Archive for giugno 2013

Von Cramm secondo Clerici

25 giugno 2013

Mi sono ritrovato, l’altra sera, a meditare di fronte a una vecchissima foto di Wilfred Baddeley, il predecessore di Boris Becker, il più giovane vincitore di Wimbledon fino all’avvento del bambinaccio. C’erano voluti quasi cent’anni perché quel suo record, stabilito in un giorno piovoso del 1891 contro Joshua Pim, detto «Spettro», venisse battuto. Chissà che, da qualche parte, il nucleo pensante di Baddeley esisteva ancora. E, se esisteva, chissà cosa pensava. Era scampato addirittura a Borg, credeva probabilmente di essersi conquistato un pezzetto di immortalità: ed ecco che un bambinaccio tedesco, allenato dall’età di tre anni, lo cancellava dalla storia.

Non era quello dell’età, il solo record stabilito da Becker. Un altro ce n’era: quello del primo tennista capace di vincere senza essere selezionato «testa di serie», […]. E, infine, un terzo record: il primo tedesco a conquistare un torneo che ai suoi connazionali si era sempre negato. Ora che dai nostri annali sta scomparendo Baddeley, sembra giusto ricordare un altro grande tedesco, che avrebbe compiuto settantasei anni, e avrebbe potuto sedere in tribuna, assieme al suo vecchio amico Fred Perry.

Gottfried von Cramm, scomparso nel novembre 1976 in un incidente d’auto, arrivò per ben tre volte alla finale di Wimbledon, dal 1935 al 1937, e per tre volte trovò, a respingerlo, grandissimi campioni quali Perry, appunto, e Donald Budge. Passati al professionismo i due, von Cramm divenne di fatto il n. 1 mondiale. Avrebbe sicuramente troncato quel suo triplice record negativo, non fossero intervenute circostanze decisamente sfortunate.

Da sempre antinazista, von Cramm si dimostrava, in quel lontano 1938, sempre più insofferente ai cerimoniali che accompagnavano le imprese sportive degli atleti del Reich. I suoi successi, il suo casato, l’avevano sin lì tenuto al riparo da ogni rappresaglia ma, come ebbe perduto una combattutissima finale di Davis contro gli americani, nel decisivo match con Budge, i gerarchi gli si avventarono, trovando il casus belli in una certa sua inclinazione per qualche bel tennista. Niente era più vero. Ma è anche vero che le teorie di Rosenberg trovavano spesso applicazioni disinvolte, e il culto del superuomo, per certi hitleriani, diveniva il culto del giovanetto.

Von Cramm finì dunque in prigione, vi rimase sei mesi, poté uscirne grazie all’enorme popolarità, giusto in tempo per iscriversi al torneo del Queen’s Club, che da sempre precede Wimbledon e ne rappresenta la prova generale, come dimostra anche la recente vittoria di Becker. I conformisti non lo volevano, al Queen’s, e solo l’amicizia di un giornalista tennista, John Olliff, riuscì a provocare un voto sul caso von Cramm, che fu alfine ammesso con tredici voti contro dodici.

Il barone giocò quel torneo e lo dominò, battendo in finale l’americano Bobby Riggs: 6-1, 6-0 è un risultato troppo secco per non pensare che si sarebbe ripetuto quindici giorni dopo a Wimbledon. Ma i dirigenti del Club non trovarono il coraggio di accettare qualcuno che, bene o male, aveva passato sei mesi in prigione in seguito a un’accusa infamante. Il più forse tennista del mondo non poté vincere un titolo che avrebbe fatto di Boris Becker il secondo tedesco titolato.

