Archive for febbraio 2010

28 febbraio 2010

Fuori dai margini

Non so che sia un libro: ma penso che saggiamente agissero quei cuneiformi che, per via della chiodosa grafia, ne improntavano spessi e argillosi poi ben cotti mattoni; ogni pagina, trecento delle nostre. È inganno tipografico, che una pagina abbia lo spessore esiguo su cui, su entrambi i lati, si stampa. Direi che la pagina comincia da quella esigua superficie in bianco e nero, ma si dilunga e si dilata e sprofonda, ed anche emerge e fa bitorzoli, e cola fuori dai margini.

Giorgio Manganelli, Pinocchio, un libro parallelo, Adelphi

Annunci

28 febbraio 2010

Entra Newton Compton con Lugli, esce la Meyer di Fazi

Narrativa italiana: 17() Il carezzevole di Massimo Lugli, Newton Compton;
Narrativa straniera: 4(3) L’eleganza del riccio di Muriel Barbery, edizioni e/o; 5(6) Amabili resti di Alice Sebold, edizioni e/o;
Saggistica: –;
Varia: –.

28 febbraio 2010

Reazione

Ho sentito il pianeta arrabbiato.
 
Carla Guelfenbein

27 febbraio 2010

La biblioteca della perdita

Mayliss viveva nella fredda compagnia degli specchi. Tappezzavano i muri del suo salotto ma lei evitava di guardarsi. Lì dentro si vedeva invecchiare, sosteneva. Diceva: “Da un momento all’altro sarò vecchia”. La sua grande paura era la morte. Mayliss parlava solo di destini spezzati, Adèle Hugo, Virginia Woolf, Martin Eden, personaggi che sembravano aver vissuto soltanto per correre incontro alla morte. Era affetta dall’inguaribile malattia dell’infelicità che spinge certe donne a desiderare sempre di essere altrove. Era attratta dalle letture pericolose. Se le chiedevo quali, Mayliss citava la frase di uno scrittore dimenticato: “Per molto tempo il mio libro prediletto fu un revolver”.

Éric Fottorino, Baisers de cinéma, di prossima pubblicazione

Così usciamo dal negozio con Thebes che indossa un completo doppio petto giacca pantalone, camicia gilet e cravatta.
Sembri Hervé Villechaize, o… Tom Wolfe, le dico.
Sarebbe?, chiede.
Uno scrittore, rispondo.
Fratello di Virginia?
No.
Hai letto i suoi diari?, domanda.
No.
Min sì, dice.
Non mi sorprende. Virginia Woolf, Sylvia Plath, Anna Karenina… il "Manuale introduttivo" di Min all’universo del dolore. La sua biblioteca della perdita. Aveva fatto le letture giuste.

