Archive for gennaio 2015

Essere responsabili

31 gennaio 2015

Don Milani

Avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto.

Don Milani

Penso che morirò. Ho ingoiato una mosca

30 gennaio 2015

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Sono seduta sulle scale che sono ripide, incassate, buie. Penso che morirò. Ho respirato una mosca. Credo. La mosca era nella stanza e io avevo la bocca aperta perché ci stavo mettendo dentro una caramella. Poi la mosca non era più da nessuna parte. Ora si manifesta come un solletico e un raschio in fondo alla gola, sul lato interno, dalla parte del muro della cucina. Sono seduta con la testa ciondoloni e le braccia sulle ginocchia. Le mosche non piacciono a nessuno e si dice che siano sporche, piene di germi, perciò quale sistema migliore per andare al creatore che ingoiarne o inalarne una?

Hilary Mantel, I fantasmi di una vita, Einaudi, traduzione di Susanna Basso

I libri sono il mio vizio

29 gennaio 2015

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Leggere è un vizio che può sostituire gli altri vizi o a volte al loro posto aiuta tutti i vizi a vivere più intensamente, è una perversione, un morbo divorante. No, non prendo droghe, prendo solo libri, veramente ho anche delle preferenze, molti libri non mi fanno bene, certi li prendo solo al mattino, altri soltanto la notte, ci sono libri che non lascio mai, vado in giro con loro per la casa, li porto dal soggiorno alla cucina, li leggo in piedi nel corridoio, non uso segnalibri, non muovo la bocca per leggere, ho imparato presto a leggere bene.

Ingeborg Bachmann, Malina, Adelphi, traduzione di Maria Grazia Manucci

Lo scrittore è un falegname

29 gennaio 2015

Gabriel-Garcia-Marquez

Scrivere qualcosa è quasi difficile quanto fare un tavolo. Con entrambi hai a che fare con la realtà, un materiale duro quanto il legno. Entrambi sono pieni di trucchi e di tecniche. Fondamentalmente è richiesta molta poca magia e moltissimo duro lavoro. E come disse — credo — Proust, ci vuole il dieci percento di ispirazione e il novanta percento di traspirazione. Non ho mai fatto nessun lavoro di falegnameria, ma è il mestiere che ammiro più di ogni altro, specialmente perché non riesci mai a trovare qualcuno che lo faccia per te.

Gabriel García Márquez, intervista su The Paris Review, 1981

Sono le parole ad avere fame. Non sono io ad avere fame di parole

28 gennaio 2015

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You’ve […] written about the inadequacy of language, that we don’t always think in words, that speech does not cover our innermost realms. So perhaps it’s more accurate to say that you look for ways to describe what’s lurking behind and between the words. And very often, this is simply silence. There’s another scene in The Hunger Angel where Leo’s grandfather is staring at a calf, devouring it with his eyes, and in the book there is this word Augenhunger—“eye hunger.” Is there also such a thing as word hunger?
It’s the words that are hungry. I’m not hungry for words, but they have a hunger of their own. They want to consume what I have experienced, and I have to make sure that they do that.
Do you hear sentences in your head before you set them down?
I don’t hear any sentences in my head, but while I’m writing I have to see everything I’ve written. I see the sentence. And I hear it. I also read it out loud.
Do you read everything out loud?
Everything. For the rhythm—because if it doesn’t sound right out loud, then the sentence isn’t working. That means something’s wrong. I always have to hear this rhythm, it’s the only way to check if the words are right. And the crazy thing is that the more surreal a text is, the more closely it has to correspond to reality. Otherwise it won’t work. Prose like that always turns out badly—kitsch. Many people have a hard time believing it, but surreal scenes have to be checked against reality with millimeter precision, otherwise they don’t function at all, and the text is completely unusable. The surreal can only work if it becomes reality. So it has to be proofed against reality and built up according to realistic structures.