Non conosco Becker. Ma, poiché questa storia è stata scritta, per la prima volta, in un mio libro, 500 anni di tennis, e poiché il libro è tradotto in tedesco, mi permetterò di fargliene omaggio. Oggi la vita di Boris è dorata, tutto gli sorride, e non è difficile rintracciare i segni della predestinazione nell’infantile mania che lo spinse al gioco a soli tre anni. Papà ricco e disponibile a una scelta di vita che, ai ricchi, non è sempre adatta. Campo in casa, allenatore giusto, federazione favorevole e, infine, quel manager mefistofelico Ion Tiriac. In tanta felicità, in tanta riuscita, è forse bene che Boris sappia, e magari rifletta un momentino. Sciocco, non è di certo. Non si può essere sciocchi, se si è capaci di vincere questo fenomenale torneo.

Gianni Clerici, «Il primo tedesco, il più giovane, la prima wild card: Boris», 9 luglio 1985

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I Championships dall’alto

24 giugno 2013

Wimbledon si sente da lontano. Le frecce di latta gialle e verdi sono inchiodate sotto la colonna di Nelson, davanti a Dunn, il cappellaio di Piccadilly Circus, sugli olmi di Hyde Park e a tutte le stazioni dei bus rossi a due piani. Lo sguardo della gente gli scivola sopra e riflette lontano, sulla grande zolla verde che il Centre Court chiude nel suo imbuto di legno. L’isola di Wimbledon è tagliata fuori dal cemento da un mare d’erba, sul quale galleggiano alberi e cottage e uccelli. Un fiume d’aria fa tremare lievemente le foglie e porta lontano il rumore delle mani e il respiro di quarantamila persone che segue la palla come una cometa. La gente di Londra cammina verso di lui, e quando qualcuno svolta dove non c’è la freccia gli altri lo guardano come se fosse nudo. Qualcuno si vergogna e si rimette in fila all’ultimo posto, e attende con compunzione che un bagarino lo seduca, guardando i segni d’aria che le matite a reazione disegnano in cielo. Dagli aerei Wimbledon sembra un formicaio scoperchiato e senza scopo. I puntini neri scivolano dentro come in una clessidra, si fermano, e poi scivolano fuori. In mezzo a loro saltano come pulci matte puntini bianchi, uno ogni diecimila neri. […]

Gianni Clerici, Wimbledon. Sessant’anni di storia del più importante torneo del mondo, Mondadori, 2013

Le bozze di Infinite Jest

15 giugno 2013

L’editor Michael Pietsch commenta così nel maggio 1993, a caldo, dopo aver letto le 750 pagine della prima bozza di Infinite Jest:

È un romanzo di frammenti, quasi che la storia fosse un oggetto andato in mille pezzi che qualcuno sta cercando di raccogliere. E la struttura si adatta perfettamente alle vicende umane sinistrate dei protagonisti; inoltre riesce a ricreare due universi, la casa-famiglia e l’accademia di tennis […]. Di tanto in tanto nell’alternarsi delle linee narrative si intravede un “io” che potrebbe essere colui che sta cercando di tenere tutto insieme.

D.T. Max, Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi, Einaudi Stile libero

L’industria è vita e morte

9 giugno 2013

Ogu e origa. Occhio e orecchio. La montagna è viva, ha un corpo organico che la miniera squarcia nelle viscere, si muove e sibila. Va osservata nei minimi dettagli, nei suoi gesti impercettibili. Non ha diritto a segreti perché è troppo pericoloso concedergliene, a questo mondo chi non è ricattabile è un sovrano, e chi è sovrano va temuto e rispettato. Occhio e
orecchio, sempre, a ogni penetrazione nel ventre del gigante immenso e dormiente, almeno all’apparenza. Occhi irrequieti, vividi, all’erta. Orecchie tese. Armi sensoriali di difesa. Perché la pietra cambia ogni volta.
Perché laggiù bisogna stare attenti, sicuri di sé eppure attenti, la pietra non ha coscienza né compassione, può arricchire la vita e infliggere morte l’attimo dopo. È volubile, la pietra. Si può consumare metro dopo metro nelle viscere, si possono creare cripte e altari consacrati a Dio, ma non puoi addomesticarla, mai. Il tuo Dio non corrisponderà mai al suo.

