Archive for novembre 2010

29 novembre 2010

La complicata scelta del libro da portare in viaggio

Il problema della scelta del libro da portare con me è rimasto aperto fino a ieri sera tardi. Ma devi per forza portarne uno, domanda Robert? Vicky mi offre Les malheurs de Sophie, che mi infila a viva forza in valigia, da dove più tardi viene, non senza sforzo, estratto da Mademoiselle. Alla fine decido per La piccola Dorrit e un romanzo vittoriano per ragazzi, e per la tasca del cappotto scelgo Jane Eyre. Certo, preferirei essere una di quelle persone che per nulla al mondo viaggerebbero senza avere con sé un volume di poesie di Keats o un libro di Jane Austen, ma proprio non ce la faccio.

E.M. Delafield, Diario di una lady di provincia, Neri Pozza

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29 novembre 2010

Piccoli pensieri

A come Andare

A volte io mi fermo e qualsiasi cosa faccia un piccolo pensiero si stacca da me
lo vedi trasparente alzarsi sopra i tetti, sfruttare le correnti per giungere da te
e non ha bisogno di sapere dove andare.
Io faccio la vita di sempre ma in ogni gesto metto il tuo ricordo, sorrido al mondo aspettando un giorno di riaverti accanto e parlo con te ogni sera e ti racconto che qui è primavera che ho molta cura di me stesso e di quel che mi hai dato tu.

Spesso mi fermo al mare, c’è ancora poca gente, non faccio quasi niente, mi siedo e resto lì ma nel segreto di un silenzio ti sto chiamando, io guardo lontano, più forte, da qualche parte so che mi risponde un tuo saluto e il tuo ricordo si fa spina nel fianco e parlo con te ogni sera di piccoli progetti senza fretta.
Spalanco il cielo è luna piena, stasera vengo da te.

Joe Barbieri, Normalmente
 

28 novembre 2010

Al limite della notte
 
Ho molto amato l’opera di Cunningham. Le Ore e Carne e Sangue mi erano sembrati due libri importanti, scritti con grande intensità e raffinatezza. I difetti erano gli stessi di questo ultimo libro, ma erano nascosti da una sincera necessità di raccontare e un labor limae più approfondito.
L’ultimo romanzo, Al limite della notte (Bompiani) prende vita dall’elaborazione di La morte a Venezia di Thomas Mann, altro nume titolare assieme alla Woolf e a Whitman della esperienza di Cunningham lettore, che a sua volta coincide in maniera certosina all’esperienza del Cunningham scrittore.
Ma, questa volta non basta l’amore per il Mago tedesco, che nel libro è definito “nume tutelare degli amori impossibili”.
Cunningham racconta di una crisi di coppia.
Rebecca e Peter sono una coppia newyorkese. Hanno soldi, cultura, charme, una figlia che ha rifiutato tutti i valori familiari. Sono vicini alla mezza età, ma sono belli, come in fondo i ricchi sono sempre.
La tranquillità della loro esistenza è destabilizzata dall’arrivo del fratello di Rebecca, Mizzy, diminutivo di mistake, Erry nella traduzione di Andrea Silvestri diminutivo di Ethan, infatti, l’incipit è: “ L’Errore entrò…”.
L’attrazione che Peter prova per Ethan è totale.
Si perde nei rivoli di una passione estetica che non perde tempo nell’ingarbugliarsi e ingolfarsi in vortici erotici con accenti piuttosto melodrammatici e un po’ kitsch.
Ma, in fondo, il problema del libro non è questo. A parte le prime 20 pagine, la scena della morte del cavallo, in cui ci sembra di avvertire il segno di un rito tribale al centro della modernità, il libro manca di intensità, di pura ossessione. L’autore preferisce infarcire il romanzo di riflessioni banalissime sull’arte contemporanea e la società dei compratori d’arte americani. Racconta per pagine e pagine di ciò che in fondo non interessa neanche a lui, il luccichio della mondanità, per di più con un tono spezzettato e dimezzato che è a metà strada fra il parvenu e il provinciale appena urbanizzato.
Ciò che vuole raccontare Cunningham è il desiderio assoluto di un uomo maturo per un ragazzo, ebbene lo faccia e non abbia alcuna reticenza come note a margine da cronaca rosa o riflessioni estetiche, che non vanno oltre il senso di libertà o di rifiuto dello spettatore dinanzi all’arte contemporanea.
Insomma, chi se ne fotte di Damien Hirst, quando c’è Tadzio o Ethan che ti fanno l’occhiolino!

