I big eyes di Tim Burton

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Il rapporto tra pittrice e marito-promotore non allude alla dipendenza bipolare tra regista e produttore?
Certo! (ride Burton) E che bello se i produttori fossero tutti così efficaci come quel marito che faceva da clone all’arte della moglie! Tutti noi abbiamo limiti. Se troviamo chi riempie i nostri vuoti, il connubio sarà un trionfo. È stato il caso dei due Keane. Lei sfornava a getto continuo i quadri di cui il marito si faceva efficace imbonitore. Lui aveva il fuoco mediatico della promozione: protagonista di talk show, riusciva a piazzare i ritratti in infinite riproduzioni a costi stracciati nei grandi magazzini e ai distributori di benzina. Un genio del marketing, che ogni regista desidererebbe avere al proprio fianco. Purtroppo si aggiungeva, a sproposito, il merito d’autore: che, a pieno titolo, spettava alla moglie.
[…]
Ma non si vergogna un po’ per questa sua predilezione?
Mi ha sempre affascinato il Kitsch. E la Big Eye Art mi diverte molto: c’è qualcosa d’allarmante, che dà i brividi, in quei trovatelli dagli occhi planetari, solitudini incolmabili espresse da impassibili sguardi accusatori. Vari musei e raccolte di star hollywoodiane, da Kim Novak a Jerry Lewis, pullulano di questi lavori. Sono stati best seller dell’arte anni Sessanta: hanno un posto nella cultura pop.
Le esagerate protesi oculari di quei fantasmi d’infanzia sono diventate una caratteristica dei suoi personaggi.
Sì, anche se non va sottovalutata l’influenza dei cartoon giapponesi e di Walt Disney, quei quadri sono all’origine dei miei fantasmi cinematografici, da Beetlejuice a The Nightmare Before Christmas. Già in Vincent, il mio corto d’esordio, il protagonista aveva incollate sul viso a V due cornee alla Keane. La sposa cadavere ha gli stessi occhi di quei bimbi sepolcrali. Pure il mio Superman a rovescio, Stainboy, ha occhioni indifesi e inguaribili. Senza parlare di Frankenweenie, cagnolino dalle pupille esorbitanti proprio come i cani e gatti nei quadri di Margaret. […]

Tim Burton, estratto dell’intervista di Mario Serenellini, il venerdì di Repubblica, 12 dicembre 2014

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