Hertha Müller, intervista su The Paris Review, autunno 2014

I tagli di Georges Simenon

27 gennaio 2015

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Solo una volta un consiglio generico da parte di uno scrittore mi è stato molto utile. Si tratta di Colette. Scrivevo racconti per Le Matin, e Colette era caporedattrice della sezione letteraria all’epoca. Le sottoposi due racconti e li rifiutò entrambi e io continuai a provare, ancora e ancora. Alla fine mi disse, Senti, sono troppo letterari, sono sempre troppo letterari. Seguii il suo consiglio. È quello che faccio quando scrivo, la cosa principale quando scrivo.
Cosa intende con “troppo letterario”? E cosa elimina, un certo tipo di parole?
Aggettivi, verbi, e ogni parola che è lì sono per fare effetto. Ogni frase è lì solo per la frase. Hai ottenuto una frase meravigliosa — tagliala. Ogni volta che trovo una cosa del genere in uno dei miei romanzi la devo eliminare.
È a questo tipo di revisione che si sottopone in gran parte?
Quasi completamente.
Non si mette a rivedere la trama?
Oh, io non tocco mai niente in questo senso. Mi è capitato di modificare i nomi mentre scrivevo: una donna dovrebbe chiamarsi Helen nel primo capitolo e Charlotte nel secondo, per esempio; e nella fase di revisione sistemo queste cose. E poi taglio, taglio, taglio.
C’è qualcos’altro che vorrebbe dire a uno scrittore esordiente?
Scrivere è considerata una professione, ma io non la ritengo tale. Io penso che chi non sente di dover essere uno scrittore, chi pensa di poter fare qualcos’altro, allora dovrebbe fare qualcos’altro. Scrivere non è una professione ma una vocazione all’infelicità. Non credo che un artista possa mai essere felice.

Georges Simenon, intervista su The Paris Review, 1955

Carver: perché scrivo racconti e non romanzi

26 gennaio 2015

Raymond Carver foto

Dopo anni passati a fare lavori orribili e a crescere i figli tentando di scrivere, mi resi conto che dovevo scrivere qualcosa che sarei riuscito a concludere in fretta. Non potevo mettermi ad affrontare un romanzo, un lavoro di due o tre anni su un singolo progetto. Dovevo scrivere qualcosa da cui trarre una ricompensa immediata, non dopo un anno, né tantomeno dopo tre. Quindi, poesie e racconti. Cominciavo a rendermi conto che la vita non era mia — diciamo che non era esattamente come avrei voluto che fosse. C’era sempre un carico di frustrazioni con cui fare i conti — voler scrivere e non trovarne né il tempo né il posto per poterlo fare. Di solito uscivo e mi mettevo in macchina cercando di scrivere un taccuino appoggiato sulle gambe. Questo quando i ragazzi erano ormai adolescenti. Avevo tra i venti e trent’anni. Ci trovavamo ancora in condizioni di indigenza, avevamo alle spalle una bancarotta, e anni di duro lavoro senza che nulla lo ripagasse a eccezione di una vecchia macchina, una casa in affitto e nuovi creditori alle calcagna. Era una situazione deprimente, e mi sentivo spiritualmente annichilito. L’alcol divenne un problema. Avevo praticamente rinunciato, gettato la spugna, e bere era diventata un’attività seria, a tempo pieno. Tutto questo fa parte di ciò a cui mi riferivo quando parlavo di questioni “troppo noiose da affrontare”. Raymond Carver, intervista su The Paris Review, 1983

