Archive for giugno 2011

30 giugno 2011

30 giugno 2011

La tessitura è come scrivere 

Il rumore di una tessitura è una cosa densa, quasi solida. È un'onda che ti investe, un vento che ti ingobbisce. Il rumore di una tessitura ti fa socchiudere gli occhi e sorridere, come quando si corre mentre nevica.
 
Edoardo Nesi, Storia della mia gente, Bompiani

30 giugno 2011

Mi chiamo col mio nome 

"Come state, signora?"
"Come estate così inverno."
"Come vi chiamate?"
"Col mio nome."
"E dove state?"
"Nella casa con la porta."
"In che strada?"
"Nella vanedda del polverone."
"Signora, voi mi fate morire!"
"Fate pure!"
 
Italo Calvino, "Gràttula-Bettàttula", da Fiabe italiane

29 giugno 2011

Deviazioni 

Deviazioni temporanee, isterismi mentali, sterco che sale dagli abissi interiori: ma fuori, nel mondo esterno della cose salde, ha lasciato che i suoi desideri fuggissero da lei una volta sola, solo una volta con conseguenze durature.

Paul Aster, Sunset Park

28 giugno 2011

I fiori come le persone

Sì, sui fiori ho imparato tante, tante cose. Sono proprio come le persone. Mettine molti tutti insieme e subito si danno reciprocamente ai nervi e cominciano ad appassire. Mescola diverse specie e il risultato è qualcosa che ha tutta l'aria di un'atroce differenza di classe. E poi, naturalmente, l'acqua è importantissima. Lo sai che certe persone pensano che sia molto gentile cambiare l'acqua tutti i giorni? Terribile! Se lo fai, poveri fiori, puoi proprio sentirli morire. Io cambio l'acqua una volta alla settimana, ci metto una manciata di terra e loro stanno benissimo.

Gerald Durrell, La mia famiglia e altri animali, Adelphi

27 giugno 2011

27 giugno 2011

Storie di felloni 

«Fratè,» disse Rancio Fellone da sotto lu fico «e che te ne vuoi annà senza manco salutare».
Capa di Ciuccio lo spignette fino a lu fico.
Mò steva davanti a lu Fellone ca lo guardava cu nu sorriso ca vuleva essere amichevole senza ca ci riusceva.
«Stevo pazzianno apprima cu Caterina» dicette lu Fellone.
«Che vai trovanno» ci chiese Lorenzo.
«Solo ca ci bevimo nu bicchiere a la salute nuestra, ca ti sì addimostrato ommo. Poi te ne vai ndò ti pari, ca nun songo affari ca mi riguardano».
Lorenzo nun lo crereva e la proposta ci pareva strana. Pirò si risponneva ca no, sicuro lo stroppiavano di mazzate e accussì si perdeva pure l’appuntamento cu Caterina.
Nu bicchiere si poteva pure faci.
Macari lu Fellone era meno bastardo di chello ca pareva.
E poi int’a na mezz’ora arrivavano li musicisti a pruvà li strumenti, pirciò pericoli ne curreva pochi.
«Va buono» disse Lorenzo.
 
Andrej Longo, Lu campu di girasoli, Adelphi

27 giugno 2011


Mario Tessari

27 giugno 2011

Tentativi

A come Attingere

Basti dire che dopo un’oretta di abbracci solitari col cuscino iniziai a rendermi conto di come da un paio d’anni la mia vita attingesse a risorse che non possedevo, mentre avevo ipotecato fisicamente e spiritualmente fino all’osso la mia persona. Mi restituivano la vita – sai che regalo rispetto a prima, quando potevo vantare un indirizzo e fare assegnamento su una indipendenza a tutta prova.
Mi resi conto che in quei due anni, per salvaguardare qualcosa – una quiete interiore, forse, forse no –, mi ero svezzato da tutte le cose da me amate fino a quel momento – che ogni gesto della vita, dallo spazzolino da denti la mattina all’amico a cena, richiedeva uno sforzo. Mi accorsi che da molto tempo non mi piacevano più né le persone né le cose, ma mi limitavo a proseguire nella solita stenta messinscena. Mi accorsi che anche l’amore per quelli a me più vicini si era ridotto solo a un tentativo di amare, che i miei rapporti occasionali – con il direttore di un giornale, il tabaccaio, il figlio di un amico – erano solo improntati al ricordo di quanto, in circostanze analoghe, andasse fatto. Nel giro di un mese eccomi insofferente al suono della radio, alla pubblicità sulle riviste, allo stridio dei binari, al silenzio di tomba della campagna: sprezzante verso la mollezza umana, sempre pronto a inalberarmi (senza espormi però) di fronte alla durezza: odiavo la notte, che m’impediva di dormire, e odiavo il giorno, perché andava incontro alla notte. Dormivo dalla parte del cuore, ora, sbrigandomi sia pur di poco a fiaccarlo: consapevole così di anticipare l’ora benedetta dell’incubo che, come una catarsi, mi avrebbe permesso di affrontare meglio il nuovo giorno.

Francis Scott Fitzgerald, Il crollo

26 giugno 2011

Diversi destini per un lettore e una lettrice

Il nonno deviò appena appena dalla via segnata: imparò a suonare il violino, e sposò quell'irlandese alta e impetuosa che aveva gli occhi di due colori diversi. Fatto ciò, rientrò nei ranghi, e per il resto della vita fu diligente, rispettoso e quieto. Era anche lui un lettore. D'inverno riusciva a fare tutto il lavoro duro — e a farlo anche bene — e poi si metteva a leggere. Non parlava mai delle proprie letture, ma l'intera comunità era al corrente del fatto. E lo rispettava per questo. Che cosa strana: c'era anche una donna lettrice, che prendeva continuamente libri in prestito in biblioteca, e nessuno la rispettava affatto. Non si faceva che sottolineare come la polvere si ammucchiasse sotto i letti di casa sua e come il marito dovesse mangiare pietanze fredde. Forse perché lei leggeva storie, romanzi, mentre i libri che leggeva mio nonno erano impegnativi. Volumi impegnativi, questo lo ricordavano tutti, ma i titoli sono stati dimenticati. Li trovava alla biblioteca, che al tempo ospitava Blackstone, Macaulay, Carlyle, Locke, la Storia d'Inghilterra di Hume. Ci sarà stata anche la Ricerca sull'intelletto umano? E Voltaire? Karl Marx? È possibile.
Un momento: se la donna con le matasse di polvere sotto i mobili avesse letto volumi impegnativi, l'avrebbero perdonata? Io non credo. A criticarla erano le donne, più severe con le altre donne che con gli uomini. Inoltre, va detto che il nonno prima faceva il proprio lavoro: le sue cataste di legna erano ordinate e la stalla lustra. La sua passione per la lettura non interferì mai con la sua condotta di vita.

Alice Munro, "Lavorare per vivere", La vista da Castle Rock, Einaudi