Piccolo naufragio a Parigi

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Sfidando la circolare governativa che ricordava alle gallerie parigine la crisi energetica, Speck aveva lasciato le luci accese. In parte l’aveva fatto per smentire i concorrenti che potevano ipotizzare che avesse problemi finanziari. Aveva inserito l’antifurto, chiuso a chiave la porta blindata e stava abbassando una saracinesca traforata le cui fronde e volute art nouveau consentivano di vedere le opere all’interno ma impedivano l’ingresso a qualunque cosa fosse più grande di un topolino. La vaga tristezza che gli fluttuava attorno tutte le volte che chiudeva aveva a che fare con l’ora. In base alla sua esperienza, le storie d’amore e i matrimoni finivano fra le sette e le otto di sera, l’ora della pioggia e dei taxi introvabili. In tutta Parigi c’erano coppie che si separavano per sempre, lasciando lungo i marciapiedi, come detriti, i rottami di cene al ristorante annullate, i biglietti per il balletto inutilizzati, le spiegazioni disperate e i brandelli di orgoglio; e un taxi era in arrivo per ognuno di quei disastri, l’unico taxi nel giro di chilometri, la luce sul tetto già abbassata ad anticipare dei puntini gemelli che a Parigi significano “occupato”. Ma occupato da chi?

Mavis Gallant, “L’idea di Speck”, Piccoli naufragi, Bur, traduzione di Chiara Gabutti

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