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Altari parigini

C’è un mio libraio che ha fatto un giro per le librerie francesi. Gli ho detto di fare un resoconto…

Rievocando il tempo magico e selvaggio della sua Lost Generation, Ernest Hemingway scrisse che “sei abbastanza fortunato di aver vissuto a Parigi come un giovane uomo, allora, per il resto della tua vita, ovunque andrai, sarà con te. Parigi è un continuo banchettare”. Persino la cultura è banchetto, un convivio imbandito dai suoi ministri a loro immagine e somiglianza. Monsiuer Galignani (224, Rue Rivoli) dal 1856 riceve i suoi ospiti in un’elegante maison libraire situata dirimpetto ai giardini delle Tuileries, quelle Tuileries cantate da Prevert (in “Pater noster”) come una delle meraviglie del creato. La prima volta da Galignani si ha la sensazione vivida di essere il famigerato elefante entrato senza avvedersene nel negozio di cristalli di Boemia. È una questione di passo, e di respiro, da rimodulare su un registro diverso, il registro di un’identità libraria governata da un agio quasi bibliofilo, che nulla deve al profitto e tutto al piacere di trovarsi, ogni giorno, a contatto con quell’oggetto verso il quale si nutrono amore e rispetto spontanei (e, diciamolo, non esenti da vanità). L’assito è di legno antico, la filodiffusione effonde a volume impercettibile la sonata n. 774 per clavicembalo di Johan Sebastian Bach, la luce, sobria, si posa radente sulle copertine dei tomi esposti in bell’ordine sui grandi leggii al centro della stanza.

Sulla riva opposta della Senna, di fronte all’affollata Notre-Dame de Paris, la cultura banchetta, invece, in altro modo. Da Shakespeare&company (37, Rue Bucherie) non troverete alcun compunto signore ad attendervi sulla soglia, anzi faticherete persino a entrare e, una volta, introdotti nei cunicoli, strettissimi, di scaffali zeppi di libri fino a traboccarne vi sarà difficile, almeno all’inizio, ricordare il motivo della vostra visita. Del resto, entrare da Shak&company con la sola intenzione di acquistare un libro sarebbe un peccato di superbia: chiedetelo al grosso persiano bianco che occhieggia sornione dal suo privilegiatissimo punto di osservazione, una nicchia dello scaffale di poesia, oppure a uno di quei clienti abituali che vi si reca ogni giorno, da una vita, solo per assicurarsi che quella perenne festa mobile (per citare ancora Hemingway) sia ancora lì, impermeabile al tempo e alle mode, e per sedersi davanti al vecchio e scordatissimo pianoforte da bluesman sulla cui cassa campeggiano le foto di quelli della beat, immortalati ubriachi e felici di fronte all’ingresso, e una, più recente di Tom Waits, sulla quale c’è scritto “Innocent when you dream”, innocente quando sogni.

Innocente quando sogni, come chi parte, all’avventura, in cerca di fortuna, senza più vanità e col cuore aperto, “come un giovane uomo” che lascia Roma per Parigi.

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2 Risposte to “”

  1. anonimo Says:

    c’è tutta la delicatezza di Parigi, in questo resoconto. In bocca al lupo, Gabriele.

    Mirko

  2. anonimo Says:

    c’eri pure tu?

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