Archive for dicembre 2012

L’ultima cosa che dico

31 dicembre 2012

L’ultima cosa che dico è la prima che penso. Diamoci da fare.

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Jerome David Salinger, giovane a vita

27 dicembre 2012

Ebbe in sorte un male incurabile, il talento letterario, e un travolgente successo, che infatti lo travolse. Sospinto dalla fama, passò nell’ombra cinquantanove dei suoi novantun anni. Lasciò che a ricordarlo fosse un pugno di fotografie sospette: sbiadite, sfuocate, scadute, forse apocrife. Fu fra i primi, il 29 aprile del 1945, a spalancare gli obbrobriosi cancelli di Dachau. Forse quel trauma, o forse l’altro, di avere disgraziatamente scritto un capolavoro incancellabile, alle sue mani lasciò in eredità il romanzesco tremito di cui racconta la leggenda.

Eugenio Baroncelli, Falene

La vastità della superficie esteriore

25 dicembre 2012

Quando incominciai a dipingere mi ritornò alla mente il mio mondo, un mondo di nubi e di incertezze, e con esso mi apparvero anche volti sbiaditi, fantasmi di corpi o di natura, ma sempre vaghi e pronti a dissolversi in nebbia.
Poi mi ritornarono alla mente i ritmi di cui avevo nostalgia, e in quei ritmi collocavo precipitosamente delle tracce brevi, piene di elettricità, delle violente tracce di cose esistenti delle quali non dovevo rendere conto e che, fin dall’infanzia, sapevo inconsciamente di dover rincontrare un giorno della vastità della superficie esteriore.

Henrui Michaux

Né coi nostalgici né coi guru del nuovo

22 dicembre 2012

Incontro con Paolo Repetti, creatore insieme a Severino Cesari di Einaudi Stile libero. Stranamente, comincia lui e comincia proprio da Orwell: “Mi piace molto la scelta di fare un supplemento culturale non di recensioni con un gruppo di scrittori intellettuali giovani, e con una discussione che, per quanto a volte è ironica e paradossale, non è una cosa tipo Il Fatto quotidiano, cioè – andiamo a vedere chi c’è, cosa c’è dietro, il complotto, gli editori che stanno a fa’, chissà, adesso vi sveliamo noi gli arcani segreti. Dal punto di vista di uno che sta dentro una casa editrice grossa, che comunque si confronta con un mercato in modo piuttosto violento, c’è la sensazione di poter colloquiare”.

La prima cosa che hai detto è “non uno spazio che produce recensioni”.

“Non mi ricordo se tre o quattro o cinque anni fa, il manifesto fece una serie di interventi di Gabriele Pedullà contro l’industria culturale, il mercato, le pagine dei giornali, tutta quella roba lì insomma: aveva un tono insopportabilmente minoritario e nostalgico, come sé tutta la critica della cultura, che poteva essere quella derivata dalla grande coda della Scuola di Francoforte, si fosse ridotta oggi ad un rimpianto per perdita dell’aura, alla Benjamin: guardare il presente e guardare il futuro solo in termini di perdita di qualcosa: le librerie non sono più quelle di una volta; i giornali non danno più spazio ai critici letterari; gli editori fanno soltanto libri per fare mercato…Mi fa venire voglia di dire ragazzi l’antagonismo culturale significa togliere spazio al mercato, non lamentarsi perché il mercato esiste: perché il mercato esiste!”.

Noi siamo autori che pubblicano per Einaudi Mondadori Rizzoli…

“Sì sì! Il tentativo di andare contro una logica puramente di mercato non è che appartiene soltanto a chi sta fuori… È un problema che ci poniamo anche noi che stiamo dentro grandi gruppi editoriali”.

Nel tuo caso, con la tua esperienza prima con Theoria, indipendente, poi con Stile libero, come te lo poni il problema?

“Al momento credo stia vincendo la logica di una specie di grande mainstream dell’intrattenimento globale. È una fase culturale dov’è difficile trovare spazi dove le cose non vengano considerate solo intrattenimento. Compresi i libri complessi. Non è che voglio fare l’elogio dell’antagonismo, però se penso alla formazione che potevamo avere noi da ragazzi… senza voler fare un discorso nostalgico, però un conto è formarsi su Barthes, Foucault…”

Ma sono quelli su cui ci si forma anche adesso, se ti vuoi formare.

