Carver: perché scrivo racconti e non romanzi

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Dopo anni passati a fare lavori orribili e a crescere i figli tentando di scrivere, mi resi conto che dovevo scrivere qualcosa che sarei riuscito a concludere in fretta. Non potevo mettermi ad affrontare un romanzo, un lavoro di due o tre anni su un singolo progetto. Dovevo scrivere qualcosa da cui trarre una ricompensa immediata, non dopo un anno, né tantomeno dopo tre. Quindi, poesie e racconti. Cominciavo a rendermi conto che la vita non era mia — diciamo che non era esattamente come avrei voluto che fosse. C’era sempre un carico di frustrazioni con cui fare i conti — voler scrivere e non trovarne né il tempo né il posto per poterlo fare. Di solito uscivo e mi mettevo in macchina cercando di scrivere un taccuino appoggiato sulle gambe. Questo quando i ragazzi erano ormai adolescenti. Avevo tra i venti e trent’anni. Ci trovavamo ancora in condizioni di indigenza, avevamo alle spalle una bancarotta, e anni di duro lavoro senza che nulla lo ripagasse a eccezione di una vecchia macchina, una casa in affitto e nuovi creditori alle calcagna. Era una situazione deprimente, e mi sentivo spiritualmente annichilito. L’alcol divenne un problema. Avevo praticamente rinunciato, gettato la spugna, e bere era diventata un’attività seria, a tempo pieno. Tutto questo fa parte di ciò a cui mi riferivo quando parlavo di questioni “troppo noiose da affrontare”. Raymond Carver, intervista su The Paris Review, 1983

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