto a nuovo.

Quando i bombardieri tornarono alla base, i cilindri d’acciaio furono tolti dalle rastrelliere e rimandati negli Stati Uniti, dove c’erano degli stabilimenti impegnati giorno e notte a smantellarli, a separarne il pericoloso contenuto e a riportarlo allo stato di minerale. Cosa commovente, erano soprattutto donne a fare questo lavoro. I minerali venivano poi spediti a specialisti in zone remote. Là dovevano rimetterli nel terreno e nasconderli per bene in modo che non potessero mai più fare male a nessuno.

Gli aviatori americani lasciarono l’uniforme e diventarono dei ragazzi. E Hitler, pensò Billy, divenne un bambino. Questo nel film non c’era. Billy stava estrapolando. Tutti tornarono bambini, e tutta l’umanità, senza eccezione, cooperò biologicamente fino a produrre due individui perfetti di nome Adamo ed Eva.

Kurt Vonnegut, Mattatoio N. 5, Feltrinelli

29 gennaio 2008


 
L’arte di Gilbert and George

29 gennaio 2008

Di cosa vivono gli scrittori quando non vivono di scrittura?

[…] Jack London andò a cercare l’oro nel Klondike, Dashiell Hammett andava in cerca di delinquenti, su e giù per Baltimora, per conto dell’agenzia investigativa Pinkerton, T.S. Eliot lavorava in una banca e per ufficio aveva uno scantinato, Céline faceva il medico dei poveri e per studio aveva due stanzette in periferia. Tutti, chi più chi meno, vivevano il momento in cui si ritrovavano con la penna in mano con una gioia fatta di terrore: era una vera e propria schiavitù, peggio, molto peggio del posto fisso o del lavoro duro, un’ossessione e una dannazione, l’incubo del foglio bianco, l’ansia da prestazione, la paranoia del fallimento… Charles Bukowski se ne stette buono alle poste per quattordici anni, poi il successo lo fulminò: più scriveva e più beveva, le sue letture pubbliche terminavano con il lancio di bottiglie fra l’autore e i partecipanti, era un massacro. «È più facile lavorare in fabbrica» disse a un amico: «Lì non c’è pressione». Mestieri di scrittori (Sellerio, pagg. 215, euro 12) è un libretto delizioso di Daria Galateria, ventiquattro ritratti che raccontano il meglio del Novecento, da Kafka a Svevo passando per Saint-Exupéry e George Orwell, visti sotto l’angolatura disincantata, divertita e partecipe dell’altro, del «doppio», del bisogno di ancorare a qualcosa di stabile e di certo la più instabile e incerta delle professioni, ovvero di moltiplicare all’infinito i mestieri più improbabili per fuggire il momento in cui la scrittura ti inchioderà e non potrai più scappare.Prendiamo Colette. Negli anni Trenta, quando lei ne ha già sessanta ed è ormai famosa, l’autrice di Claudine e di Chéri, decide di reinventarsi vendendo prodotti di bellezza che portano il suo nome. Il mondo intellettuale è perplesso e fioccano i giudizi malevoli. È in corsa per essere eletta all’Accademia belga degli scrittori, creata sul modello dell’Académie Française, ed è in lizza con Paul Claudel, che come altro mestiere fa il diplomatico di carriera. «Stai a vedere che dovremo scegliere fra un ambasciatore e una profumiera» è il commento. Ma lei non demorde, apre il suo salone a Parigi, una filiale a Saint-Tropez, un’altra a Nantes: «Usate il khol anche di notte» è il consiglio che dà alle donne, vecchie e giovani, che affollano i suoi istituti. È un tour de force eroico e patetico, Colette è anziana, è grassa, è ipertruccata, gira come una trottola e non si ferma mai. «Il mio non è un lavoro molto riposante» scrive all’amica poetessa Hélène Picard: «Ma è infinitamente meglio che stare seduta davanti a un foglio di carta, fosse pure color turchese». È questa paura la molla di quella frenesia e Colette lo sa bene: in passato ha fatto la ballerina, l’acrobata, il mimo e ha recitato, tutto per poter tenere la scrittura a debita distanza, perché fosse un piacere e non un dovere, un passatempo e non un’ossessione. Reinventandosi come estetista esorcizza lo stato d’ansia che ha trasformato la sua arte di narrare in una coazione a scrivere. Mentre spalma creme e partecipa a pranzi offerti in suo onore da parrucchieri di provincia, le torna l’estro svagato di mettere nero su bianco un’altra storia, così, tanto per vedere se funziona ancora. Tra un flacone di unguenti e uno di lozioni scrive La gatta, un capolavoro.

