Un barattolo di amarezza

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Ogni tanto ci ritrovavamo a urlarci in faccia, dopodiché io cominciavo a spaccare cose come una furia — ero particolarmente attratto dai vasi, perché volavano bene e si fracassavano che era una meraviglia.
Una mattina a Chicago ero andato in cucina in punta di piedi con l’intenzione di fare un caffè. Mentre come al solito rovesciavo caffè macinato su tutto il piano di lavoro, in un angolo scorsi un barattolo con un’etichetta rossa che diceva «Amarezza». Ce n’era davvero così tanta da poterla inscatolare e metterla in vendita? Il mio intestino fu attraversato da una fitta di dolore, dopodiché mi resi conto che non era «Amarezza» ma «Amarene». Era troppo tardi per guarire, l’amarezza ormai era la materia oscura nell’universo degli oggetti immobili intorno a me: la saliera e la pepaiola; il vasetto del miele; il sacchetto di pomodori secchi; il coltello da affilare; una pagnotta rafferma; le due tazze di caffè, in attesa. I principali prodotti d’esportazione del mio paese sono le auto rubate e l’amarezza.

Aleksandar Hemon, Il progetto Lazarus, Einaudi, traduzione di Maurizia Balmelli

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