Archive for maggio 2008

30 maggio 2008

immobilità
 
Da oggi in tutte le librerie: Max Giovagnoli, All’immobilità qualcosa sfugge, Meridiano zero
 

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30 maggio 2008

Il traduttese e lo stile scarabottoliano

Profumo di letteratura. La letteratura italiana contemporanea è scritta, anziché nella sua propria lingua, in «traduttese», ovvero come se fosse tradotta dall’inglese? Se ne parla da tempo, e Giuseppe Antonelli, sul Sole 24 Ore, propone alcuni esempi piuttosto interessanti in proposito. Quello più straordinario si cela però in Diario di un patriota perplesso negli Usa, di Filippo La Porta (Edizione e/o): parlando della «dipendenza dall’America» dei nostri scrittori più recenti, il critico ne coglie i segni. C’è il fatto piuttosto evidente che «ambientano le proprie storie… in un’America però mitica, tutta ricalcata su cinema e tv»; ma c’è anche, appunto, «un italiano che sembra una traduzione letterale dell’inglese, con commistioni ovvie». E fa una citazione puntuale, ancorché anonima: «Difficile ignorare il tanfo di merda, man». La frase sta in qualche libro, forse in un recente capolavoro. Forse addirittura in Wu Ming 1, New Thing (Einaudi). La Porta, però, tace. Forse non a torto. Uno così rischia la lapidazione, ma chi di noi è senza peccato?
Scarabottoliani. La casa editrice Guanda ha vinto il premio «Alassio-Un editore per l’Europa». La giuria presieduta da Giuliano Vigini l’ha scelta per l’importanza della continuità letteraria, dagli Anni Trenta a oggi, e per il lavoro di ricerca «che ha portato a scoprire nuovi talenti e a varcare nuove frontiere»; ma anche per la riconoscibilissima linea grafica, che è diventata inconfondibile. Il premio verrà assegnato il 13 settembre a Luigi Brioschi, presidente e direttore editoriale. Il quale dedica la sua prefazione del catalogo, appena uscito, a Guido Scarabottolo, l’artista che con i suoi disegni ha dato alle copertine Guanda una nuova identità. Anche se, aggiunge, «in un certo senso Scarabottolo era già guandiano prima di costruire l’immagine della casa editrice, e la Guanda era già scarabottoliana prima di imbattersi nel disegnatore milanese».

Mario Baudino, "Chi scrive in traduttese e chi invece ‘scarabottola’", La Stampa, 30 maggio 2008

29 maggio 2008

Fantasmagorie

Sono qui per proclamare a questi Tempi Moderni la fine dell’era grammaticale e l’inizio di un’epoca di fantasmagorie in ogni campo, e specialmente nel cinema.

Jean-Luc Godard, Weekend, un uomo e una donna dal sabato alla domenica, 1967

29 maggio 2008

La creatività non si insegna

È una notizia confortante che uno scrittore come Hanif Kureishi, docente di creative writing alla Kingston University, […], abbia espresso pubblicamente forti perplessità nei riguardi di un simile insegnamento, colpevole, a suo giudizio, di alimentare negli allievi false aspettative illudendoli che sia sufficiente seguire uno di questi corsi per trasformarsi in autori di successo. Ma forse, anziché vertere soltanto sull’efficacia ai fini di una sognata carriera letteraria, il dubbio dovrebbe rivolgersi alla stessa possibilità logica di un "corso di scrittura creativa", espressione che a me sembra addirittura un ossimoro, una contradizione in termini. Se l’insegnamento è essenzialmente trasmissione di una tecnica o di un sapere già acquisito, come si può presumere di insegnare la creatività, cioè proprio quello scatto, quel grande o magari modestissimo scostamento ("spostare le colonne d’Ercole della lunghezza di un lombrico", per dirla con Gottfried Benn) che lo scrittore dovrebbe compiere rispetto alla tradizione letteraria da cui proviene? L’originalità non si impara, io credo, se non da se stessi, e attraverso quel personalissimo e irripetibile confronto con la tradizione che difficilmente potrà avvenire nell’ambito collettivo di un corso di scrittura. Certo, si può insegnare come è fatta una sceneggiatura cinematografica, o come scrivere le didascalie di un copione rispettando le convenzioni vigenti; si può insegnare l’ortografia, la grammatica e la sintassi, cosa cui dovrebbe già provvedere, ma non sempre lo fa, la scuola dell’obbligo; si può insegnare tutto, fuorché appunto la creatività: e questa è senza dubbio la più grande fra le false speranze che questi corsi oggi così in voga suscitano nei loro adepti, quella destinata a sfociare nella più amara disillusione. Mi sono sempre domandata perché chi voglia apprendere davvero dagli scrittori i "segreti del mestiere" scelga di imboccare una strada così dubbia e spesso costosa, invece di accontentarsi di quella buona, vecchia scuola che rimane pur sempre la più affidabile: la scuola della lettura, di un’attenta, assidua lettura delle pagine di coloro di cui si aspira a diventare i colleghi, i continuatori o magari i rivali. Dopo tutto, se uno scrittore ha qualcosa da "insegnare", lo fa essenzialmente attraverso i suoi libri.

