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Sulla Duchessa

Potrebbe diventare un piccolo libro di culto del postfemminismo questo Duchessa del nulla della statunitense Heather McGowan. Libro in cui un’anonima protagonista, reagendo a ogni visione acquisita di femminilità, si lascia andare a una lucida autodistruzione, elucubrando prolissamente su ogni azione – anzi, su ogni rifiuto di azione – che la riguarda: lanciando invettive contro il matrimonio, la maternità, la vita spesa tra casa e lavoro, le faccende domestiche, ma anche contro la scuola e la poesia.
È difficile trovare nella narrativa contemporanea un personaggio così apatico, così cinico e, al tempo stesso, così privo di qualsiasi iniziativa, di qualsiasi volontà di vita, come colei che si autodefinisce «Duchessa del nulla». Qualcuno potrà forse apprezzare la volontà di épater le bourgeois che sostanzia la lucida scrittura di McGowan, magari plaudendo alle sue aforistiche battute, o immedesimandosi nella sua ribellione contro la piatta vita quotidiana della brave madri di famiglia. Personalmente, non credo sia un caso che il romanzo esca accompagnato dalle lodi entusiastiche di quattro autori «al maschile», uno dei quali — Rick Moody — considera l’autrice addirittura «la più elegante e lucida cesellatrice di prosa» degli ultimi anni. Il fatto che McGowan sia una grande stilista, è innegabile, così come non si stenta a crederle quando afferma di aver speso ben cinque anni per trovare la voce della protagonista. Peccato che quella voce, costruita così attentamente, sia stata donata dalla scrittrice a un personaggio fastidioso, verso il quale è impossibile provare alcun moto di empatia.
Un personaggio che potrà anche interessare chi lo consideri solo come una «voce», perfetta sul piano squisitamente tecnico dell’elaborazione testuale, ma che risulta del tutto carente di umanità. Non si tratta solo di una protagonista negativa: la letteratura mondiale è piena di grandi opere al cui centro stanno individui piccoli, meschini, oppure malvagi o antipatici. Qui il personaggio che dice io, e che è l’unico in scena dall’inizio alla fine, non è tanto negativo quanto abulico, è un personaggio fatto di niente che vive del e sul niente e in questo nichilismo trascina un bimbetto – senza nome anche lui – con cui si trova, suo malgrado, a condividere un periodo di abbandono e di stenti in una Roma maleodorante che sembra uscita da un film degli anni Cinquanta, dove le signore borghesi invise alla protagonista comperano guanti in piena estate e lei sogna un cappello sotto cui nascondersi.
Forse è proprio l’atteggiamento nei confronti del bambino a riuscire così sgradevole nel romanzo: soffocato dal diluvio di parole della donna, costretto a sopportare lunghe lezioni di vita che altro non sono se non vaneggiamenti di una mente malata, privato di un’educazione scolastica, ma autorizzato a fumare e bere caffè, il ragazzino di sette anni che, a tutta prima, sembra la vera vittima della storia, in realtà è il punto debole del romanzo, che si dimostra costruito a tavolino, con un fine lavoro di tecnica linguistica e stilistica, ma in completa assenza di analisi psicologica. Nessun bambino, infatti, reagirebbe a una simile situazione come il bimbo dalle movenze feline che segue la duchessa come un’ombra. E forse nessuna donna si metterebe in relazione con lei come lei a un ragazzino di sette anni. Ma è evidente che il romanzo di McGowan non vuole raccontare una storia, bensì soltanto introdurre il lettore nel flusso di coscienza di una mente disturbata. Siamo dalle parti della prima Jean Rhys, piuttosto che di Sylvia Plath, nume tutelare invocato nella quarta di copertina. E tuttavia, mentre dalle tristissime storie di donne alla deriva narrate da Rhys si esce sopraffatti da un senso di angoscia, qui, a lettura terminata, è la rabbia, o il disgusto, a prevalere. Leggendo ciò che dice la duchessa: «quando sto male mi piace stare peggio», si vorrebbe poterla assecondare sferrandole un bel cazzotto sui denti giallognoli da fumatrice incallita.

 
Silvia Albertazzi, il manifesto, 27 agosto 2009

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