Le interviste ai giudici di 8×8 — Errico Buonanno

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Se dovessi consigliare la lettura di un racconto a un giovane scrittore quale sceglieresti? Un racconto che sia manifesto, ispirazione e stimolo per la scrittura. E perché?
Non può esistere lo stimolo assoluto. E aggiungerei un bel “per fortuna”. Per consigliare un racconto adatto a un giovane scrittore dovrei come minimo concedermi una chiacchierata con lui. Ad ogni modo, se proprio dovessi sceglierne uno, indicherei il famoso “thriller più breve del mondo” di Stephen King: “L’ultimo uomo sulla terra è chiuso nella sua stanza. Bussano alla porta”. Fine. Ecco, direi che c’è già tutto: l’arte dell’esattezza, l’arte della brevità, l’originalità, la capacità di andare a segno e colpire.

Autore di racconti e autori di romanzi. Esiste una differenza? Esiste un percorso che porta dall’uno all’altro o viceversa?
In scrittura ogni cosa è possibile e nessuna è necessaria. Un percorso da una forma all’altra si può compiere, a patto di non istituire una sudditanza del racconto nei confronti del romanzo. Il romanzo non è una forma superiore al racconto, prova ne sia che esistono autori che danno il loro meglio nel secondo, mentre si trovano a disagio col primo: Carver, Kafka, in una certa misura Buzzati e Landolfi… Se devo parlare di me, io metto spesso in comunicazione romanzi e racconti: ogni mio romanzo parte da un racconto che ho scritto. Ma questo non significa che viva il romanzo come un’evoluzione del racconto: ognuno dei due generi regala qualcosa e toglie qualcos’altro.
Se il romanzo, ad esempio, mi dà l’opportunità di approfondire i personaggi, il racconto fa brillare di più l’idea di fondo, e riesce a essere più pungente.

Originalità, tecnica e cose da dire. Cosa conta di più nella riuscita di un buon racconto?
Sono tre elementi fondamentali. Ma mettiamola così: con una buona tecnica posso rendere avvincente anche la descrizione del mio salotto. Senza tecnica, beh, posso avere cose sconvolgenti da dire, ma finirò comunque per annoiare il lettore.

Cosa deve avere un racconto per essere definito un buon racconto? Esempi?
Rispondere a questa domanda è impossibile o insensato. Se fornissi tutto il decalogo del “buon racconto”, e uno scrittore lo seguisse per filo e per segno, certamente alla fine giudicherei il suo racconto freddo e scolastico. Ovvero: seguire le regole del “buon racconto” significa scrivere un racconto brutto.

Durante le serate di 8×8, la lettura del racconto fa trapelare aspetti emotivi e di personalità dell’autore.
Naturalmente. Il che può rappresentare un pericolo per la riuscita della performance, per il semplice fatto che i sentimenti che trapelano non sono necessariamente legati al racconto, ma alla situazione di tensione, e si può creare quindi un contrasto tra testo e lettura. La difficoltà sta proprio nell’aderire a ciò che si sta leggendo.

Lo scrittore deve mostrarsi? Aggiunge alla scrittura, e alla ricezione dell’opera, conoscere chi scrive?
È una questione spinosa. Massimo Bontempelli sosteneva che l’opera d’arte perfetta nascesse assieme alla possibilità di dimenticare l’autore. E senza dubbio è così: personaggi come Pinocchio, Amleto, Don Chisciotte hanno vinto proprio perché possono fare a meno del testo e dunque dello scrittore, e perché sono conosciuti anche da chi non ha mai letto un libro o non è mai andato a teatro. Eppure… eppure ci sono dei casi in cui conoscere l’autore aggiunge qualcosa. Possiamo ridere di Don Chisciotte e delle sue follie cavalleresche. Ma se poi scopriamo che Cervantes aveva partecipato alla battaglia di Lepanto, e che vi aveva perso una mano, e che, dopo aver creduto fermamente nei valori della Spagna cavalleresca, era finito a marcire in prigione… beh, ecco che la storia di un pazzo deriso da tutti perché convinto di vivere ancora ai tempi dei cavalieri assume un tono malinconico, straziante, che non può che rendere il romanzo più bello.

Qual è il punto di forza di 8×8?
Trovo che sia un enorme merito quello di valorizzare il genere del racconto. Tutti coloro che lavorano in campo editoriale o letterario sanno che esiste un pregiudizio nei confronti di questa forma di scrittura, accusata di “non vendere”, e dunque penalizzata.
E questo è un torto sia nei confronti degli scrittori (che per generazioni proprio sul racconto si sono formati e, in molti casi, hanno aperto nuove strade) sia nei confronti del pubblico, che potrebbe trovare nel racconto la forma perfetta di lettura adatta ai suoi tempi e ai suoi ritmi. 8×8 non solo premia il racconto, ma lo riporta a un’atmosfera viva, combattiva, brillante.

Suggerimenti per migliorare 8×8?
Si potrebbero trovare soluzioni per dare più importanza al fatto che il racconto viene letto dal vivo. Nell’attuale formula, i giurati leggono i racconti in precedenza e, in pratica, già formulano un loro giudizio. Ovviamente, ascoltando l’autore leggere, il giudizio può leggermente cambiare, ma la verità è che il giurato parte già da una sua idea, che la performance può intaccare in minima parte. Credo che la possibilità di leggere i racconti in precedenza dovrebbe essere eliminata, così da dare alla lettura un’importanza fondamentale. Altrimenti bisognerebbe dare due voti distinti, per il racconto in sé (valutato con calma in precedenza) e per la lettura.

Quale famoso scrittore di racconti (vissuto o che scrive ancora) avrebbe secondo lei partecipato a 8×8? Scegliendo di metterci la faccia e la voce. Perché?
Per quanto possa sembrare incredibile, dato il suo carattere schivo, Franz Kafka amava leggere i propri racconti agli amici. E, a quanto pare, sia lui che loro si facevano grasse risate davanti alle avventure di poveri commessi viaggiatori tramutati in insetti.
Suppongo che Kafka avrebbe letto volentieri i suoi racconti davanti ai giurati di 8×8. E se qualcuno dei giurati gli avessi dato un’insufficienza, avrebbe reagito con la sua risata quasi senza polmoni, e avrebbe detto: “Accetto la condanna. Non si può fare altro”.

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