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9 novembre 2010

Lèvin (=Tolstoj) e la musica moderna
 
Al concerto del mattino venivano date due cose molto interessanti.

Una era la fantasia Re Lear nella steppa, l’altra era un quarteto dedicato alla memoria di Bach. Tutt’e due le cose erano novità della nuova tendenza e Lèvin voleva farsene un’opinione. Dopo aver accompagnato la cognata alla sua poltrona, si mise in piedi vicino a una colonna deciso ad ascoltare il più attentamente e coscienziosamente possibile. Cercava di non distrarsi e di non guastarsi le impressioni guardando il gesticolare delle mani del direttore d’orchestra con la cravatta bianca, che sempre distrae in modo così spiacevole dall’attenzione alla musica, e le signore con i cappellini che per il concerto si fasciano con cura le orecchie con i nastri, e tutte quelle facce non occupate da nulla ovvero occupate dagli interessi più vari, ma in nessun caso dalla musica. Cercava d’evitare incontri con conoscitori di musica e attaccabottoni e se ne stava in piedi guardando a terra davanti a sé, ascolttando.
Ma quanto più ascoltava la fantasia di Re Lear, tanto più sentiva allontanarsi da sé la possibilità di farsi un‘opinione precisa. Senza posa la frase musicale, al momento di svilupparsi, si fondeva in un’altra frase musicale o svaniva, secondo il capriccio del compositore, frantumandosi in suoni slegati e tuttavia straordinariamente complicati. E questi stessi frammenti di frasi, talvolta buoni, erano sgradevoli perché completamente inattesi e da nulla preparati. La gaiezza o latristezza, la disperazione, la tenerezza o il trionfo, insorgevano senza alcun diritto, come i sentimenti di un pazzo. E, proprio come avviene in un pazzo, quei sentimenti inaspettatamente di dileguavano.
Per tutto il tempo dell'esecuzione, Lèvin provò la sensazione di un sordo che guardi delle persone che ballano.
 
Lev Tolstoj, Anna Karenina, 7, V (traduzione di Pietro Zveteremich)