“Se ti vuoi formare. Oggi gli ideologi sono vissuti passivamente, e i loro nomi sono: Bezos, Zuckerberg e Steve Jobs La vera ideologia è fatta dai guru che hanno deciso attraverso la tecnologia i modi in cui noi stabiliamo relazioni, la cornice dentro cui ci muoviamo. Il caso di

Bezos e Amazon per noi editori è una cosa enorme: se io dovessi dire chi è in questo momento un personaggio verso cui gli intellettuali dovrebbero riflettere per capire come sta determinando la fine di un modello di industria culturale come eravamo abituati a pensarlo…”

Diventerà l’unico editore?

“Più che l’unico editore (perché poi secondo me per gli editori c’è uno spazio enorme all’interno di questa crisi), è ovvio che anche lì, se tu lasci Bezos tranquillo, lui conquista tutto. Diventa lui stesso editore, diventa lui stesso distributore di libri. A partire dall’imposizione di Amazon le conseguenze sono state la chiusura di una enorme catena di librerie [Borders]… Questa cosa non può non, come dire, innescare una riflessione per chi fa questo lavoro, perché noi ci troviamo nel giro di cinque anni a far sì che l’editore controllava fino a poco tempo fa tutto il processo, dal manoscritto alla stampa, alla pubblicazione e quindi all’accesso in libreria, la distribuzione. L’editore, che controllava tutta questa catena, potrebbe diventare un…”

Ma tu hai detto che secondo te c’è un grande spazio per l’editoria. Quale sarebbe?

“Io penso che l’editore, la sua ricchezza sarà sempre di più gli autori che ha e la capacità di far sentire agli autori che la mediazione e il filtro del marchio editoriale è un elemento di cui non si può fare a meno.

Se hai un progetto culturale dentro cui un autore vuole stare. Diciamo che Stile libero, in questo suo dialogo continuo col mercato, nasce da un’idea di Giulio Einaudi: quando io e Severino Cesari proponemmo una collana autonoma per la scoperta di nuove scritture giovanili e di generi, Einaudi disse: ‘Ve la faccio fare ma i libri usciranno dentro i Tascabili Einaudi’. Voleva dire che tu ti trovavi nella stessa numerazione prima Primo Levi, McEwan e poi, non so, il Libro

delle camerette dei giovani, il primo che abbiamo fatto. E questo ci obbligava a tirature molto più alte e un confronto col mercato molto più intenso. Giulio Einaudi era così. Se pensi all’operazione che lui fece con la storia della Morante, mettendo a 2000 lire un libro di 500 pagine – è un’operazione che oggi diremmo di marketing”.

Oggi come si spinge un libro?

“Oggi quando i libri anche letterari li butti in libreria e entrano nella discussione letteraria, nel mercato eccetera, sono comunque vissuti come prodotti, e basta! Cioè non senti più in questo momento quella sensazione che io avevo almeno fino a dieci quindici anni fa, in cui l’editoria di cultura aveva un suo linguaggio, con dei paratesti che lo accompagnavano, dei suoi tempi, perché esisteva una cosa che quando io sono entrato a lavorare era evidente, cioè se tu avevi un critico letterario dell’autorevolezza di Calvino o di Pasolini, che pubblicava una recensione in quello che oggi è considerato lo spazio più sfigato di tutti i giornali, l’elzeviro, sostanzialmente avevi fatto il

marketing del libro…”

E poi il libro come si trovava, dove si trovava?

“Il libro si trovava in libreria con facilità e non c’era un discorso di eccessiva rotazione. Era diverso il sistema di amplificazione dell’importanza del libro, era molto più lento…”

Adesso dopo sei mesi magari il tuo romanzo non è in libreria, proprio quando sta girando la voce.

“Paradossalmente l’ebook questa cosa la risolve perché mantiene il libro in una situazione di molto maggior reperibilità”.

Quindi quali sono i modi in cui vi rendete conto che un libro sta morendo?

“Dalle vendite. Nel momento in cui viene distrutta quella gerarchia verticale, dell’autorevolezza pedagogica del critico, trionfa una logica del più forte, della capacità che tu hai di imporre un libro”.

In pratica?

“Ottenere spazio. Anticipazioni, interviste, pezzi sui settimanali. Prima c’era Pampaloni sul Giornale, leggevamo lui e si decideva che libri leggere. Ovviamente non è che uno può dire ‘Allora, siccome è così, basta! È finita la letteratura’, perché la letteratura non è finita: semplicemente quel terreno ora appartiene a critici che fanno gli showman, quelli che danno 10 in pagella o 0”.

