Refusi in aumento

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Cosa rappresentava un refuso per lo scrittore che rileggeva un proprio testo in bozze di stampa o per il correttore professionale delle medesime, una persona in carne e ossa china su fogli di carta? Un momento di speciale attenzione per una segnatura a margine secondo simboli standardizzati. Invece per il lettore che avrebbe potuto incapparvi nonostante i filtri precedenti era una rara avis, un’evenienza inattesa, semmai annotata come curiosità. Tecnicamente uno scambio nell’ordine dei caratteri di una parola: se si guarda in un dizionario vecchio ma non troppo come il Novissimo Melzi del 1973 si coglie l’atto materiale originario: “Lettera scambiata per un’altra nello scomporre i caratteri e posta nella cassetta di un’altra lettera”. Ma oggi quel vocabolo che profuma di piombo – infatti refundere (versare) richiama la linotype che fonde le righe in un sol pezzo – è l’anacronistica copertura del significato generico usuale di “qualsiasi errore di stampa” (vocabolari moderni), altro anacronismo giacché l’errore non avviene in alcuna stampa. Per decenni la lettura di migliaia di testi non fu infastidita da quell’infiltrazione. Retrocedendo nel tempo ritrovo la garanzia che gli editori davvero seri, consapevoli del compito culturale, offrivano, anche negli anni più difficili. I libri Einaudi della collana “Universale”: ne riprendo in mano ora qualcuno del 1943: Lo Spettatore, di Joseph Addison (1711), i Canti del popolo greco, di Niccolò Tommaseo (1842), Una storia vera (Dialoghi) di Luciano di Samosata… Carta brutta, gabbia della pagina non ben allineata coi bordi, inchiostratura non sempre perfetta; ma nessun refuso, nessun errore neanche quando avrebbe potuto infilarne la traduzione (ma all’inglese di Addison ci pensava un certo Mario Praz). Quanti errori avremmo potuto tollerare nel Moby Dick edito da Frassinelli Tipografo nel 1942 con la traduzione di Cesare Pavese? Ben pochi o nessuno. E la modestissima milanese Universale Economica, simbolo “il canguro”? Ecco qui il notissimo soldato di Jaroslav Hasek nei quattro volumetti del 1951 letti e riletti in una buona traduzione dal ceco senza il minimo intoppo. Bastarono in seguito pochi anni per ottenere libri sempre meglio costruiti sotto ogni aspetto. Uno dei più bei prodotti editoriali di ogni tempo furono negli anni Cinquanta i primi “Coralli” di Einaudi, quelli legati in cartone vegetale vivo e dotati di una riproduzione a colori fra nome dell’autore e titolo: non avremmo accettato refusi di sorta leggendo un Pavese o un Fenoglio o un Bellow o un Robbe-Grillet; altrimenti avremmo protestato duramente. Poi, per un lungo periodo non contò la maggiore o minor preziosità editoriale: l’omino chino sui fogli delle bozze di stampa faceva comunque il suo dovere, non era ancora tempo di tagli e risparmi, di fallimenti, fusioni, appropriazioni di forti sui deboli, da cui poteva derivare anche una minor cura del testo. Ma, indipendentemente dai processi di ristrutturazione (e distruzione) dell’editoria, venne il punto di rottura circa la garanzia di assoluta correttezza del testo. L’impiego del computer e i nuovi sistemi di produzione cambiarono il regime, se così posso dire, del testo e della caccia all’errore. I libri privi di refusi – nel significato improprio attuale – si diradarono mentre apparve una novità: invece di incontrare specialmente parole sbagliate, ossia insensate, trovavi vocaboli sensati ma completamente estranei alla frase o a una sua parte; oppure il vocabolo mancava, o era di troppo. Molte altre curiosità sbucarono: ne parlerò poco più avanti concludendo su un caso recente. Il libro che per primo mi stupì dopo diversi esercizi di paziente lasciar correre è L’uomo che non era Maigret. Ritratto di Georges Simenon, di Patrick Marnham, La Nuova Italia, 1994: un numero di errori sufficiente a rendere fastidiosa la lettura, non ancora a farti gettare il libro dalla finestra, come avrei dovuto fare nella circostanza seguente.

Ad agosto ho acquistato per la prima volta uno dei volumi della collana “Ottocento” di La Biblioteca di Repubblica, precisamente Il ritorno alla brughiera di Thomas Hardy, il n. 32. Infatti possiedo gli altri trentun testi, letti in edizioni talvolta vecchie ma nell’insieme dignitose, traduzione compresa (ciò vale anche per gli altri due maggiori romanzi di Hardy, Via dalla pazza folla e Tess d’Urberville). Ebbene, la lettura è stata lunga, faticosa, spezzata: un tormento. La causa? L’inusitata numerosità di errori di sconcertante varietà. Sessantotto casi – un primato nell’ambito delle mie letture – sono veramente troppi; data anche la loro cadenza e dunque l’attesa nervosa della loro sicura apparizione, hanno vietato il piacere previsto. Non posso trascrivere l’elenco che mi sono costruito, ad ogni modo c’è di tutto un po’: mancanza o eccedenza di parola, inversione di termini, sbagli in articoli determinativi e indeterminativi, preposizioni, congiunzioni; singolari al posto di plurali e viceversa, locuzione positiva invece che negativa, errori ortografici (quantaltri, sopra- (a capo) vissuto…), e anche qualche refuso classico. Come è potuto succedere? E il revisore che il traduttore (Paola Giuliani) ringrazia, che testo ha visto? Mi è chiaro: ci si è fidati ciecamente di un programma di correzione automatica ignorando l’assoluta insufficienza di un qualsiasi strumento di questo tipo. Appunto: lui non è come l’omino correttore di bozze, non può recepire l’insensatezza, coglie solo il termine inesistente nel suo “personale” (ma guarda) dizionario sicuramente limitato. Per questo vale l’elenco proposto sopra. Eppure qualcosa non ha funzionato nemmeno nel controllo ortografico più semplice, altrimenti mancherebbero i due esempi citati e qualche altro come la parola ripetuta di seguito o la mancanza di un carattere. Chi si fida del programma automatico, poi, saprà che quel prepotente ti può cambiare una parola che non riconosce, spesso un nome proprio, con un’altra quasi uguale per caratteri ma bizzarra. Infine: se è vero che il revisore ha letto il testo, deve averlo fatto solo come rapida scorsa al video trascurando la maggior sicurezza concessa dalla carta stampata; una brutta abitudine sempre più diffusa non giustificata da un ipotetico minor costo.
Penso dubbioso all’enorme portata dell’iniziativa editoriale di Repubblica e alle centinaia di migliaia di copie per ogni volume settimanale. Temo che tutti o gran parte facciano cattiva compagnia a quello del nostro povero Hardy. Nessuno è intervenuto. Forse i libri sono acquistati e per lo più collocati in bell’ordine numerico su uno scaffale e lì rimangono.

Lodovico Meneghetti

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Una Risposta to “Refusi in aumento”

  1. Calembour Says:

    Ah quanto vorrei svolgere il mio lavoro ed evitare i brutti incontri con i refusi! Per ora non è possibile, e quindi appuntisco la mia matita rossa! 😉
    Simonetta

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