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27 aprile 2010

Mahare e ianare

La mahara arriva puntuale per le orazioni contro lo scanto, ’u matruni; benedice corni rossi e nastrini, getta pugni di sale, segna croci nell’aria e sulle carni.
“Quando ti viene la luna, dammi la pezza che ti controllo il sangue. Accura a quando tossisci o sbadigli, cerca di mangiare con la bocca stretta. Quando c’è lo scanto, siamo più deboli e allora si può ingoiare qualche spirdu”, ripete la mahara.
E forse ha ragione Zà Mimì, ché Franca le vede le maleombre e si sente sfiorare, spingere alla bocca dello stomaco, ma queste cose alla vecchia non le dice, non si fida.
“È come se dentro la pancia c’hai una donna con novantanove braccia, che si chiama matruni. Questa femmina maligna ti stringe le budella a suo piacimento, perché ti vuole ricordare lo scanto che hai avuto”, spiega la mahara con professionale autorità.
“Ma noi la ricacciamo fuori: verso giù, da dietro, o verso su, dalla bocca, e così a poco a poco ti liberi”, continua, invitandola a liberarsi.
La ragazza è intimorita dalle formule della mahara, da quell’aspetto animalesco e da come parla con i spirdi, come fossero amici o parenti stretti.

Giuseppe Schillaci, L’anno delle ceneri, Nutrimenti-Gog

Adelina imparava, ma non voleva imparare.
Soprattutto non voleva imparare a fare quello che facevano sua madre e sua nonna ogni volta che lassù arrivava qualche donna del paese.
Si accorgeva da lontano di loro. Ancora prima di scorgerle dall’alto della radura, prima di sentire il rumore dei loro passi, fiutava l’odore del sangue.
Avrebbe voluto ricacciarle, rimandarle indietro.
Via, via, ripeteva ossessivamente: Scarpa scarpone, scapizzete pe’ ‘stu vallone.
Ma non era forte come sua madre e sua nonna, non conosceva le parole giuste per azzopparle e tenerle lontane. E così eccole lì che, passo dopo passo, scarpinando arrivavano alla casa.
Bussavano. Toc toc.
E ogni volta, quel toc toc Adelina avrebbe preferito che fosse stata la morte a farlo.

Licia Giaquinto, La ianara, Adelphi