Paolo Repetti intervistato da Francesco Pacifico, Orwell, 22 dicembre 2012

Nostalgia per ciò che è fuori

22 dicembre 2012

Il suo, di io, lo chiuse nei manicomi, che, come diceva Canetti, sono i conventi dell’età moderna. Una volta, mentre passeggiava con Seelig, vide un giovane frate affacciato alla finestra di un convento, e commentò: “Lui ha nostalgia per ciò che è fuori, noi per ciò che è dentro”. Un’altra volta disse: “Che uno scrittore diventi qualcuno non fa che degradarlo alla condizione di lustrascarpe”.

Eugenio Baroncelli, “Robert Walser, l’uomo che entra in tutti i miei libri”, Falene, Sellerio

Il futuro

21 dicembre 2012

Davanti all’attaccapanni accanto alla porta d’ingresso mi fermo a valutare un bastone da passeggio, un ombrello e, inspiegabilmente, un rastrello. Li escludo tutti. Gli occhiali da sole mi scivolano sul naso mentre infilo decisa le braccia nel mio cappotto, e mi tocca risospingerli più volte prima di determinare l’angolo esatto d’inclinazione della testa che fa sì che gli occhiali restino al loro posto. Poi spingo la porta; cigola potentemente, come la porta di un grande castello. Eccolo, quel famoso mondo esterno di cui tutti parlano. Il giorno torna a sorridermi. In un salto supero i due gradini e mi avvio rapida per il lungo sentiero che porta in città. Avrò tutto il tempo di costeggiare la scuola prima che la madre riporti a casa il bambino. Scommetto che ha portato il bambino in qualche bar speciale a mangiare i cannoli; lui chiacchiererà della sua nuova scuola, come una volta chiacchierava con me di mille cose. Non dovrebbe lasciargli bere il caffè, non dovrebbe, o se ne pentirà. Una ventina di passi sul vialetto, mi fermo e torno di corsa verso casa. Irrompo nell’ingresso, tolgo cappotti e sciarpe dall’attaccapanni e li getto da parte finché non trovo ciò che sto cercando. Oh, sì, il cappello della mamma. Strappo la rosa che ne orna la tesa e mi pianto il cappello saldo sulla testa. Poi esco di nuovo, sbattendomi la porta alle spalle. Il suono mi piace tanto che riapro la porta e la sbatto ancora diverse volte. Poi ripercorro i miei passi sul lungo sentiero. Vado verso nord, a Roma. O almeno credo sia il nord.

Heather McGowan, Duchessa del nulla, Nutrimenti-Greenwich

Amarezze

19 dicembre 2012

La vita è un dono amaro, eh?

Miriam Toews, Mi chiamo Irma Voth, marcos y marcos

I conti prima o poi si pagano

18 dicembre 2012

“Non ha funzionato. Tutto è marcito. Ogni progetto è in briciole” […]

In attesa della fine del mondo, un uomo si è chiuso in casa per sette anni. Adesso che con la guerra atomica la fine arriva davvero, l’uomo esce nell’orto e quasi cieco per la luce s’inginocchia a preare Dio che prenda lui ma salvi suo figlio. Poi crolla sul prato e s’addormenta. Al risveglio ogni cosa è intatta. Nessun aereo vola minaccioso in cielo. Non suonano allarmi lontano, né colpi di cannone. Il tempo è tornato indietro. L’umanità è salva, così suo figlio. Ma lui ora deve pagare il debito.

Davide Orecchio, da “Un esilio”, Città distrutte, Gaffi

 

Salinger a un manoscrittore

14 dicembre 2012

Lettera di Salinger a un manoscrittore

Mangiare le carni dei potenti

13 dicembre 2012

Nessuno dei santi ha mai mangiato le carni dei potenti, dei servi degli arconti. La parola di Dio continua a fallire, da millenni. Noi, i santi, sfasciati dai denti dei cani liberati dagli arconti, continuiamo a morire, ad aspettare il cavallo bianco del Dominatore dell’altro mondo. Una resurrezione di quel cavallo, che spaccherà le pance dei luridi padroni di questo mondo, i servi degli arconti, le facce di luce.

Emanuele Tonon, Il nemico, Isbn