Archive for maggio 2014

Le interviste agli editor di 8×8 — Alessandra Penna (editing del racconto di Gian Marco Cei)

16 maggio 2014

Difficoltà nell’editing di un autore di cui ha letto solo un racconto e di cui non hai letto altro?
Duplice: il fatto di non aver letto altro e il fatto che sia un racconto. Per giunta in una forma molto breve. C’è il rischio di rimanere estranei alla “poetica”, se ve ne è una. C’è il rischio di fraintendimento. C’è il rischio di non comprendere uno stile di scrittura e sentire il bisogno di intervenire dove invece l’autore ha utilizzato certe soluzioni del tutto intenzionalmente. Ma si può anche essere fortunati: entrare in quel rapido affresco, intuirne le potenzialità, apprezzarne la lingua o la capacità di costruire una breve storia, o l’idea. O tutto, nel complesso.

Che tipo di scambio c’è stato con l’autore di 8×8 che ha editato e con il suo racconto? Si instaura un rapporto personale, anche minimo? Si dialoga, esiste il famoso rapporto tra editor e scrittore?
Per me non esiste editing che non sia un rapporto tra editor e scrittore. Sia che si tratti di un romanzo, di un racconto lungo o breve. La modalità del mio editing non varia: il primo è cartaceo. L’autore riceve le sue pagine coi miei scarabocchi, perplessità, consigli, indicazioni, punti poco chiari, commenti. Tutto nero su bianco. Non amo gli strumenti di revisione. Poi me lo rimanda, evidenziando tutto ciò su cui è intervenuto (in genere non sono direttiva, preferisco che il primo tentativo di cambiamento sia fatto dall’autore. Io indico dove e perché secondo me è necessario). A questo punto rileggo e vedo se fila o se c’è qualcosa che ancora stride nella lettura. In genere, nell’editing di 8×8, una volta fatto l’editing ed elaborata una mia idea sul testo, chiedo all’autore cosa lo ha portato a scrivere quel racconto in quel modo. Per vedere se l’idea che mi sono fatta coincida con la sua intenzione o meno. In un racconto come questo, per esempio, dove il realismo non è il fattore principale, questo genere di scambio è importante. Non credo sia necessario che la mia idea e la sua intenzione coincidano perfettamente. Certo, se c’è una completa divergenza allora qualcosa di strano nel racconto c’è…
Sul racconto di Gian Marco ci sono stati tre editing. Il primo per rifinire stile e ritmo. Siamo interventi sull’uso degli aggettivi, sulla variazione o insistenza su alcuni verbi. Sull’interpunzione. Per dare al racconto un tono ancora più secco.
Nel secondo, ancora sulla lingua, poi su alcuni particolari sfuggiti a una prima lettura e su un aspetto che con Gian Marco ho definito “emotivo”. Volevo che lui desse più spessore ai suoi tre personaggi con interventi anche minimi, ma mirati e che ovviamente doveva decidere lui – in modo tale che il lettore, al di là dello stile del racconto e della sua struttura – potesse sentirsi più complice verso i tre e vivere l’affondare insieme a loro. Lo scambio è stato buono, credo. Almeno, io ho lavorato bene al racconto e da quel che dice, pare che l’esperienza lo abbia molto soddisfatto!

Punti di forza e debolezze del racconto editato?
Da subito ho pensato che ci fosse una certa consapevolezza linguistica (stilistica se si vuole, ma io ho pensato proprio: questo la lingua italiana la conosce – cosa non sempre scontata!) e una padronanza della struttura del racconto. Nel complesso, mi sembrava di scorgere un certo rigore nel racconto. Quel su cui c’è da lavorare, forse ancora, per renderlo un lavoro migliore (ma non credo che l’intento dell’editor in questo caso debba mirare a stravolgere ciò che è stato già letto), è lo spessore dei personaggi – padre e madre soprattutto – perché la loro caratterizzazione e con essa il senso e l’evento del racconto, risultino ancora più forti.