Paola Capriolo, "Insegnare la creatività? È questa la contraddizione", Corriere della Sera, 29 maggio 2008

29 maggio 2008

I mestieri del libro

Oliviero Ponte di Pino, direttore editoriale di Garzanti, ha dedicato un agile libretto ai Mestieri del libro (edizioni Tea), ovvero alle svariate professionalità che accompagnano la vita di un volume, nel lungo tragitto da autore al lettore. Vi si può trovare un capitolo esilarante anche per i non addetti. È intitolato «L’inglese da fiera», e cataloga spiritosamente le frasi fatte che, da Francoforte a Torino, ricorrono più di frequente nella compravendita dei diritti d’autore, dandone il reale significato. Così, se un editore vi vuol vendere un libro che definisce «commerciale», andrà correttamente interpretato «robaccia che si vende». Ma se dice «davvero commerciale», vuol dire «robaccia che forse non si vende». Se è «quiet», tranquillo, significa che è noioso. Se contiene «magnifiche descrizioni», allora è «noioso e inutile». Se è «scritto benissimo», vuol dire che a volte ci trovi frasi più lunghe di sette parole. Se ha avuto «ottime recensioni», è piaciuto ma non si vende. «C’è molto interesse» significa «lo sto proponendo a tutti». Oppure: «L’ho venduto in molti mercati», vuol dire sì, ma in nessuno di quelli importanti. «Non potevo smettere di leggerlo» sta per «ho dovuto leggermelo stanotte». «Non c’è un altro libro sull’argomento»: difatti, interessa solo a qualche maniaco. «Non devi venderlo come un libro di racconti»: ma purtroppo sono racconti e si sa che i racconti non vendono. «È ambientato nel 3015 ma non è fantascienza», sta per «non è uno scrittore di fantascienza ma ha voluto provarci lo stesso». «È facile da promuovere», significa che l’autore farebbe molto volentieri un viaggio in Italia a spese dell’editore. «Ha un grande potenziale» vuol dire che nessuno ha capito bene quanto possa funzionare. Se infine il libro viene definito «hot», caldo, significa che vogliono molti soldi. I giovani editor sono avvertiti. Ma cambiando di poco l’oggetto, questo simpatico armamentario tartufesco si può applicare a molti generi merceologici, a partire dall’immobiliare. Si sa, ogni giorno ci tocca combattere la battaglia delle «sole», e non siamo mai abbastanza preparati.

Ernesto Ferrero, "Il libro è hot? Allora vogliono molti soldi", La Stampa, 29 maggio 2008

28 maggio 2008

Oggi questo è il sogno ricorrente di Else: lei entra in una stanza con armadi lungo tutte le pareti. Apre l’anta del primo armadio e dentro, su uno scaffale, c’è la macchina da cucire di sua madre coperta dallo spesso telo di cellophane trasparente che serve per ripararla dalla polvere. Attorno, sotto, sopra, ci sono dei cassetti. Dentro ogni cassetto c’è un complesso sistema di cartelline per archiviazione. Dentro ogni cartellina c’è un indumento troppo piccolo. Un vestito, un cardigan, un gilè, dei pantaloni, uno scamiciato. Ogni capo d’abbigliamento è stato fatto appositamente per Else. Le cartelline riempiono i cassetti e i cassetti riempiono gli armadi e gli armadi riempiono la stanza tanto che non c’è quasi più spazio, e ogni capo d’abbigliamento è pigiato ben bene nella sua cartellina, rimpicciolito e senza aria, come sottovuoto. A Else gira la testa. Spacchetta il primo, e poi quello dopo, e poi uno dopo l’altro uno dopo l’altro i vestiti le si ammucchiano ai piedi, sopra i piedi, e anche se ne ha aperti a centinaia ce ne sono ancora migliaia da spacchettare, tutti diversi, tutti fatti a mano, tutti cuciti con cura e ci sono altre migliaia di cassetti pieni di vestiti che aspettano di essere aperti da lei. Maniche a palloncino. Sagomature e corpetti. Bordi seghettati. Nastri neri intrecciati a zigzag. Tessuto ingualcibile e cotone, nylon e lana, poliestere e terilene e pelle scamosciata, e non ce n’è uno che sia utilizzabile: troppo piccoli, troppo delicati, troppo puliti, troppo; gli armadi proseguono all’infinito, pieni di amore che non si può indossare, e nel sogno Else ha la lancinante consapevolezza che sta dormendo e che, per quanto sia tutto imprendibile, sarà lacerata dal dolore ancora una volta quando si dovrà svegliare e lasciare quelle cose, anche solo uno di quei capi con le braccia vuote. È un incubo. Else è arrivata al punto che ha paura di dormire perché potrebbe fare quel sogno, e ha paura di dormire perché potrebbe non fare quel sogno.

