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17 febbraio 2011

Prendi una bandiera e cambierai il mondo

Daniel Barkley aveva dei soldi e una casa che gli erano stati lasciati dalla madre. Aveva una laurea in Storia americana conseguita alla Brown University che in qualche modo si era guadagnato, ma che non gli aveva fatto guadagnare niente. Suonava una Martin del 1940 e guidava una Jansen del 1976, una macchina sportiva che aveva comprato quando la zia era morta e, non avendo eredi, gli aveva lasciato tutto. Daniel Barkley non lavorava e non fingeva di doverlo fare, visto che passava quasi tutto il tempo a leggere. Qualche sera suonava jazz in un locale vicino al campus della University of South Carolina insieme ad alcuni vecchietti che invece di giorno sgobbavano, ma non facevano pesare a Daniel la sua condizione privilegiata. Una sera i ragazzi bianchi di una confraternita cominciarono a sbraitare verso il nero che imbracciava l’acustica: «Suonaci Dixie! Suonaci Dixie!». Daniel li fissò a lungo, ne studiò il ghigno ostentato e gli occhi iniettati di birra infossati in una faccia gonfia e slavata sopra una polo e dei pantaloni di cotone. Poi guardò le facce tese dei vecchietti che lo accompagnavano e quelle imbarazzate delle altre matricole. Poi cominciò a suonare.] Daniel Barkley aveva dei soldi e una casa che gli erano stati lasciati dalla madre. Aveva una laurea in Storia americana conseguita alla Brown University che in qualche modo si era guadagnato, ma che non gli aveva fatto guadagnare niente. Suonava una Martin del 1940 e guidava una Jansen del 1976, una macchina sportiva che aveva comprato quando la zia era morta e, non avendo eredi, gli aveva lasciato tutto. Daniel Barkley non lavorava e non fingeva di doverlo fare, visto che passava quasi tutto il tempo a leggere. Qualche sera suonava jazz in un locale vicino al campus della University of South Carolina insieme ad alcuni vecchietti che invece di giorno sgobbavano, ma non facevano pesare a Daniel la sua condizione privilegiata.
Una sera i ragazzi bianchi di una confraternita cominciarono a sbraitare verso il nero che imbracciava l’acustica: «Suonaci Dixie! Suonaci Dixie!». Daniel li fissò a lungo, ne studiò il ghigno ostentato e gli occhi iniettati di birra infossati in una faccia gonfia e slavata sopra una polo e dei pantaloni di cotone. Poi guardò le facce tese dei vecchietti che lo accompagnavano e quelle imbarazzate delle altre matricole.
Poi cominciò a suonare.
Il resto del racconto lo trovi qui.

Percival Everett, The Appropriation of Cultures