Stenio Solinas, “Lo scrittore? Lavora come sguattero”, Il Giornale, 29 gennaio 2008

29 gennaio 2008

Washington DC, 1967

    Il soggiorno era dominato dallo stereo di Strange, lo aveva comperato da Star Radio fra la Connecticut e Jefferson, e dai suoi dischi. Per tutti i componenti, in particolare un amplificatore valvolare Marantz, aveva speso un occhio, l’anno prima, e sarebbe andato avati a pagare per tutto il ’68. Considerato il suo stipendio, quell’acquisto era stato un vero colpo di testa, e però era quello che a Strange rendeva sopportabile il tornare a casa tutte le sere.
    Intorno allo stereo la sua collezione, i dischi sistemati in cassette di frutta e in ordine alfabetico. Dal padre aveva ereditato 33 giri di Ray Charles, Sam Cooke, Jackie Wilson e altri, più qualche disco gospel di gruppi con qualcuno che poi aveva fatto strada nel R&B. Più che altro, però, Strange questi dischi li conservava perché erano un regalo del padre; ormai era raro che li tirasse mai fuori dalla loro busta. Strange era tutto per il soul, la cosa del momento. Per essere precisi: il soul meridionale. Con qualche eccezione, per esempio gli Impressions, che venivano da Chicago e facevano musica notevole, coraggiosa politicamente, e qualcuno delle etichette Blue Rock e Loma, ma per lo più i suoi gusti inclinavano al soul del Sud.
 Otis Redding, il più grande soul singer mai esistito, era il suo eroe e lo sarebbe stato sempre, senza discussioni. Ma anche altri. In particolare gli piaceva James Carr, il puro soul fatto persona, una voce dal profondo, che dava un tuffo allo stomaco e che pareva in confidenza con la tristezza e il dolore.  Poi O.V. Wright, che si faceva chiamare l’Asso di Picche e che in ogni pezzo metteva nerbo ed emozione veri, e Solomon Burke, un sopravvissuto che era sempre capace di sorprendere e scaldava come nessun altro, in canzoni ti lasciavano col fiato sospeso fino al punto culminante.
    Per trovare i suoi tesori, Strange visitava dei negozietti sulla Shaw o la Petworth e spendeva più del dovuto da Soul Shack, fra la Dodicesima e G, e da Super Music City, in fondo alla Settima. Comperava solo album che sapeva avrebbe tenuto, che sentiva avrebbe ascoltato anche da lì a trent’anni: Otis Blue e The Great Otis Redding Sings Soul Ballad, I Never Loved a Man the Way I Love You di Aretha, e quell’album, il solo 33 che sembrava avesse ogni fratello e ogni sorella che lui conosceva, il leggendario Live at the Apollo di James Brown.
    Soprattutto, però, Strange era un collezionista di 45 giri. Comperava tutti quelli che uscivano, praticamente, senza nemmeno sentirli prima, bastava che avessero una delle ”sue” etichette, perché alla fine aveva concluso che queste etichette avevano un certo suono loro. Il commesso di Soul Shack gli aveva detto che nelle canzoni migliori a suonare erano i session men di Booker T. & The MG’s, per lo più, ma lui già sapeva, senza che nessuno avesse dovuto dirglielo, che la Atlantic, la Atco, la Dial, la Stax e la Volt adoperavano gli stessi musicisti. Gli stessi ritmi e gli stessi fiati li sentivi in dischi di Wilson Pickett, Otis, Rufus e Carla Thomas, Sam & Dave, Aretha, William Bell, Joe Tex, Johnnie Taylor e altri. Quel suono ancestrale, ruvido, si sentiva anche in dischi di etichette più piccole, come la Glodwax e la Back Beat. La maggior parte di questi dischi, aveva notato, venivano da Memphis o da Muscle Shoals. James Brown era un’eccezione. Aveva registrato per la King e la Smash, e aveva un suono tutto suo, ma JB faceva eccezione in tutto, era come uno da un altro pianeta. Ma c’era qualcosa in quei cantanti meridionali, e in quelli che cantavano con loro, che li distingueva nettamente dai loro colleghi di Detroit. Qualcuno diceva che la macchina commerciale della Motown aveva tolto apposta la crudezza e il sesso dalle sue incisioni per  vendere al gran pubblico in generale e agli adolescenti bianchi in particolare. C’era chi, più al sodo, diceva che la Motown ti faceva pensare ai baci, la Stax/Volt ti faceva venir voglia di scopare. Ma le cose non stavano proprio così. Sì, le voci del meridione trasudavano sesso, ma anche la gioia e il dolore dell’amore. Questa combinazione di blues, country, gospel, R&B e vita dura non poteva arrivare che dall’area a Sud della Mason-Dixon.
    Comunque, Strange ne era rimasto preso. Aveva perfino cominciato a catalogare i numeri di tutti i suoi 45 giri in un quaderno che teneva accanto allo stereo. Era una malattia che aveva, quasi un’ossessione, non poteva dirne niente o spiegarla, tutto quello che sapeva era che, quando ascoltava quella musica,gli venivano le lagrime agli occhi, punto.
    Ed eccolo lì ora, precisamente in quell’umore. Sul divano, a occhi chiusi ad ascoltare James Carr che cantava l’ultima, ”A Man Needs a Woman”, Goldwax numero 332.

