Archive for luglio 2011

28 luglio 2011

Seriosi abiti confezionati per bambine

Non appena sorella Clavel tira fuori la linda uniforme destinata a lei, Madeleine se la infila abilmente da sopra la testa, ma poi i suoi pugni voluminosi erompono dalle accurate cuciture come musi gemelli di due balene che infrangono la superficie dell’acqua. E così viene disposto che Madeleine abbia vestiti speciali, fatti apposta per lei, con lunghe e fluttuanti maniche simili a quelle di una concubina orientale. Un sarto nanerottolo suona il campanello del convento e sorella Clavel va ad aprirgli, lo accompagna su per le scale sul retro e lo fa entrare in una stanza assolata dove c’è Madeleine che lo aspetta appollaiata su un minuscolo sgabello intarsiato e con indosso nient’altro che le calze. Il sarto sparpaglia a terra i ferri del mestiere, e con un’irritante aria d’indifferenza inizia a prenderle le misure. […] Nel frattempo le natiche di Madeleine si scaldano ai raggi del sole, e le abili dita del sarto scivolano e si posano sulla sua pelle nuda. Madeleine pensa: Che sensazione divina.
Ma quando arrivano i vestiti, avvolti nella carta velina increspata, non sono del tessuto leggerissimo che aveva immaginato, anzi, le conferiscono perfino un aspetto più inquietante: mezza bambina, mezza bestia. Il corpetto e la gonna sono indistinguibili dall’uniforme del convento, austeri, informi e pieni zeppi di bottoni, a parte le maniche, cadenti come due flaccide orecchie di elefante.

Sarah Shun-lien Bynum, Madeleine dorme, Transeuropa, di prossima pubblicazione

Una volta alla settimana veniva a Torrevaca donna Matilde, una sarta ad ore per il guardaroba. Era vedova e si tingeva i capelli col mallo di noce, come mia nonna. Era arrivata per la prima volta con le stoffe per i miei vestiti e io dovetti scegliere tra campioni di vari colori, molti nei toni delle malve e delle fucsie, i prediletti da Matilde.
Preferii il nero, perché senza tinte si vestono i poveri e quelli a lutto, e poi non volevo essere differente dalle gemelle e umiliarle con una veste colorata, da padrona, perché già il mio posto era di privilegio in quella casa.
Per me, lo scuro, non era l'abito dell'obbedienza, ma della mia condizione, e mia madre e mia nonna le avevo sempre viste nei grembiuloni neri che nemmeno alla domenica venivano cambiati, perché noi non s'andava a Messa ed io ero stata battezzata di mala grazia.

Marcella Cioni, La corimante, Sellerio

27 luglio 2011

27 luglio 2011

27 luglio 2011

Ciò che conta 

Non serve a niente essere intelligenti. Sarebbe meglio essere biondi e belli. 
  
Agota Kristof, Trilogia della città di K

26 luglio 2011

Origliare

Da dove provengono i dialoghi?
Dalla familiarità. Dal ricordo di come vengono dette le cose. Quando hai sentito certe espressioni e frasi è difficile dimenticarle.
È come calare un secchio nel pozzo, torna sempre su pieno. Non sai di averle in mente, ma è così. E resti in ascolto per trovare la parola giusta, nel presente, e la senti. Una volta che sei dentro una storia sembra che tutto possa funzioanre — quello che senti per caso su un autobus in città è esattamente quello che il tuo personaggio direbbe sulla pagina che stai scrivendo. Ovunque tu vada incontri una parte del tuo romanzo. Sei sintonizzato su quello, e le cose giuste vengono attirate, come magnetizzate — se si può pensare alle proprie orecchie come a dei magneti. Ho sentito qualcuno che diceva, "Cosa, non hai mangiato carne di capra?", e qualcun altro che rispondeva, "Capra! Non mi dire che servite la capra. Non mi hanno detto che era carne di capra quella che mi hanno portato. Pensavo…", e così via, e poi la ricetta, e finiva così — non mi ricordo esattamente come — ma finiva con, "Si possono preparare un sacco di cose con l'aceto". Beh, ridevo a tutte queste battute e continuavo a pensarci e poi le inserivo. Ma dopo mi dicevo, Questo è un vero e proprio vizio. Togliele! E le toglievo.

Eudora Welty, The Paris Review. Interviste vol. 2, Fandango

25 luglio 2011

25 luglio 2011

Invecchiando

Col tempo ci si illude di cambiare, ma malgrado gli sforzi, invecchiando si somiglia sempre di più a sé stessi.

Gilberto Severini, A cosa servono gli amori infelici, Playground

21 luglio 2011

19 luglio 2011

Ubiquità 

Come può il fotografo scattare la foto se è lui stesso la foto?
 
Sarah Shun-lien Bynum, Madeleine dorme, Transeuropa, il 21 settembre in libreria 

19 luglio 2011

Uh

"Fortuna che t'hanno pigliato".
 
Mark Twain, Le avventure di Huckleberry Finn