I galli di Citera

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“…e a Capo Matapan, nelle giornate limpide,” stava dicendo il capitano “si sentono cantare i galli di Citera”.
“Io non li ho mai sentiti” disse Panagioti, lo skipper dei caicco che dovevamo prendere l’indomani.
“Mai”.
“Neanch’io” disse l’altro.
“Allora dovreste comprarvi delle orecchie nuove. Io li ho sentiti spesso. Ci vuole una giornata calma, e un ostrolevante che soffia piano piano; un piccolo vento di sudest, ma piccolo piccolo. Allora,” disse, allungandosi all’indietro contro un girasole, un dito dietro il lobo dell’orecchio, l’altra mano tesa con le dita spiegate a rappresentare il Vento, gli occhi spalancati  a indicare la Distanza “arriva fluttuando sull’acqua, e si sente benissimo”. La voce si abbassò in un bisbiglio cantante: “Chi-chi-richi-chii-i-i!”. Gli occhi rotearono minacciosamente dall’uno all’altro di noi. Ipnotizzato dalla morente cadenza della sua onomatopea e compiaciuto del nostro reverente silenzio, ripeté lo spettrale grido gallesco, ancor più sommessamente e in una tonalità lievemente diversa: “Chi-chi-richii-i-i”.

Patrick Leigh Fermor, Mani, Adelphi

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