Giancarlo Liviano D’Arcangelo, Invisibile è la tua vera patria, il Saggiatore

La correttezza del barone von Cramm

5 giugno 2013

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Tra gli spettatori erano in molti a ricordarsi il modo in cui si era comportato due anni prima, nella finale interzone del 1935, giocata nel campo uno sempre contro gli americani. Nel doppio decisivo von Cramm aveva dovuto compensare un compagno decisamente più debole, Kai Lund, contro l’esperta coppia americana formata da Wilmer Allison e John van Ryn. In quello che Allison avrebbe definito «il più grande doppio giocato da un solo tennista» che avesse mai visto, von Cramm portò la sua squadra per cinque volte al match point. Nell’ultimo dei cinque, servì una prima potentissima che Allison riuscì a ribattere a stento. Lund, nella posizione più comoda del mondo, cedette alla pressione e affondò la volée in rete. Sfasciò la racchetta sull’erba per la frustrazione, ma «l’espressione di von Cramm non cambiò. Né contrariato né deluso, con la serenità del suo temperamento incoraggiò il compagno stanco». Poi, nello scambio successivo, Lund sembrò mettere a segno un punto che regalava alla Germania il sesto match point, ma von Cramm, «cavaliere nell’anima» come lo definì un inviato, si rivolse al giudice di sedia e con estrema calma gli disse che la palla, prima che Lund la colpisse, aveva sfiorato la sua racchetta. Non se ne erano accorti né il giudice di sedia né gli altri giocatori. Il punto fu assegnato agli americani, che poi sconfissero i tedeschi e raggiunsero il challenge round.
Più tardi, negli spogliatoi, fu avvicinato da un rappresentante della federazione tedesca che gli ricordò che mai prima di allora i tedeschi erano arrivati così vicini al titolo. Nel tentativo del 1914, Froitzheim e Kreuzer erano finiti prigionieri di guerra. Ventun anni più tardi, la Germania aveva avuto un’altra occasione d’oro per raggiungere il challenge round – con il doppio si sarebbe portata sul 2-1 e di certo von Cramm avrebbe fatto il punto decisivo nel singolare del giorno dopo – e lui aveva deciso di sprecare quell’occasione! Aveva deluso i suoi compagni e il suo paese.
Von Cramm, con l’eleganza e il contegno che gli erano propri, non si scompose. «Il tennis è uno sport per gentiluomini» disse «e io gioco così dalla prima volta in cui ho preso una racchetta in mano. Lei crede che stanotte riuscirei a dormire sapendo di aver toccato la palla senza dire niente? Mai, perché avrei violato i princìpi su cui si basa questo gioco. Non penso di deludere il popolo tedesco. Al contrario, penso di fargli onore».

M.J. Fisher, Terribile splendore, 66thand2nd

La forza di una descrizione

2 giugno 2013

Descrivere vuol dire tentare delle approssimazioni che ci portano sempre un po’ più vicino a quello che vogliamo dire, e nello stesso tempo ci lasciamo sempre un po’ insoddisfatti, per cui dobbiamo continuamente rimetterci ad osservare e a cercare come esprimere meglio quel che abbiamo osservato.

Calvino, Salinari, La lettura, Zanichelli

La forza dell’io di Brodkey

2 giugno 2013

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Ero considerato una bella mente, supposizione che aveva un che di misterioso, per non dire di improbabile. Ero fisicamente ben messo, e irruente, un fastidio per gli altri, sempre pronto a far danno, a qualche bravata semidelinquenziale, e troppo presuntuoso, a volte, o una cosa o l’altra (spesso comunque non davo problemi); e poi, non componevo sinfonie, non scrivevo poesie e non mi producevo in stregonerie matematiche. Nessuno riponeva una particolare fiducia nella mia memoria, dato che i miei ricordi non combaciavano mai con quelli degli altri e il mio modo di ricostruire gli eventi forniva già un’interpretazione anche al semplice elenco dei fatti e delle azioni.