28 novembre 2010

Bisogna aver paura delle parole.
 
Elias Canetti

27 novembre 2010

Metallo morbido 

Vieni, mio bel gatto, sul mio cuore innamorato;
ritira le unghie nelle zampe,
lasciami sprofondare nei tuoi occhi
in cui l'agata si mescola al metallo.
Quando le mie dita carezzano a piacere
la tua testa e il tuo dorso elastico
e la mia mano s'inebria del piacere
di palpare il tuo corpo elettrizzato,
vedo in ispirito la mia donna.
Il suo sguardo, profondo
e freddo come il tuo,
amabile bestia,
taglia e fende simile a un dardo,
e dai piedi alla testa
un'aria sottile,
un temibile profumo ondeggiano
intorno al suo corpo bruno. 
 
Charles Baudelaire, Il gatto
 
 

Franco Gentilini

27 novembre 2010

La morte, ieri 

Una faccia morta non è più una faccia, per niente una faccia, nessuna faccia non è fredda, né di plastica, né di carne, tutta sogno, tutta pensiero, è fin troppo umana e animalesca e umana e perfino espressiva, ma non è più una faccia e mentre una faccia viva puoi stringerla tra le mani, una faccia morta filtra tra le dita, cola, sgocciola, non faccia, una faccia viva reagisce anche nel sonno anche svenuta ma una faccia morta assorbe il tuo sguardo, stira quella ricerca di connessione all’infinito, le familiari operazioni di connessione, addizione, sottrazione, moltiplicazione e divisione non funzionano con le facce morte, così come non funzionano come procedure aritmetiche con infiniti decimali, una faccia morta, come un infinito decimale, non corrisponde a niente nella realtà, una faccia morta è un concetto, e perciò non puoi stringerla tra le mani, e perciò io stringo tra le mani la faccia viva di mia figlia, la sua faccia un tempo viva, quella faccia che amavo e che ho concepito con la mia moglie di allora, come se fosse reale, nella mia mente, ostacolando la comune, persistente, inutile credenza secondo cui i ricordi vengono ogni volta ricostruiti daccapo, coltivati, raccolti, una non faccia la dolce dolce faccia di mia figlia dentro di me è una cosa viva, astratta e reale, che non è mai sparita e che quindi non ha mai avuto bisogno di essere ricostruita e chissà dove c’è una cosa in questo mondo, nel mio mondo, l’unico mondo che è la sua dolce faccia morta, una non faccia, forse un simbolo, un segno, un faro direzionale, un indicatore denotativo o connotativo ma non una faccia. 
[…] Quando è stata rapita, Lane aveva undici anni, una bimba di undici anni, ed era solo di due giorni più grande quando il suo corpicino è stato ritrovato con tutta la vita che aveva dentro ormai scomparsa. Lane era troppo giovane per avere mai riflettuto sulla morte, troppo giovane per conoscere la vita a tal punto da amarla, ma abbastanza adulta per insegnarlo a me, una lezione impartita senza tante fanfare, campane, fronzoli, ma con spontaneità, e quindi in modo del tutto imprevedibile, come quando ti dai un colpetto sulla fronte, per dire: ma certo, ecco cosa ci facciamo qui. Ed è come se fossi andato alla ricerca di una lavagna dove è stato cancellato tutto ciò che conta, gli unici segni rimasti chissà perché indicano quella data.
 
Percival Everett, La cura dell'acqua

25 novembre 2010

Ringraziamento

"Google has demonstrated the possibility of transforming the intellectual riches of our libraries, books lying inert and underused on shelves, into an electronic database that could be tapped by anyone anywhere at any time. Why not adapt its formula for success to the public good—a digital library composed of virtually all the books in our greatest research libraries available free of charge to the entire citizenry, in fact, to everyone in the world?"

Dal blog de New York Review of Books

Da Almanacco

25 novembre 2010


Mike Davis

25 novembre 2010

Aprirsi 

Tutto è porta
basta la lieve pressione di un pensiero.
 
Octavio Paz

23 novembre 2010


Francisco Toledo