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30 aprile 2010

Da Pavese a Pivano

Cara Fernanda,
che cosa succede? Dopo Diderot non ho più saputo niente di Lei. Le ho scritto per congratularmi, e poi silenzio.
Diderot è stato corretto da me (Bougainville), rivedendo tutti i segni rossi (molti ottimi), scarnendo un po’ le note. Quelle mancanti le farà Muscetta sulle bozze. Adesso attendiamo la prefazione.
Come va? Non viaggia più Torino-Mondovì? Credo che a quest’ora avrà trovato in via Gioda le prime copie di Spoon River.
Non Le succede più di fare meditazioni o incontrare avventure di viaggio? Io né faccio meditazioni né incontro avventure. Per quanto strano, ingrasso. Non riesco a scrivere niente e divento animalesco.
È il momento in cui Lei, se è in gamba, può acchiapparmi e bagnarmi il naso. Basta che lavori, studi e traduca, e sforzi la testina. Diventerà celebre, scriverà libri, troverà la cattedra, sarà un luminare della filologia. Io, quando la mia decadenza abbia compiuto il suo ciclo, verrò a fare il bidello nella Sua aula […].
Qui non mi muovo mai e vedo il meno gente possibile. Tendo a seccarmi a morte, pe vedere un po’ se dalal noia — secondo la mia teoria — non nascerà lo stimolo a fare qualche cosa. Lo sa perché da due anni non faccio più niente di gran che importante? Perché, da quando conosco Lei, non posso più annoiarmi, sono sempre travagliato e stimolato dal Suo pensiero, e quindi non scrivo romanzi. Questo è anche un comlimento. Non Le pare?
Addio, Fern
Pavese
(Roma, giovedì 15 aprile 1943)

Cesare Pavese, Vita attraverso le lettere, a cura di Lorenzo Mondo, Einaudi