Le interviste ai giudici di 8×8 — Riccardo Trani

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Se dovessi consigliare la lettura di un racconto a un giovane scrittore quale sceglieresti? Un racconto che sia manifesto, ispirazione e stimolo per la scrittura. E perché?
I racconti hanno una singolare affinità con i sogni. Come i sogni, si collocano in un tempo sospeso, indipendente da un prima e da un dopo. Nei racconti accadono spesso cose che appartengono all’irrealtà, o a realtà inesplorate e inesplorabili; molti scavano nei sentimenti ancestrali, nelle paure e negli incubi. E più che in qualsiasi altro genere letterario, nei racconti ha un ruolo determinante la geografia: come nei sogni, i luoghi sono spesso più importanti delle azioni. Per questo, tra i tanti decisivi che ho avuto la fatalità di incontrare, mi piace consigliarne uno che ha avuto origine proprio da un sogno del suo autore, e a cui sono molto legato. È Casa occupata, scritto da un Cortázar poco più che trentenne, e che apre la sua prima raccolta, Bestiario.

Autore di racconti e autori di romanzi. Esiste una differenza? Esiste un percorso che porta dall’uno all’altro o viceversa?
Il percorso esiste, dal momento che è stato compiuto. È difficile (e perfino gratuito) decidere se scrittori come Kafka, Hemingway, Pavese, Cortázar, siano stati migliori come autori di romanzi o racconti. A dispetto dei pochi che hanno scelto la forma del racconto come espressione privilegiata, raggiungendo anche esiti sublimi – penso a Poe, Carver, Munro –, la storia letteraria insegna che i due generi sono sempre stati appaiati, e l’uno nutre l’altro nel percorso di uno scrittore. Credo che il racconto possa essere uno spazio ideale di sperimentazione, che abitui a curare nei dettagli ogni singolo segmento narrativo. Quando si impara questa attenzione, questa “metrica”, il passaggio ai tempi più distesi del romanzo può non essere semplice, ma alla lunga i risultati saranno migliori.

Originalità, tecnica e cose da dire. Cosa conta di più nella riuscita di un buon racconto?
Tutto conta, ovviamente. Non c’è storia senza scrittura, e viceversa. Un racconto soffre sia che manchi originalità nei temi sia che pecchi nella tecnica. Oggi si tende a dare meno importanza a questo secondo aspetto, convinti che un buon editing possa appianare le carenze tecniche. Ma è un grave fraintendimento che ci sta condannando a una narrativa scialba e uniforme. Se un aspirante autore non possiede consapevolezza letteraria e una solida competenza tecnica, non sarà mai uno scrittore, anche affiancandogli il miglior editor sul mercato.

Cosa deve avere un racconto per essere definito un buon racconto? Esempi?
Quello che deve avere ogni forma di scrittura letteraria. Deve essere capace di scollare il lettore dal proprio orizzonte, trascinarlo in un’ambientazione estranea, trasmettergli gli odori, i suoni, farlo sentire un esploratore. Leggere è come un viaggio, la letteratura è un mondo nuovo impresso sulla carta invece che piantato sulla crosta terrestre. La difficoltà (o il privilegio) del racconto sta nel compiere tutto questo in uno spazio e in un tempo più limitati rispetto al romanzo. Perciò, meglio incidere senza tentennamenti, tenere la via maestra evitando le deviazioni, poi chiudere bene il cerchio lasciando che l’immaginazione del lettore faccia il resto.

Durante le serate di 8×8, la lettura del racconto fa trapelare aspetti emotivi e di personalità dell’autore.
Sì, e spesso sono totalmente estranei al valore del racconto. Anche se a volte istruttivi. Può essere utile capire in che modo un autore interpreta il proprio racconto. Quando sono stato in giuria, è capitato che rivedessi parzialmente (in positivo) il giudizio su un racconto dopo averlo ascoltato letto dall’autore. La sua interpretazione mi ha fatto capire che la mia lettura aveva “sbagliato” il tono, facendomi trascurare un aspetto di stile. Ma può succedere anche l’opposto, che una cattiva lettura danneggi un buon racconto. In generale resto dell’idea che il valore di un testo si giudichi principalmente dalla lettura personale.

Lo scrittore deve mostrarsi? Aggiunge alla scrittura, e alla ricezione dell’opera, conoscere chi scrive?
Ribadisco quanto ho detto nella risposta precedente: il giudizio sul valore di un’opera deve prescindere, in linea di massima, dal suo autore. Di “apparenza”, però, è fatto anche il mondo della cultura: di presentazioni, interviste radiofoniche, televisive. In questo senso, leggere in pubblico è un buon esercizio per chi aspira a pubblicare. E a chi ascolta, se è del mestiere, dice qualcosa in più sulla “maturità” di un aspirante autore, sulla capacità che avrebbe di affrontare la promozione di un eventuale libro.

Qual è il punto di forza di 8×8?
La gara. 8×8 riprende la struttura dei talent show, e questo rende la serata vivace, divertente. Io non sono un amante delle occasioni pubbliche di lettura, dei reading e via dicendo, lo trovo ciarpame noioso che soddisfa soltanto il narcisismo di certi autori effimeri e della loro cerchia. 8×8 schiva l’effetto polveroso e autoriferito perché la formula è indovinata, ispirata con intelligenza a un modello televisivo che va di moda e funziona.

Suggerimenti per migliorare 8×8?
Dovrebbe essere itinerante, proprio come le selezioni dei talent show televisivi. Così si risponderebbe anche alla critica, che ho sentito formulare, sul vantaggio degli autori romani al momento del voto del pubblico.

Quale famoso scrittore di racconti (vissuto o che scrive ancora) avrebbe secondo lei partecipato a 8×8? Scegliendo di metterci la faccia e la voce. Perché?
Il primo nome che mi viene in mente è Italo Calvino. Anche per il fatto di aver lavorato nell’editoria – a lungo come ufficio stampa – Calvino è stato un autore profondamente moderno, se per modernità si intende la consapevolezza che la letteratura non fosse più affare privato di cerchie, conventicole e riviste, ma prodotto soggetto alle regole del mercato e della comunicazione. In questo senso, forse un giovane Calvino avrebbe potuto partecipare a un’iniziativa come 8×8. E di certo, se avesse partecipato, avrebbe vinto.

 

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