Miriam Toews, In fuga con la zia. The flying Troutmans, marcos y marcos

25 febbraio 2010

Il mercato degli esordienti

C’è sempre una prima volta,e naturalmente c’è sempre stata. La novità è che a due anni quasi esatti dal debuttofenomeno di Paolo Giordano (all’incirca quanti ne occorrono a un editore per capire la novità e provare a ripeterla) i due esordienti di punta di questa stagione, il trentaduenne Alessandro D’Avenia di Bianca come il latte rossa come il sangue (Mondadori) e la ventiseienne Silvia Avallone di Acciaio (Rizzoli), partono dove di solito un autore italiano arrivava, finora, dopo gavetta. Non solo e non tanto per le copie in circolazione (D’Avenia 56 mila copie con una prima tiratura di 26mila, Avallone 33 mila in cinque ristampe partendo da 8000) e l’ingresso immediato in classifica (quarto D’Avenia e sesta Avallone nella top ten della narrativa italiana) ma per ciò che i due libri, peraltro diversissimi, vogliono essere e sono: potenziali best seller perché dell’opera prima esibiscono le virtù (la freschezza promessa e spesso mantenuta da ogni ricambio generazionale), ma senza che l’urgenza di raccontare la propria storia faccia perdere di vista il potenziale lettore. I nuovi esordienti piazzati, del lettore tengono gran conto: in entrambi i casi di rigore è l’adolescenza, il sentiero tracciato più sicuro. In più, a seconda delle declinazioni scelte, sfondi pregnanti e di interesse collettivo come la scuola (D’Avenia) o ancor più ambiziosamente le trasformazioni della società post-industriale (Avallone). Dietro di loro, un piccolo esercito: da Einaudi Stile libero Prove di felicità a Roma est di Roan Johnson che mescola tarda adolescenza e melting-pot, da Frassinelli Memorie di una cagna della diciannovenne Francesca Petrizzo che prende in prestito la voce adolescente di Elena di Troia, La forma incerta dei sogni di Leonora Sartori (sull’infanzia di una figlia della generazione impegnata) per Piemme. Poi, ai primi di aprile, da Fandango il venticinquenne Emmanuele Bianco con Tiratori scelti (bande, cocaina e immigrati nella periferia milanese), da Elliot la ventunenne Angela Bubba, selezione Campiello giovani 2007, in una storia di famiglia del secolo scorso, con una lingua arcaica e reinventata. Il successo da opera prima e giovane non è un fenomeno nuovo. Ci fu Enrico Brizzi, con Jack Frusciante, o Melissa P., scommessa di Fazi. Oggi però la caccia all’esordio ha ragioni molto concrete: adolescenti e ragazzi sono un diventati un mercato a parte e, soprattutto, gli anticipi correnti per un’opera prima vanno da zero a poche migliaia di euro, dopo un buon successo raddoppiano, in qualche caso clamoroso triplicano. Se si calcola che su una copia l’editore ha un margine di uno-due euro, vuole dire che il secondo libro è un bagno di sangue se non vende almeno 30mila copie, cioè è già un fenomeno da classifica. Se ne vende altrettante un esordiente, invece, è l’affare dell’anno, allo stesso modo dei debutti discografici. Il presidente del gruppo Gems Stefano Mauri aggiunge un risvolto ancora più pragmatico: «Siccome ogni libraio ha un computer, davanti a un secondo libro controlla le copie vendute del primo e ne prende, per sicurezza, qualcuna di meno. Mentre con l’esordiente prenota anche la speranza del successo imprevedibile». Il risultato è che se c’è un’accusa che ha fatto il suo tempoè quella tradizionale agli editori di non leggerei manoscritti (oggi gli allegati e-mail) degli sconosciuti: lo fanno, anche se la media dei "pubblicabili" è uno su qualche migliaio. Di più, alla faticosa pesca con la lenza nel mare delle proposte c’è chi ha pensato di sostituire la pesca a strascico. Proprio il gruppo Mauri Spagnol, con le sue 11 case editrici da Longanesi a Garzanti a Guanda, ha lanciato dieci giorni fa il "torneo letterario online" IoScrittore, a cui si partecipa mandando entro fine marzo il proprio manoscritto anonimo e completo, e ricevendone in cambio tre da valutare. A fine agosto 30 finalisti andranno al Festival di Mantova, a novembre 2010 il vincitore verrà pubblicato da uno dei marchi. Antonio Franchini, il responsabile della narrativa italiana Mondadori che ha scoperto Giordano e ora D’Avenia, ragiona su motivi più culturali del boom: «La società, dunque anche la società letteraria, ha sempre meno memoria, forse perché abbiamo tutti troppo da ricordare. Tra le conoscenze di un lettore colto degli anni Trenta o Cinquanta e oggi, c’è evidentemente un abisso. L’esordio passa più facilmente perché non richiede conoscenze precedenti, di libri e di contesto, tutto lì». Ed è più facile, per certi aspetti, anche per l’editor: «Dici sì solo se ti colpisce, mentre con un autore al secondo, terzo o quarto libro hai un rapporto, devi seguire il suo sviluppo. Ma naturalmente accompagnare la crescita di uno scrittore è la parte a cui non vuoi né potresti mai rinunciare, se fai questo mestiere». Pensa, per chiudere il cerchio, al secondo romanzo di Paolo Giordano? «Dico solo che è in programma per il 2011».

Murizio Bono, "Il mercato degli esordienti", la Repubblica, 24 febbraio 2010

24 febbraio 2010

La linea dice


L’occhio corre a perdita di vista su un orizzonte che non ha linea, ma solo una fuga, verso l’infinito. Le strade della terra dialogano tra quelle vaste dell’acqua dei pioppeti e gli argini. Gli uomini si muovono silenziosi, scivolano nell’aria sulle biciclette. Oppure si ritrovano ai tavoli dei caffè, accomunati da un destino di fratellanza antica. Non sono d’oggi quelli delle fotografie di Scianna. Sono semplicemente di sempre.

Philippe Daverio, da “Tra le nuvole e l’acqua dolce”  in Lo dolce piano, Ferdinando Scianna per Snam Rete Gas

*

post78_sciannaFerdinando Scianna, Nonantola

24 febbraio 2010

Vero è simile

La narrativa ormai ha fatto il suo tempo, basta. Nell’era di internet, dove è già tutto fin troppo aleatorio, ci servono verità, non storielle. Questa e altre ovvietà animano Reality Hunger: A Manifesto, il molto discusso saggio del glabro David Shields. Questo post ce l’ho in canna più o meno da quando Zadie Smith ne ha parlato sul Guardian a novembre in un articolo poi opportunamente ritirato dalla rete, suppongo perché riappaia presto rimpolpato (o "pimped out"), e riproposto in una qualche raccolta di preziosi frammenti e riscaldatelle assortite. Ma qui il libro è uscito ora, quindi parliamone.