Editing su un esordiente, editing su un autore non esordiente. Ci sono differenze nell’editing e nelle fasi di lavorazione del testo? Gli esordienti sono più malleabili rispetto ai non esordienti? O più rigidi all’idea che qualcuno intervenga sul testo?
Mi è capitato di lavorare più spesso con esordienti e arrivare a curare fino al loro terzo libro. Non so se si tratti di fortuna o altro, ma il metodo ha sempre funzionato e dall’altra parte ho sempre trovato persone disposte ad accettare consigli e critiche (non lesino complimenti quando servono!). Con gli esordienti – con alcuni più di altri – è bello vedere l’evoluzione da un romanzo all’altro. Quanto di quello che hai detto o fatto notare loro sia stato interiorizzato e reso proprio. Tocchi con mano la qualità del lavoro compiuto insieme. Mi è capitato di lavorare anche con autori che avevano già pubblicato per altre case editrici. Anche con loro è andata sempre bene. Ricordo che un autore mi disse, all’inizio: i miei romanzi non vengono quasi toccati. “Ops”, pensai… E alla fine, invece, mi lasciò “toccare” il suo romanzo e capì che lavorare insieme era stato d’aiuto al testo. Questo è importante: un autore si affida se si rende conto subito che stai lavorando per lui, per il suo romanzo, perché sia migliore e che lo fai con passione e soprattutto senza mai essere direttivo o impositivo. Ma cercando sempre uno scambio. L’editing è questo. Scambio, essenzialmente. Per questo – non finirò mai di ripeterlo – questo lavoro è speciale.

Cosa si perdona all’autore? Cosa non si perdona?
Sarò breve. Si perdonano ingenuità. Fanno parte del mestiere, si possono superare, affinando tecnica e stile. Non si perdona (dentro di sé, certo) l’insistenza con cui difendono certe scelte narrative o stilistiche facendo appello allo sperimentalismo, al “parlato”, al “mi piace” al “lo ho provato e lo hanno provato tante persone che conosco”. Un romanzo non è fantasia. Lo è, certo, ma è anche rigore. Rispetto della grammatica, della sintassi, delle strutture, dei tempi giusti, dell’evoluzione dei personaggi. Troppo spesso si confonde l’errore grossolano con lo stile “personale”. Ecco, questo lo sopporto poco in un autore… ma per fortuna in genere ho occasione di lavorare con persone umili. Desiderose di imparare.

Lo scrittore più imitato, del passato o attuale. Gli scrittori che fanno più eco nei testi che si è trovato a editare? Il racconto che ha editato cosa le riporta alla mente? Oggi nel racconto c’è ancora un richiamo al racconto d’autore o l’influenza cinematografica, visuale, visiva e istantanea dilaga?
Per quanto riguarda i racconti, senz’altro Carver. Per i romanzi, non saprei davvero dire: sono troppi quelli che ho editato! Ho lavorato con autori che si ispiravano a Lansdale. Con altri che – pur non essendone consapevoli – venivano associati a King nello stile. Echi di autori famosi si trovano, ma non credo di aver mai trovato uno stile che mi richiamasse alla mente un autore, precisamente. Ammetto di non trovarmi spessissimo a che fare (almeno per lavoro), con i racconti. Ma da quel che leggo, per mio piacere o per questioni non strettamente legate alla casa editrice per la quale lavoro (incontri del genere di 8×8), mi sembra che ci sia una duplice tendenza: imitativa di un certo stile, riconoscibile e affermato, con la conseguenza del puro esercizio e dell’inutilità del racconto. Oppure la trascrizione di un evento del tutto personale che, sia nello stile che nella sostanza, non riesce a rendersi materia universale, ad affrancarsi dal vissuto del singolo. Sto parlando naturalmente di esordi che leggo, non di altro. In genere credo sia molto difficile trovare un racconto davvero buono.

La scrittura italiana, vizi di forma e filoni di genere. Cosa può dare oggi il racconto alla letteratura?
Anche qui sarò breve. Può darle ciò che spesso il romanzo – sottoposto come è alle vincolanti leggi dell’industria editoriale – non le dà (quasi) più. Originalità, libertà, spazio per la creazione meno condizionata dal pubblico, dagli editori e dalle vendite. Certo, il contraltare di tutto ciò è che in Italia è sempre più difficile pubblicare racconti, a meno che non siano di scrittori già affermati o traduzioni.

