Collazione da Tiffany

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[…] Siamo di fronte — in questo caso — al traduttese come rifacimento d’autore, linea evolutiva collocabile lungo un asse che non è la diacronia (ovvero il cambiamento della lingua nel tempo), ma la diaclonia.
Anche in letteratura, del resto, imitare una friffe non è poi così difficile. […]
Nella sua accezione più significativa, però, il traduttese […] si situa su un asse parallelo a quello della diafasia (il cambiamento della lingua attraverso gli stili): la diapatia. Lo stesso La Porta, guardando all’editoria italiana degli anni Novanta, denunciava la pratica diffusa del “doping stilistico” (“effetto Adelphi o iperculturale […]). […]
Anche nell’editing sembra di avvertire una forte spinta all’omologazione: un antidoping stilistico che punta a normalizzare la lingua, appiattendola su ciò che i linguisti chiamano il “neostandard”, vale a dire la grammatica riveduta alla luce della cosidetta “grammatica del parlato”. Ma come la grammatica del parlato corrisponde a un finto-parlato (artificiale, convenzionale) che nessuno di fatto parla, così questo traduttese (anodino, anonimo) risulta in ultima analisi una apatico stile non-stile, paragonabile ai vari sapone non-sapone o tessuto non-tessuto dell’odierna merceologia.
Tra le spie più allarmanti, l’eccessiva semplificazione sintattica, […] prosa così neutra da sembrare già tradotta.

Giuseppe Antonelli, Ora si scrive in “traduttese”, “Domenica” del Sole 24 Ore, 25 maggio 2008

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