Quello di Shields per la verità è tutt’altro che un manifesto rigoroso, anzi è una tale collezione di idiosincrasie che riesce quasi simpatico. Ce l’ha con la narrativa, e ha scelto questo titolo ad effetto per il libro, ma poi si capisce che i romanzi gli piacciono. Preferisce i romanzi di idee però, più che le storie tradizionali. E si batte per un uso più consapevole delle influenze altrui. O meglio, sostiene che, ironicamente, si dice la verità solo quando si cita il lavoro di chi ci ha preceduto, non quando si cerca vanamente di "imitare" il reale. Se è vero che ben due terzi dell’Enrico VI di Shakespeare sono copiati da fonti non citate, anche Shields non si sente da meno, e buona parte del suo saggio è composta di citazioni, di cui però, curiosamente, scopriamo la provenienza solo nelle note finali. Il suo vero bersaglio comunque — per approfondire il tortuoso Shields-pensiero rimando a questa bella intervista — sono certi romanzi di oggi, quelli che l’ossequio a convenzioni narrative ormai stracche ha reso oziosi giocattolini. Lui ce l’ha con tutti, Chekhov, Fitzgerald, Franzen, McEwan e chi più ne ha, tanto che è difficile trovare un filo conduttore tra gli autori che non gli piacciono, a parte una vaga idea di realismo e il fatto che hanno avuto successo.

Ma almeno su alcuni principi di fondo, non è difficile solidarizzare con Shields. Una delle definizioni più fulminanti in merito l’ho vista tra i commenti a questo articolo, in cui un lettore dice che la questione non è essere pro o contro la narrativa, ma piuttosto che ci sono i romanzi crudi, e quelli cotti. Quelli crudi hanno "the obsessive, the heartfelt, the passionate, the crazy, the compulsive, the intimate, the revealing, and the revelatory", quelli cotti, no. Ed è curioso che la prima a fare da cassa di risonanza a Shields sia stata proprio Zadie Smith, che per me è una delle sacerdotesse del cotto (o bollito) nella narrativa contemporanea. Nel suo articolo, Smith approfittava di Shields per parlare del suo personale blocco creativo — se non ricordo male la definiva "novel-nausea" — facendo dei casi suoi un improbabile massimo sistema. Aridità creativa che era già evidente in White Teeth, in cui la prima parte quella ispirata ai suoi ricordi familiari funzionava alla grande, mentre la seconda con la trama del topo geneticamente modificato era veramente uno strazio.

Insomma, crudo o cotto? O meglio, chi è crudo e chi è cotto?

Immagine di Diana Königsberg

Da Almanacco Americano

24 febbraio 2010


 
Virgole che dovrebbero contare

Tra gli interventi formativi proposti, di grande utilità per favorire un significativo miglioramento nella gestione dei file è da menzionare…

Con due fucili puntati contro, i superstiti dicono a John dove hanno lasciato la loro vittima.
 
Aveva il telefono in mano, fece un segno a Jakob e Bentham assentì.

Non disse niente di Mae e Jim non gli chiese niente.

24 febbraio 2010

Scrivere a casaccio (fare tutto a casaccio)

Le lettere non erano proporzionate né distanziate con la cura che i romani mettevano nelle maiuscole monumentali, la cui impalcatura veniva lavorata in quadrati, mezzi quadrati, cerchi inseriti, poi disegnata, dipinta e scolpita in larghezze graduate.

Don DeLillo, I nomi

23 febbraio 2010

La posizione di un difensore

Atalanta-Chievo è finita uno a zero per il Chievo. E se è finita così è grazie a una parata bellissima. Non di un portiere, ma di un difensore. Che si chiama Bentivoglio.
Siamo quasi alla fine della partita. Calcio d’angolo per l’Atalanta. La squadra neroazzura è tutta riversata in avanti, vuole il pareggio. Bentivoglio si posiziona sulla linea di porta. Lascia la marcatura. La palla cade pericolosamente in area avversaria, Bentivoglio sta sempre affianco al suo portiere.
A guardarlo così, verrebbe da domandarsi che ci fa lì, dato che all’improvviso si genera un batti e ribatti molto rischioso e un paio di uomini neroazzurri non sono marcati. Andrebbero aggrediti.
Bentivoglio però non si muove, resta lì, a fare il portiere affianco al portiere.
Il pallone finisce all’attaccante avversario, Tiribocchi, che sta a un paio di metri dalla porta.  Tira, e lui, Bentivoglio, salva sulla linea di porta.
Il portiere era battuto.
Il ruolo del difensore non esiste. Chi difende non ha mai un ruolo fisso.