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La creatività non si insegna

È una notizia confortante che uno scrittore come Hanif Kureishi, docente di creative writing alla Kingston University, […], abbia espresso pubblicamente forti perplessità nei riguardi di un simile insegnamento, colpevole, a suo giudizio, di alimentare negli allievi false aspettative illudendoli che sia sufficiente seguire uno di questi corsi per trasformarsi in autori di successo. Ma forse, anziché vertere soltanto sull’efficacia ai fini di una sognata carriera letteraria, il dubbio dovrebbe rivolgersi alla stessa possibilità logica di un "corso di scrittura creativa", espressione che a me sembra addirittura un ossimoro, una contradizione in termini. Se l’insegnamento è essenzialmente trasmissione di una tecnica o di un sapere già acquisito, come si può presumere di insegnare la creatività, cioè proprio quello scatto, quel grande o magari modestissimo scostamento ("spostare le colonne d’Ercole della lunghezza di un lombrico", per dirla con Gottfried Benn) che lo scrittore dovrebbe compiere rispetto alla tradizione letteraria da cui proviene? L’originalità non si impara, io credo, se non da se stessi, e attraverso quel personalissimo e irripetibile confronto con la tradizione che difficilmente potrà avvenire nell’ambito collettivo di un corso di scrittura. Certo, si può insegnare come è fatta una sceneggiatura cinematografica, o come scrivere le didascalie di un copione rispettando le convenzioni vigenti; si può insegnare l’ortografia, la grammatica e la sintassi, cosa cui dovrebbe già provvedere, ma non sempre lo fa, la scuola dell’obbligo; si può insegnare tutto, fuorché appunto la creatività: e questa è senza dubbio la più grande fra le false speranze che questi corsi oggi così in voga suscitano nei loro adepti, quella destinata a sfociare nella più amara disillusione. Mi sono sempre domandata perché chi voglia apprendere davvero dagli scrittori i "segreti del mestiere" scelga di imboccare una strada così dubbia e spesso costosa, invece di accontentarsi di quella buona, vecchia scuola che rimane pur sempre la più affidabile: la scuola della lettura, di un’attenta, assidua lettura delle pagine di coloro di cui si aspira a diventare i colleghi, i continuatori o magari i rivali. Dopo tutto, se uno scrittore ha qualcosa da "insegnare", lo fa essenzialmente attraverso i suoi libri.

Paola Capriolo, "Insegnare la creatività? È questa la contraddizione", Corriere della Sera, 29 maggio 2008

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  1. anonimo Says:

    sicuramente l’errore sta nel termine “creativa”, ha detto bene la capriolo. ma ha detto anche un sacco di scemenze, e arriva un bel po’ in ritardo su questo genere di discussione.
    forse ce l’ha direttamente con la holden, e allora mi unisco, il costo è decisamente alto e alcune lezioni troppo meccaniche e improduttive(testimonianze raccolte).
    ma un laboratorio di scrittura (usando termini più adatti la questione già cambia) ha molte utilità.
    aiuta un aspirante scrittore a confrontarsi con gli altri, che hanno la stessa smodata passione, per la lettura innazitutto. aiuta a scomporre e a capire i testi dei grandi. aiuta a trovare una propria voce e affinare un proprio stile. a saper formulare un giudizio sugli scritti altrui e a ricevere le critiche. a rimettere mano a tutto quello che si è creato. a scegliere cosa si preferisce della letteratura di tutti i tempi, e a prendere dei modelli di riferimento. e anche a prendere contatto reale con gli scrittori, da quelli che tengono il corso a quelli che vengono come ospiti.
    la lettura da sola non fa tutto questo, anche se è l’ovvio punto di partenza.
    Gaia

  2. anonimo Says:

    Nella mia visione delle cose la scrittura è artigianato, e se non si forgiano gli strumenti del mestiere, il talento e la lettura da soli porteranno a poco.
    Sara Tr.

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