Bruno Munari: semplificare è difficile

26 gennaio 2015

Bruno Munari, ritratto con cucchiai

Complicare è facile, semplificare è difficile. Per complicare basta aggiungere, tutto quello che si vuole: colori, forme, azioni, decorazioni, personaggi, ambienti pieni di cose. Tutti sono capaci di complicare. Pochi sono capaci di semplificare.
Piero Angela ha detto un giorno è difficile essere facili. Per semplificare bisogna togliere, e per togliere bisogna sapere cosa togliere, come fa lo scultore quando a colpi di scalpello toglie dal masso di pietra tutto quel materiale che c’è in più della scultura che vuole fare.
Teoricamente ogni masso di pietra può avere al suo interno una scultura bellissima, come si fa a sapere dove ci si deve fermare per togliere, senza rovinare la scultura?
Togliere invece che aggiungere potrebbe essere la regola anche per la comunicazione visiva a due dimensioni come il disegno e la pittura, a tre come la scultura o l’architettura, a quattro dimensioni come il cinema.
Togliere invece che aggiungere vuol dire riconoscere l’essenza delle cose e comunicarle nella loro essenzialità. Questo processo porta fuori dal tempo e dalle mode, il teorema di Pitagora ha una data di nascita, ma per la sua essenzialità è fuori dal tempo. Potrebbe essere complicato aggiungendogli fronzoli non essenziali secondo la moda del momento, ma questo non ha alcun senso secondo i principi della comunicazione visiva relativa al fenomeno.
Eppure la gente quando si trova di fronte a certe espressioni di semplicità o di essenzialità dice inevitabilmente questo lo so fare anch’io, intendendo di non dare valore alle cose semplici perché a quel punto diventano quasi ovvie.
In realtà quando la gente dice quella frase intende dire che lo può Rifare, altrimenti lo avrebbe già fatto prima.
La semplificazione è il segno dell’intelligenza, un antico detto cinese dice: quello che non si può dire in poche parole non si può dirlo neanche in molte.

Bruno Munari, Verbale scritto
Leggete il nostro profilo su Bruno Munari qui.

La febbre e il limite

24 gennaio 2015

La dimora del tempo sospeso

Ingeborg Bachmann spricht, 1964

Marco Ercolani

La febbre e il limite

Una lezione di Ingeborg Bachmann (1947).

Signore e signori,
sono qui ancora una volta a parlarvi di scrittura. Non di commemorazioni, convegni, centenari, bicentenari, genetliaci, riscoperte postume, ma della scrittura.
E allora comincerò a dirvi la mia verità: ogni scrittura è apocrifa. Ogni scrittore, in quanto opera nel segreto del suo spirito, è apokriphos, segreto, e il suo apprendistato si esercita con una lingua scritta e consumata nei secoli da altri scrittori, vissuti prima di lui e alla ricerca della loro anima. Cosa significa tutto questo? Che lo scrittore, proprio perché è autentico, si abbevera alla fonte da cui altri hanno già bevuto. Non vi sembra straordinario e contraddittorio? Una sincerità dell’anima che si basa su una forma di vampirismo? A me sembra splendido e assoluto. Dirò di più: inevitabile.

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Pianissimo e la Libreria Colapesce di Filippo Nicosia: leggere è contagioso

24 gennaio 2015

5 MINUTI PER L'AMBIENTE

I libri fanno parte della vita di tutti i noi. A volte come grandi protagonisti, altre come insostituibili spalle, ci aiutano e ci spronano a crescere, a imparare, a ricordare, a svagarci, a commuoverci e ad appassionarci. Partendo da questa idea, un ragazzo siciliano di trent’anni ha voluto creare un luogo che non si limitasse a rispettare gli spazi convenzionali di una libreria o di una biblioteca, ma che potesse costituire un ambiente informale in cui l’ospite abbia la possibilità di socializzare, studiare, leggere, bere e mangiare allo stesso tempo. Insomma, di vivere.

«Tutto nasce dalla mia esperienza lavorativa nell’editoria: facevo ufficio stampa e mi occupavo di scrittori e di scrittura come editor, ma a un certo punto ho avuto una crisi di vocazione. In più, negli ultimi tre/quattro anni la crisi del libro si è acuita tantissimo e io soffrivo molto il clima depresso del settore». Comincia così la…

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