Le interviste agli editor di 8×8 — Dario Rossi (editing del racconto di Giulio Di Martino)

16 maggio 2014

Difficoltà nell’editing di un autore di cui ha letto solo un racconto e di cui non hai letto altro?
8×8 sotto molti aspetti è una specie di riproduzione in ambiente protetto, in laboratorio, di ciò che accade nella fase di editing in una casa editrice. Una delle differenze tra realtà e laboratorio è anche questa: manca il contesto, ciò che viene prima e ciò che sta intorno a quel racconto. Però credo sia molto stimolante: c’è la possibilità di ragionare sul testo singolo, quasi fosse una voce disincarnata, di vedere cosa c’è dentro quel racconto indipendentemente dal resto. Un approccio quasi da strutturalisti: “tutto si tiene”, e però deve tenersi davvero.

Che tipo di scambio c’è stato con l’autore di 8×8 che ha editato e con il suo racconto? Si instaura un rapporto personale, anche minimo? Si dialoga, esiste il famoso rapporto tra editor e scrittore?
Giulio, al telefono, mi ha detto a un certo punto: “Certo, è un’altra cosa lavorare insieme, dal vivo, chiacchierare con calma… Per telefono o via mail la comunicazione è meno immediata”. È vero, ma devo ammettere che, nell’ottica del laboratorio cui accennavo prima, questa distanza è anche utile. È un modo per raffreddare le cose. Di nuovo: il dialogo c’è, ma è molto funzionalizzato, si va sempre dritti al lavoro sul racconto, tagliando via il contesto. Anche perché poi, dal vivo, scatta sempre il “momento birra”, ed è con quello che l’autore in genere cerca di corromperti e portarti dalla sua…

Punti di forza e debolezze del racconto editato?
La cosa che più mi è piaciuta è il modo in cui il racconto sovrappone realtà e sogno a occhi aperti. Questa sovrapposizione, mai spiegata didascalicamente ma mostrata in piccoli dettagli (le sopracciglia, i capelli, il malessere…), va a raddoppiare quasi simbolicamente una condizione di emarginato, di freak, che già caratterizzava il personaggio: non è per nulla una soluzione narrativa scontata. Tra l’altro è proprio così, attraverso questa fusione di passato e presente, immaginazione e realtà, che funzionano i sogni e (forse) il cervello di una persona in stato comatoso. Attorno a quest’idea di struttura, e attorno a un nucleo di dolore vero che è l’altro elemento forte del racconto, stava una lingua molto espressiva e molto “giovane”, che però a tratti rischiava di togliere energia al racconto, perdendolo in rivoli di metafore, slang e trovate di scrittura. Abbiamo lavorato soprattutto su questo, asciugando il tutto per non distrarre la lettura dal vettore della narrazione.

Editing su un esordiente, editing su un autore non esordiente. Ci sono differenze nell’editing e nelle fasi di lavorazione del testo? Gli esordienti sono più malleabili rispetto ai non esordienti? O più rigidi all’idea che qualcuno intervenga sul testo?
Gli esordienti in teoria sono più ingenui e affezionati alla stesura originale – ma è appunto teoria. Dalla mia esperienza non sono finora riuscito a desumere una tendenza e tantomeno una regola vera e propria. Esistono certo persone molto diffidenti rispetto all’editing, ma questo indipendentemente dal fatto che siano alle prime armi o meno. L’impressione è che comunque in genere sia aumentata la consapevolezza che la narrativa editoriale è un’arte dialettica, dove l’autore non è mai l’unica voce in campo. Tra l’altro raramente mi è capitato il classico ostruzionismo autoriale. Forse sono stato fortunato.

Cosa si perdona all’autore? Cosa non si perdona?
Non sono sicuro di aver capito la domanda. “Perdonare” nel senso di “far passare”? In quel caso direi quasi qualsiasi cosa, se l’autore riesce a convincermi della sua necessità. Il compito tipico dell’editor è porre dubbi, domande e problemi di cui l’autore deve tenere conto durante la revisione del testo. A volte si arriva a decidere insieme che il dubbio non fosse del tutto legittimo, o che il problema non sussistesse. È raro, ma accade. Se invece si intende “perdonare” in senso pieno, a un autore non perdono la scarsa consapevolezza: deve sapere quello che fa e perché lo fa. L’altra tipologia che non perdono è lo scrittore-non lettore o lo scrittore-lettore pigro. Bisogna leggere moltissimo, e leggere cose molto diverse dai propri gusti, da cui spesso si impara di più. Quando mi capitano sott’occhio interviste a scrittori che dicono “no, io la poesia non la leggo, preferisco la prosa” mi insospettisco. Bisogna essere onnivori.

