Le interviste agli editor di 8×8 — Massimiliano Borelli (editing del racconto di Fabrizia Conti)

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Difficoltà nell’editing di un autore di cui ha letto solo un racconto e di cui non hai letto altro?
Sicuramente quella di entrare nel suo mondo linguistico e nel suo immaginario, e di proporre quindi interventi che siano in sintonia con essi, che non stonino con l’insieme. L’autore deve infatti restare sempre l’ultimo responsabile delle parole che escono sotto il suo nome: deve sentirle adeguate a sé, e a quello che voleva esprimere. Quando ho sottoposto le mie modifiche all’autrice, in questo caso, non sapevo se lei avrebbe mai detto in quel modo certe cose, se fossero lontane dalla sua idea di partenza, se snaturassero il testo originale. Ma è un rischio obbligato, che solo una più lunga frequentazione reciproca può ridurre (mai eliminare del tutto, ovviamente).

Che tipo di scambio c’è stato con l’autore di 8×8 che ha editato e con il suo racconto? Si instaura un rapporto personale, anche minimo? Si dialoga, esiste il famoso rapporto tra editor e scrittore?
In questo caso è stato tutto piuttosto veloce, ma direi che c’è stata fin da subito una buona sintonia. Ho letto più volte il racconto, per capire dove, a mio parere, lo si poteva migliorare. Poi ho espresso per iscritto le mie considerazioni all’autrice e lei mi ha manifestato i suoi dubbi e le sue esigenze. Quindi mi sono messo all’opera e dopo alcuni giorni le ho rimandato il racconto con i miei interventi. In ultimo, una conversazione via Skype è servita a rileggere insieme il testo per soffermarsi sulle varie tipologie di cambiamenti e sui passaggi più significativi, a spiegare le soluzioni alternative adottate e a ricontrattare alcuni punti. Tutto con la massima franchezza e serenità.

Punti di forza e debolezze del racconto editato?
Il racconto presenta una bella situazione narrativa, che poggia su un elemento comune alla vita di ciascuno: la paura (non importa di che cosa). E questa paura è qui icasticamente rappresa nell’immagine, concreta e fantasmatica a un tempo, che rimane negli occhi del lettore, della “balena arrugginita”, ovvero la carcassa dell’Italsider. Le debolezze risiedevano soprattutto al livello strutturale, nell’eccessiva leggerezza con cui si arrivava alla e si compiva la svolta narrativa, e nella levigatura del linguaggio, che abbiamo reso – o almeno lo speriamo – più esatto e incisivo.

Editing su un esordiente, editing su un autore non esordiente. Ci sono differenze nell’editing e nelle fasi di lavorazione del testo? Gli esordienti sono più malleabili rispetto ai non esordienti? O più rigidi all’idea che qualcuno intervenga sul testo?
Credo che l’unica differenza stia da una parte nella consapevolezza autocritica dell’autore, che dovrebbe essere una caratteristica fondamentale di chi voglia scrivere letteratura, e dall’altra nella sua disponibilità ad accogliere le critiche altrui (dell’editor), spesso meno ampia in chi non si è ancora mai cimentato con il lavoro di revisione di un testo (ma nel caso specifico di Fabrizia Conti non è stato così).

Cosa si perdona all’autore? Cosa non si perdona?
Non saprei. Credo che l’unica cosa meno perdonabile sia appunto l’incapacità di accettare le critiche, o almeno di ascoltarle, ritenendo ogni parola intoccabile perché dettata dal sacro fuoco della scrittura (che fior fiori di scrittori nel corso della storia hanno raccomandato di spegnere al più presto, per affidarsi piuttosto al freddo lavoro sul materiale verbale).

Lo scrittore più imitato, del passato o attuale. Gli scrittori che fanno più eco nei testi che si è trovato a editare? Il racconto che ha editato cosa le riporta alla mente? Oggi nel racconto c’è ancora un richiamo al racconto d’autore o l’influenza cinematografica, visuale, visiva e istantanea dilaga?
Mah, oggi i modelli più in voga (non a torto, del resto) nella scrittura non di genere sono Sebald, Foster Wallace, Bernhard, Bolaño, Munro. Non che ci riescano in molti… Di certo l’adagio secondo il quale un racconto è un po’ una specie di cortometraggio dà adito a molte trascurabili prove, prodotte da chi pensa che basti trovare un’immagine forte per scrivere un racconto. Ma il racconto ha radici ben più antiche del cinema, e semmai è il cinema che ha preso spunto dalla letteratura, ma questo è molto più che ovvio. D’altro canto il “racconto d’autore” è tanto variegato quanto lo sono gli scrittori autentici, e questa dicitura non trova affatto una sola corrispondenza biunivoca, ma infinite. Anche dal punto di vista teorico, ci sono innumerevoli diatribe volte a stabilire che cosa sia un racconto, quali debbano essere le sue caratteristiche. Ma la materia è fluida e viscosa, e nessuno è finora riuscito a darne una definizione qualitativa decisiva e incontrovertibile, perché c’è sempre un’eccezione che salta fuori e mette a soqquadro la teoria. Non che io voglia dire che la teoria sia inutile, tutt’altro, ma il bello della letteratura è proprio che vive di eccezioni, ed è grazie a esse che le teorie trovano a loro volta nuovo carburante.

La scrittura italiana, vizi di forma e filoni di genere. Cosa può dare oggi il racconto alla letteratura?
Di nuovo, il racconto è una forma metamorfica (tanto quanto il romanzo), che ha trovato e continua a trovare infinite variazioni per prosperare. Di certo, più del romanzo, si presta alla rilettura, all’affondo verticale, all’assaggio della parola. Forse è questo che esso può dare alla letteratura oggi, al di là della forma specifica che di volta in volta assume: il gusto dell’espressione verbale, e il lusso di lasciarsi attraversare dalla parola, di soffermarsi, grazie alla misura breve, su ogni sfumatura della scrittura. Per una lettura lenta, critica, che sappia davvero incidere nelle nostre vite e mostrarci come “strane, in fondo, da fare quasi paura, sono solo le cose assolutamente normali” (parola di Silvio D’Arzo, l’autore di uno dei più bei racconti italiani di sempre, e non solo).

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