Le interviste agli editor di 8×8 — Dario Rossi (editing del racconto di Giulio Di Martino)

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Difficoltà nell’editing di un autore di cui ha letto solo un racconto e di cui non hai letto altro?
8×8 sotto molti aspetti è una specie di riproduzione in ambiente protetto, in laboratorio, di ciò che accade nella fase di editing in una casa editrice. Una delle differenze tra realtà e laboratorio è anche questa: manca il contesto, ciò che viene prima e ciò che sta intorno a quel racconto. Però credo sia molto stimolante: c’è la possibilità di ragionare sul testo singolo, quasi fosse una voce disincarnata, di vedere cosa c’è dentro quel racconto indipendentemente dal resto. Un approccio quasi da strutturalisti: “tutto si tiene”, e però deve tenersi davvero.

Che tipo di scambio c’è stato con l’autore di 8×8 che ha editato e con il suo racconto? Si instaura un rapporto personale, anche minimo? Si dialoga, esiste il famoso rapporto tra editor e scrittore?
Giulio, al telefono, mi ha detto a un certo punto: “Certo, è un’altra cosa lavorare insieme, dal vivo, chiacchierare con calma… Per telefono o via mail la comunicazione è meno immediata”. È vero, ma devo ammettere che, nell’ottica del laboratorio cui accennavo prima, questa distanza è anche utile. È un modo per raffreddare le cose. Di nuovo: il dialogo c’è, ma è molto funzionalizzato, si va sempre dritti al lavoro sul racconto, tagliando via il contesto. Anche perché poi, dal vivo, scatta sempre il “momento birra”, ed è con quello che l’autore in genere cerca di corromperti e portarti dalla sua…

Punti di forza e debolezze del racconto editato?
La cosa che più mi è piaciuta è il modo in cui il racconto sovrappone realtà e sogno a occhi aperti. Questa sovrapposizione, mai spiegata didascalicamente ma mostrata in piccoli dettagli (le sopracciglia, i capelli, il malessere…), va a raddoppiare quasi simbolicamente una condizione di emarginato, di freak, che già caratterizzava il personaggio: non è per nulla una soluzione narrativa scontata. Tra l’altro è proprio così, attraverso questa fusione di passato e presente, immaginazione e realtà, che funzionano i sogni e (forse) il cervello di una persona in stato comatoso. Attorno a quest’idea di struttura, e attorno a un nucleo di dolore vero che è l’altro elemento forte del racconto, stava una lingua molto espressiva e molto “giovane”, che però a tratti rischiava di togliere energia al racconto, perdendolo in rivoli di metafore, slang e trovate di scrittura. Abbiamo lavorato soprattutto su questo, asciugando il tutto per non distrarre la lettura dal vettore della narrazione.

Editing su un esordiente, editing su un autore non esordiente. Ci sono differenze nell’editing e nelle fasi di lavorazione del testo? Gli esordienti sono più malleabili rispetto ai non esordienti? O più rigidi all’idea che qualcuno intervenga sul testo?
Gli esordienti in teoria sono più ingenui e affezionati alla stesura originale – ma è appunto teoria. Dalla mia esperienza non sono finora riuscito a desumere una tendenza e tantomeno una regola vera e propria. Esistono certo persone molto diffidenti rispetto all’editing, ma questo indipendentemente dal fatto che siano alle prime armi o meno. L’impressione è che comunque in genere sia aumentata la consapevolezza che la narrativa editoriale è un’arte dialettica, dove l’autore non è mai l’unica voce in campo. Tra l’altro raramente mi è capitato il classico ostruzionismo autoriale. Forse sono stato fortunato.

Cosa si perdona all’autore? Cosa non si perdona?
Non sono sicuro di aver capito la domanda. “Perdonare” nel senso di “far passare”? In quel caso direi quasi qualsiasi cosa, se l’autore riesce a convincermi della sua necessità. Il compito tipico dell’editor è porre dubbi, domande e problemi di cui l’autore deve tenere conto durante la revisione del testo. A volte si arriva a decidere insieme che il dubbio non fosse del tutto legittimo, o che il problema non sussistesse. È raro, ma accade. Se invece si intende “perdonare” in senso pieno, a un autore non perdono la scarsa consapevolezza: deve sapere quello che fa e perché lo fa. L’altra tipologia che non perdono è lo scrittore-non lettore o lo scrittore-lettore pigro. Bisogna leggere moltissimo, e leggere cose molto diverse dai propri gusti, da cui spesso si impara di più. Quando mi capitano sott’occhio interviste a scrittori che dicono “no, io la poesia non la leggo, preferisco la prosa” mi insospettisco. Bisogna essere onnivori.

Lo scrittore più imitato, del passato o attuale. Gli scrittori che fanno più eco nei testi che si è trovato a editare? Il racconto che ha editato cosa le riporta alla mente? Oggi nel racconto c’è ancora un richiamo al racconto d’autore o l’influenza cinematografica, visuale, visiva e istantanea dilaga?
Per fortuna oggi non esiste un unico filone. Mi sembra che negli ultimi anni abbia perso seguito quello giovanil-cannibale, sotto il segno di Ammaniti (o di Tondelli, per i più avvertiti), Palahniuk eccetera. Fino a pochi anni fa i ventenni scrivevano un po’ tutti così. E anche l’altro filone, quello del minimalismo post-carveriano, non è più così predominante. Il discorso comunque è complesso: non possiamo più rapportarci solo ai modelli letterari, perché la letteratura occupa ormai una piccola porzione del bagaglio culturale di una persona, e quindi di uno scrittore. Negli ultimissimi anni i social network e le serie tv stanno conquistando lo spazio del tempo libero di tutti; sono dell’idea che avranno un ruolo sempre maggiore, ma è ancora presto per vederne i risultati. In ogni caso nei momenti peggiori hai l’impressione che molti aspiranti scrittori siano persone che avrebbero voluto fare del cinema, ma hanno ripiegato sulla scrittura come succedaneo. Poi però entri in libreria, su una fascetta trovi scritto “Un romanzo che sembra un film” e ti rendi conto che molta editoria ha sposato la stessa logica. D’altra parte lo specifico della letterarietà interessa un pubblico sempre più ristretto.

La scrittura italiana, vizi di forma e filoni di genere. Cosa può dare oggi il racconto alla letteratura?
In teoria il racconto si attaglia meglio ai tempi brevi della nostra attuale soglia di attenzione. Eppure in Italia è una forma ancora considerata editorialmente leggera, quasi una specie di esercitazione in vista del romanzo. Spesso si esordisce coi racconti e si ottiene la consacrazione solo dopo, passata la prova della lunga distanza. La verità è che la cultura italiana del libro è per sua costituzione arretrata, fatica ad aggiornare i suoi meccanismi di funzionamento. Paradossalmente, oggi, gli scrittori si misurano a livello di popolarità con i tweet e gli status, ma ottengono riconoscimento solo attraverso la forma lunghissima del romanzo, per il quale in teoria nessuno dovrebbe avere più tempo.

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