Non riuscire a diventare come gli altri e non poter restare com’ero

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Non usai la bacchetta neanche una volta. La conseguenza fu che pur chiedendo attenzione, spiegando e anche gridando non riuscii a ottenere più di cinque minuti difilato di ascolto. Anche per questo era troppo tardi. Le cose dette di solito, non importa con quale registro, non erano un mezzo di comprensione. Alla trance della retorica corrispondeva solo il bastone.
Quei bambini cercavano di costringermi a soddisfare il loro bisogno di essere picchiati. Si sentivano piantati in asso, erano sospesi nel loro vuoto isterico perché le botte non arrivavano. Piangere sotto la bacchetta era per loro l’unica cosa che li faceva sentire una persona. Li tirava fuori dalla collettività.
Passando davanti alle porte mezze aperte delle altre classi sentivo i colpi e gli scricchiolii delle bacchette e i bambini che piangevano. Per la direttrice e le colleghe che picchiavano e forse ancor più per i bambini che volevano piangere, io ero per lo stesso motivo un’incapace: per gli uni non mi mostravo disposta a farlo, per gli altri non ero in grado di usare la bacchetta.
Ma anch’io mi sentivo sempre meno all’altezza. Non riuscire a diventare come gli altri e non poter restare com’ero — non era possibile risolvere questo conflitto. Dopo due settimane mi licenziai.
Le parole dette che nascono intuitivamente nella mente e con le quali ci relazioniamo in modo naturale gli uni con gli altri non sono congenite. Si possono imparare o si possono impedire. Nella dittatura era il sistema educativo a impedirle. Nella dittatura era il sistema educativo a impedirle nei bambini. E negli adulti, nei quali si conservavano nei ricordi, venivano cancellate.

Hertha Müller, Il fiore rosso e il bastone, Keller editore, traduzione dal tedesco di Fabrizio Cambi

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