Lo scrittore più imitato, del passato o attuale. Gli scrittori che fanno più eco nei testi che si è trovato a editare? Il racconto che ha editato cosa le riporta alla mente? Oggi nel racconto c’è ancora un richiamo al racconto d’autore o l’influenza cinematografica, visuale, visiva e istantanea dilaga?
Per fortuna oggi non esiste un unico filone. Mi sembra che negli ultimi anni abbia perso seguito quello giovanil-cannibale, sotto il segno di Ammaniti (o di Tondelli, per i più avvertiti), Palahniuk eccetera. Fino a pochi anni fa i ventenni scrivevano un po’ tutti così. E anche l’altro filone, quello del minimalismo post-carveriano, non è più così predominante. Il discorso comunque è complesso: non possiamo più rapportarci solo ai modelli letterari, perché la letteratura occupa ormai una piccola porzione del bagaglio culturale di una persona, e quindi di uno scrittore. Negli ultimissimi anni i social network e le serie tv stanno conquistando lo spazio del tempo libero di tutti; sono dell’idea che avranno un ruolo sempre maggiore, ma è ancora presto per vederne i risultati. In ogni caso nei momenti peggiori hai l’impressione che molti aspiranti scrittori siano persone che avrebbero voluto fare del cinema, ma hanno ripiegato sulla scrittura come succedaneo. Poi però entri in libreria, su una fascetta trovi scritto “Un romanzo che sembra un film” e ti rendi conto che molta editoria ha sposato la stessa logica. D’altra parte lo specifico della letterarietà interessa un pubblico sempre più ristretto.

La scrittura italiana, vizi di forma e filoni di genere. Cosa può dare oggi il racconto alla letteratura?
In teoria il racconto si attaglia meglio ai tempi brevi della nostra attuale soglia di attenzione. Eppure in Italia è una forma ancora considerata editorialmente leggera, quasi una specie di esercitazione in vista del romanzo. Spesso si esordisce coi racconti e si ottiene la consacrazione solo dopo, passata la prova della lunga distanza. La verità è che la cultura italiana del libro è per sua costituzione arretrata, fatica ad aggiornare i suoi meccanismi di funzionamento. Paradossalmente, oggi, gli scrittori si misurano a livello di popolarità con i tweet e gli status, ma ottengono riconoscimento solo attraverso la forma lunghissima del romanzo, per il quale in teoria nessuno dovrebbe avere più tempo.

Le interviste agli editor di 8×8 — Massimiliano Borelli (editing del racconto di Fabrizia Conti)

16 maggio 2014

Difficoltà nell’editing di un autore di cui ha letto solo un racconto e di cui non hai letto altro?
Sicuramente quella di entrare nel suo mondo linguistico e nel suo immaginario, e di proporre quindi interventi che siano in sintonia con essi, che non stonino con l’insieme. L’autore deve infatti restare sempre l’ultimo responsabile delle parole che escono sotto il suo nome: deve sentirle adeguate a sé, e a quello che voleva esprimere. Quando ho sottoposto le mie modifiche all’autrice, in questo caso, non sapevo se lei avrebbe mai detto in quel modo certe cose, se fossero lontane dalla sua idea di partenza, se snaturassero il testo originale. Ma è un rischio obbligato, che solo una più lunga frequentazione reciproca può ridurre (mai eliminare del tutto, ovviamente).

Che tipo di scambio c’è stato con l’autore di 8×8 che ha editato e con il suo racconto? Si instaura un rapporto personale, anche minimo? Si dialoga, esiste il famoso rapporto tra editor e scrittore?
In questo caso è stato tutto piuttosto veloce, ma direi che c’è stata fin da subito una buona sintonia. Ho letto più volte il racconto, per capire dove, a mio parere, lo si poteva migliorare. Poi ho espresso per iscritto le mie considerazioni all’autrice e lei mi ha manifestato i suoi dubbi e le sue esigenze. Quindi mi sono messo all’opera e dopo alcuni giorni le ho rimandato il racconto con i miei interventi. In ultimo, una conversazione via Skype è servita a rileggere insieme il testo per soffermarsi sulle varie tipologie di cambiamenti e sui passaggi più significativi, a spiegare le soluzioni alternative adottate e a ricontrattare alcuni punti. Tutto con la massima franchezza e serenità.

