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Oggi questo è il sogno ricorrente di Else: lei entra in una stanza con armadi lungo tutte le pareti. Apre l’anta del primo armadio e dentro, su uno scaffale, c’è la macchina da cucire di sua madre coperta dallo spesso telo di cellophane trasparente che serve per ripararla dalla polvere. Attorno, sotto, sopra, ci sono dei cassetti. Dentro ogni cassetto c’è un complesso sistema di cartelline per archiviazione. Dentro ogni cartellina c’è un indumento troppo piccolo. Un vestito, un cardigan, un gilè, dei pantaloni, uno scamiciato. Ogni capo d’abbigliamento è stato fatto appositamente per Else. Le cartelline riempiono i cassetti e i cassetti riempiono gli armadi e gli armadi riempiono la stanza tanto che non c’è quasi più spazio, e ogni capo d’abbigliamento è pigiato ben bene nella sua cartellina, rimpicciolito e senza aria, come sottovuoto. A Else gira la testa. Spacchetta il primo, e poi quello dopo, e poi uno dopo l’altro uno dopo l’altro i vestiti le si ammucchiano ai piedi, sopra i piedi, e anche se ne ha aperti a centinaia ce ne sono ancora migliaia da spacchettare, tutti diversi, tutti fatti a mano, tutti cuciti con cura e ci sono altre migliaia di cassetti pieni di vestiti che aspettano di essere aperti da lei. Maniche a palloncino. Sagomature e corpetti. Bordi seghettati. Nastri neri intrecciati a zigzag. Tessuto ingualcibile e cotone, nylon e lana, poliestere e terilene e pelle scamosciata, e non ce n’è uno che sia utilizzabile: troppo piccoli, troppo delicati, troppo puliti, troppo; gli armadi proseguono all’infinito, pieni di amore che non si può indossare, e nel sogno Else ha la lancinante consapevolezza che sta dormendo e che, per quanto sia tutto imprendibile, sarà lacerata dal dolore ancora una volta quando si dovrà svegliare e lasciare quelle cose, anche solo uno di quei capi con le braccia vuote. È un incubo. Else è arrivata al punto che ha paura di dormire perché potrebbe fare quel sogno, e ha paura di dormire perché potrebbe non fare quel sogno.

Ali Smith, Hotel world, minimum fax

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