George Pelecanos, Hard Revolution

28 gennaio 2008

Wittkino del lunedì sera

"bisogna essere sempre pronti a imparare qualcosa di completamente nuovo".
(ludwig wittgenstein)

28 gennaio 2008

Di Consoli intervista De Matteis
 
Può l’editoria di progetto avere un legame forte con il proprio tempo?
Certo che può, sia per quel che riguarda L’Italia, sia per il Sud in particolare. Noi, per esempio, abbiamo anticipato quello che poi è capitato a Scampia, oppure il problema dell’immondizia.

Quali sono i principali problemi della piccola editoria di progetto?
Il problema principale della piccola editoria è saper creare un rapporto diretto con il lettore, nel senso che c’è un rapporto difettoso con i lettori, che adesso sta migliorando tramite internet, ma siamo il paese che spende meno su internet, perché non c’è un rapporto fiduciario con questo strumento e con le carte di credito. E poi c’è stato un grande cambiamento in libreria. Le librerie “grandi spazi”, come tutti sanno, smerciano soprattutto i famosi “non libri” per il famoso “non pubblico”.

Cosa significa fare l’editore a Napoli?

La difficoltà è questa: se tu apri un’impresa al Nord, le banche ti guardano come una persona interessante; se tu apri un’impresa al Sud, le banche ti guardano come un “mariuolo”. Noi abbiamo iniziato con capitali privati, non ci siamo mai seduti a nessun tavolo politico o di spartizione culturale, non abbiamo mai voluto nessun vantaggio dalle istituzioni e dall’università. Questa scelta ci è costata molto cara. Solo quest’anno, per la prima volta, faremo un accordo con la Regione Campania, perché pubblicheremo “Questa corte condanna. Spartacus, il processo al clan dei casalesi”, libro a cura di Maurizio Braucci e Marcello Anselmo. In questo caso l’accordo con la Regione è stato interessante, perché permetterà di distribuire il libro nelle scuole, dove verrà fatto un lavoro capillare sull’educazione alla legalità.

Il pubblico dei lettori è peggiorato in questi ultimi anni?
Assolutamente no. C’è stata però una forbice che si è molto divaricata tra quelli che leggono molto e quelli che leggono un solo libro all’anno.
 
leggi il resto qui.
 
PS
A noi Cargo piace molto.
Nel pezzo celebrativo di Mirella Appiotti di sabato su Tuttolibri l’amico De Matteis è diventato De Andreis. Capita

28 gennaio 2008


 
Derek White, dal libro illustrato The Revisionist di Miranda Mellis, a giugno nelle librerie per Greenwich — Nutrimenti