Punti di forza e debolezze del racconto editato?
Il racconto presenta una bella situazione narrativa, che poggia su un elemento comune alla vita di ciascuno: la paura (non importa di che cosa). E questa paura è qui icasticamente rappresa nell’immagine, concreta e fantasmatica a un tempo, che rimane negli occhi del lettore, della “balena arrugginita”, ovvero la carcassa dell’Italsider. Le debolezze risiedevano soprattutto al livello strutturale, nell’eccessiva leggerezza con cui si arrivava alla e si compiva la svolta narrativa, e nella levigatura del linguaggio, che abbiamo reso – o almeno lo speriamo – più esatto e incisivo.

Editing su un esordiente, editing su un autore non esordiente. Ci sono differenze nell’editing e nelle fasi di lavorazione del testo? Gli esordienti sono più malleabili rispetto ai non esordienti? O più rigidi all’idea che qualcuno intervenga sul testo?
Credo che l’unica differenza stia da una parte nella consapevolezza autocritica dell’autore, che dovrebbe essere una caratteristica fondamentale di chi voglia scrivere letteratura, e dall’altra nella sua disponibilità ad accogliere le critiche altrui (dell’editor), spesso meno ampia in chi non si è ancora mai cimentato con il lavoro di revisione di un testo (ma nel caso specifico di Fabrizia Conti non è stato così).

Cosa si perdona all’autore? Cosa non si perdona?
Non saprei. Credo che l’unica cosa meno perdonabile sia appunto l’incapacità di accettare le critiche, o almeno di ascoltarle, ritenendo ogni parola intoccabile perché dettata dal sacro fuoco della scrittura (che fior fiori di scrittori nel corso della storia hanno raccomandato di spegnere al più presto, per affidarsi piuttosto al freddo lavoro sul materiale verbale).

Lo scrittore più imitato, del passato o attuale. Gli scrittori che fanno più eco nei testi che si è trovato a editare? Il racconto che ha editato cosa le riporta alla mente? Oggi nel racconto c’è ancora un richiamo al racconto d’autore o l’influenza cinematografica, visuale, visiva e istantanea dilaga?
Mah, oggi i modelli più in voga (non a torto, del resto) nella scrittura non di genere sono Sebald, Foster Wallace, Bernhard, Bolaño, Munro. Non che ci riescano in molti… Di certo l’adagio secondo il quale un racconto è un po’ una specie di cortometraggio dà adito a molte trascurabili prove, prodotte da chi pensa che basti trovare un’immagine forte per scrivere un racconto. Ma il racconto ha radici ben più antiche del cinema, e semmai è il cinema che ha preso spunto dalla letteratura, ma questo è molto più che ovvio. D’altro canto il “racconto d’autore” è tanto variegato quanto lo sono gli scrittori autentici, e questa dicitura non trova affatto una sola corrispondenza biunivoca, ma infinite. Anche dal punto di vista teorico, ci sono innumerevoli diatribe volte a stabilire che cosa sia un racconto, quali debbano essere le sue caratteristiche. Ma la materia è fluida e viscosa, e nessuno è finora riuscito a darne una definizione qualitativa decisiva e incontrovertibile, perché c’è sempre un’eccezione che salta fuori e mette a soqquadro la teoria. Non che io voglia dire che la teoria sia inutile, tutt’altro, ma il bello della letteratura è proprio che vive di eccezioni, ed è grazie a esse che le teorie trovano a loro volta nuovo carburante.

La scrittura italiana, vizi di forma e filoni di genere. Cosa può dare oggi il racconto alla letteratura?
Di nuovo, il racconto è una forma metamorfica (tanto quanto il romanzo), che ha trovato e continua a trovare infinite variazioni per prosperare. Di certo, più del romanzo, si presta alla rilettura, all’affondo verticale, all’assaggio della parola. Forse è questo che esso può dare alla letteratura oggi, al di là della forma specifica che di volta in volta assume: il gusto dell’espressione verbale, e il lusso di lasciarsi attraversare dalla parola, di soffermarsi, grazie alla misura breve, su ogni sfumatura della scrittura. Per una lettura lenta, critica, che sappia davvero incidere nelle nostre vite e mostrarci come “strane, in fondo, da fare quasi paura, sono solo le cose assolutamente normali” (parola di Silvio D’Arzo, l’autore di uno dei più bei racconti italiani di sempre, e non solo).

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4 maggio 2014


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