Amore filiale

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Se nella stanza ci fosse stata un’ascia, un attizzatoio, o qualunque altro oggetto contundente con cui squarciare il petto di suo padre e ucciderlo, lì e subito, James l’avrebbe afferrato. Tanto estremi erano i sentimenti che il signor Ramsay suscitava nell’animo dei figli con la sua sola presenza; standosene, come ora, smilzo come un coltello, sottile come la lama di un coltello, sorridendo sarcastico, non solo per il piacere di deludere il figlio e coprire di ridicolo la moglie, che era diecimila volte migliore di lui sotto ogni aspetto (pensava James), ma anche con il segreto convincimento di saper giudicare. Lui era incapace di falsità; non alterava mai i fatti; non modificava un commento sgradevole per il piacere o il vantaggio di nessun essere mortale, meno che mai dei figli, che, generati dai suoi lombi, dovevano comprendere fin dall’infanzia che la vita è difficile, la realtà intransigente, e che il passaggio a quella terra favolosa dove le nostre più luminose speranze si estinguono, i nostri fragili gusci naufragano nelle tenebre (a questo punto il signor Ramsay drizzava la schiena e fissava l’orizzonte socchiudendo i piccoli occhi azzurri) esige, innanzitutto, coraggio, verità e capacità di sopportazione.

Virginia Woolf, Gita al Faro, Einaudi, traduzione di Anna Nadotti

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