Ali Smith, Hotel world, minimum fax

26 maggio 2008

La figlia del dottore di Hilma Wolitzer (Greenwich 5) è in libreria. Ecco il booktrailer
 
wolitzer_cop
 
 

26 maggio 2008

Torna Moody, uno dei miei scrittori preferiti

La prima volta che mi sono fatto mi premeva solo che questi appunti venissero decenti. Nel senso, volevo che la ragazza della rivista mi desse ancora lavoro, e me l’avrebbe ridato solo se scrivevo un gran pezzo. Di lavoro in quel periodo non ce n’era molto, per via dell’esplosione. La ragazza della rivista mi diceva: «Senti, non è che ti deve piacere, devi farlo e basta. Se non lo vuoi fare tu, dietro di te c’è la fila». E non scherzava. C’era davvero la fila. Fuori, nella reception. Una receptionist robot, in un atrio improvvisato, in un edificio di Staten Island, la zona meno colpita di una città sotto assedio come New York. L’ingresso traboccava di giornalisti e scrittori che urlavano alla receptionist robot. Smaniavano per mostrare i ritagli dei loro pezzi.
 
Rick Moody, "Albertine", Tre vite, minimum fax

E Moody sarà a Roma il 4 giugno
alla Libreria Giufà alle 19 — via degli Aurunci, 38
Zadie Smith presenta Tre vite
Con Rick Moody interverranno Martina Testa e Francesco Pacifico.

26 maggio 2008

Bianco di corsa cieca

Correva, sempre più veloce, più sciolto, col cuore che bussava, ma dall’esterno verso l’interno, come se smaniasse di riconquistare la sua sede. Correva come non aveva mai corso, come nessuno aveva mai corso, e le creste delle colline dirimpetto, annerite e sbavate dal diluvio, balenavano come vivo acciaio ai suoi occhi sgranati e semiciechi […] Correva ancora, ma senza contatto con la terra, corpo, movimenti, respiro, fatica vanificati. Poi, mentre ancora correva, in posti nuovi o irriconoscibili dalla sua vista svanita, la mente riprese a funzionargli. Ma i pensieri venivano dal di fuori, lo colpivano in fronte come ciottoli scagliati da una fionda […] Non finiva di correre. La terra saliva sensibilmente ma a lui sembrava di correre in piano, un piano asciutto, elastico, invitante […] Correva, con gli occhi sgranati, vedendo pochissimo della terra e nulla del cielo. Era perfettamente conscio della solitudine, del silenzio, della pace, ma ancora correva, facilmente, irresistibilmente. Poi gli si parò davanti un bosco e Milton vi puntò dritto. Come entrò sotto gli alberi, questi parvero serrare e far muro e a un metro da quel muro crollò.

Beppe Fenoglio, Una questione privata, Einaudi

Collazione da Tiffany

25 maggio 2008

[…] Siamo di fronte — in questo caso — al traduttese come rifacimento d’autore, linea evolutiva collocabile lungo un asse che non è la diacronia (ovvero il cambiamento della lingua nel tempo), ma la diaclonia.
Anche in letteratura, del resto, imitare una friffe non è poi così difficile. […]
Nella sua accezione più significativa, però, il traduttese […] si situa su un asse parallelo a quello della diafasia (il cambiamento della lingua attraverso gli stili): la diapatia. Lo stesso La Porta, guardando all’editoria italiana degli anni Novanta, denunciava la pratica diffusa del “doping stilistico” (“effetto Adelphi o iperculturale […]). […]
Anche nell’editing sembra di avvertire una forte spinta all’omologazione: un antidoping stilistico che punta a normalizzare la lingua, appiattendola su ciò che i linguisti chiamano il “neostandard”, vale a dire la grammatica riveduta alla luce della cosidetta “grammatica del parlato”. Ma come la grammatica del parlato corrisponde a un finto-parlato (artificiale, convenzionale) che nessuno di fatto parla, così questo traduttese (anodino, anonimo) risulta in ultima analisi una apatico stile non-stile, paragonabile ai vari sapone non-sapone o tessuto non-tessuto dell’odierna merceologia.
Tra le spie più allarmanti, l’eccessiva semplificazione sintattica, […] prosa così neutra da sembrare già tradotta.

Giuseppe Antonelli, Ora si scrive in “traduttese”, “Domenica” del Sole 24 Ore, 25 maggio 2008