Le interviste ai giudici di 8×8 — Alessandra Penna

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Se dovessi consigliare la lettura di un racconto a un giovane scrittore quale sceglieresti? Un racconto che sia manifesto, ispirazione e stimolo per la scrittura. E perché?
Uno qualsiasi dei racconti contenuti in Storie ciniche di W. Somerset Maugham. La sua scrittura è sobria, le storie profondamente realistiche, ma la sua capacità di approfondimento delle sfumature del comportamento umano, soprattutto quello imperfetto, è raffinatissima. Inoltre ogni racconto, per quanto episodico, è una “storia”, comprensibile, narrabile, compiuta, che in nuce potrebbe contenere anche un romanzo.
In ognuno di questi racconti ci sono uno o più personaggi forti, un comportamento esemplare, uno stato d’animo preciso. Al lettore rimane sempre qualcosa.

Autore di racconti e autori di romanzi. Esiste una differenza? Esiste un percorso che porta dall’uno all’altro o viceversa?
La mia risposta è più basata sull’esperienza diretta che sulla teoria. Non saprei cosa rispondere a livello teorico. Non so se esista un percorso, so soltanto che chi inizia a scrivere racconti, in genere, non lo fa per decisione, ma perché trova naturaliter la propria espressione nella forma racconto. Farei anche una distinzione tra racconto breve, come possono essere quelli di 8×8, e quelli lunghi, che hanno una struttura più simile a quella del romanzo. Conosco giovani autori convinti che non potranno mai scrivere un romanzo (e che nemmeno lo desiderano), altri che invece sono passati dal racconto al romanzo e viceversa, con facilità. La capacità di narrare qualcosa nello spazio di poche pagine – e di farlo con efficacia – credo sia rara. Io, che tendo a credere che la scrittura sia migliorabile ma non un’arte che si apprenda in toto, non so assolutamente dire se esista un percorso dall’una forma all’altra. Sempre sulla base di esperienze dirette, posso pensare che in qualche caso (ma non vale come regola generale) quel percorso sia legato alle letture che si fanno, all’assimilazione di certi schemi e strutture e anche all’evoluzione personale di chi scrive, che può trovare – a seconda delle fasi della propria vita – una modalità più appropriata di espressione nell’uno o nell’altro.

Originalità, tecnica e cose da dire. Cosa conta di più nella riuscita di un buon racconto?
Se devo mettere in ordine di importanza questi tre elementi, direi: cose da dire, tecnica, originalità. Ma non è una risposta che trovo convincente. Senza dubbio quel che non può mancare è la cosa da dire. La tecnica e l’originalità secondo me nulla possono senza la cosa da dire. Certo, non vale il rem tene, verba sequentur, soprattutto coi racconti. Il modo di dire può risultare determinante per la riuscita di un racconto. Per poter “arrivare” a chi lo legge o ascolta. L’originalità è certo un “in più”, che però io non trovo sempre fondamentale. A volte la cosa da dire e il modo di dirla fanno da soli l’originalità di un racconto. Certo, senz’altro va evitato quello che spesso accade ad autori di racconti, soprattutto giovani: l’esercizio di imitazione dello stile di un affermato e riconosciuto scrittore. Questo può essere un esercizio, appunto, una palestra, una fase di preparazione. Ma non il risultato cui aspirare. So scrivere alla Carver, come una volta mi disse qualcuno di fronte a un’obiezione, può essere un’abilità. Ma non il modo con cui misurare la bravura di uno scrittore o la bellezza di un racconto.

Cosa deve avere un racconto per essere definito un buon racconto? Esempi?
Se parliamo di un racconto breve, secondo me deve ruotare intorno a un elemento che sia chiaro e catturi il lettore. Un personaggio? Un’emozione? Una microstoria? Non conta. Quel che conta è che quelle poche pagine devono comunicare la loro intenzione in modo diretto, ambiguo nel minor modo possibile. La vaghezza non è mai d’aiuto. Esempi? Cito i generi più diversi: i racconti di Philip Dick, quelli bellissimi di Natalia Ginzburg (davvero perle), quelli di Franz Kafka.

Durante le serate di 8×8, la lettura del racconto fa trapelare aspetti emotivi e di personalità dell’autore.
A volte sì. Più emotivi che di personalità, direi. Forse la personalità viene maggiormente fuori durante la conversazione dopo la lettura.

Lo scrittore deve mostrarsi? Aggiunge alla scrittura, e alla ricezione dell’opera, conoscere chi scrive?
Per quanto mi riguarda, no, almeno ai fini del concorso. In genere ho letto precedentemente il racconto, quindi l’incontro con l’autore può confermare dei dubbi o altrimenti fugarli. Può far variare di mezzo punto il mio giudizio. Ma la mia valutazione sostanziale non muta. Certamente chi giudica può capire meglio certe cose dalla conoscenza dell’autore e questa comprensione può aiutarlo a indirizzare meglio il potenziale narrativo di chi scrive. È chiaro che il confronto con la “persona” serve sempre a qualcosa. A intendere e intendersi meglio, senza ombra di dubbio.

Qual è il punto di forza di 8×8?
Senz’altro lo scambio tra autore e addetti ai lavori, in una sede non istituzionale, nella quale si possa prescindere (almeno in parte) da logiche e limitazioni del mercato. Un luogo in cui tra autore e giudici c’è un passaggio di informazioni, indicazioni, suggerimenti, emozioni, indipendentemente dal singolo racconto, che è senza dubbio lo spunto, ma che consente anche di dire altro. Mi sono sempre sentita arricchita dalle serate di 8×8, perché anche a differenza di altri incontri del genere, ma più “ufficiali”, c’è un clima disteso che permette un dialogo tranquillo, con l’autore e anche tra la giuria stessa.

Suggerimenti per migliorare 8×8?
Suggerimenti più logistici che di struttura. Ho preferito l’edizione “con più luce”. Quella allo spazio Fandango. Era un luogo più silenzioso, la luce facilita la concentrazione e chi partecipa lo fa per interesse reale, non perché si trova a bere un bicchiere di vino e passare. Quella edizione me la ricordo più “attenta” e partecipata da parte del pubblico.

Quale famoso scrittore di racconti (vissuto o che scrive ancora) avrebbe secondo lei partecipato a 8×8? Scegliendo di metterci la faccia e la voce. Perché?
Un autore italiano? Giulio Mozzi. Perché ha l’intelligenza e l’ironia per fare una cosa del genere. E la lettura dei suoi racconti (Il male naturale o La felicità terrena, per esempio) io la consiglio vivamente!

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