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Basta poco e Cordelli dà il miglior saluto a Updike

Si può vedere John Updike in due modi. Egli è uno scrittore fluido, lascia scorrere le sue storie, le sue storie sono sempre uguali, ovvero si assomigliano, sempre gli stessi personaggi, sempre gli stessi problemi. Tutto all’opposto, egli è uno scrittore arroccato, un uomo che controlla il territorio, un tipo che si è scelto un campo, lo lavora e dissoda fino all’estenuazione, allo sfinimento. Il primo è uno scrittore orizzontale, un fenomeno naturale, come un fiume. Il secondo è un fenomeno che nasce dalla mente, un fenomeno chimico, un uomo che si è preparato per scendere in profondità, una specie di speleologo, o palombaro. Quali sono i suoi temi i lettori lo sanno, sono chiari e definiti: la middle class, i suoi vizi, quanto il sesso sia tra essi dirimente. Forse in Updike, anche quando la faccenda non è esplicita, il sesso è tutto. Il sesso redime e condanna. Apre le porte del paradiso in terra, sprofonda gli umani (gli umani della middle class americana, gli stessi delle storie di John Cheever), negli inferi da cui non si torna. In quanto al territorio, lo restringerei al massimo. Il territorio di Updike è la famiglia: perché se ne ha una o perché se ne è fuori. Come si vive fuori? Come si vive quando se ne è stati scacciati o la si è abbandonata? Updike ha scritto una quantità di romanzi. All’inizio era più cattivo, o impietoso. Con il passare del tempo si è addolcito, le sue storie sono andate eliminando le scosse troppo violente della vita, i colpi a tradimento. Non per nulla i suoi libri memorabili restano Corri, Coniglio e, naturalmente, Coppie: il primo perché vi ha creato il suo personaggio, quello che forse gli somiglia, o quello che temeva gli somigliasse; il secondo perché vi si legge l’apoteosi della sessualità come fenomeno regolato da leggi ferree: la sessualità è ciò che esplode, la sessualità in America, complessa come è, è ciò che fa esplodere l’America. Le streghe di Eastwick, l’altro suo grande romanzo, non è la forma che meglio registra quell’esplosione?

Franco Cordelli, "I vizi di una periferia bianca perduta negli inferi del sesso", Corriere della Sera, 28 gennaio 2009

2 Risposte to “”

  1. ilCaktus Says:

    Dopotutto quando un solipsista muore, il resto scompare insieme a lui. E nessun romanziere statunitense ha saputo tracciare la mappa del territorio interiore di un solipsista meglio di John Updike, la cui ascesa negli anni Sessanta e Settanta lo ha consacrato cronachista e portavoce della generazione forse più egocentrica dai tempi di Luigi XIV.
    […]
    John Updike per esempio, ha costruito per decenni protagonisti che sono fondamentalmente la stessa persona […] e che sono tutti evidentemente dei suoi alter ego. Vivono in Pennsylvania o nel New England, sono infelicemente sposati o divorziati, hanno suppergiù la stessa età di Updike. Sono sempre l’io narrante o il personaggio del punto di vista […]. Inoltre sono sempre degli incorreggibili donnaioli, si disprezzano, si compatiscono… e sono soli, soli come soltanto un solipsista emotivo può essere solo.

    David Foster Wallace,
    Considera l’aragosta, Einaudi stile libero

  2. anonimo Says:

    GRANDE CORDELLI!

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