Archive for febbraio 2015

I bambini scelgono e leggono

28 febbraio 2015

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Mio padre ancora negli anni Trenta mi faceva leggere Il piccolo vetraio oppure Mani nere e cuor d’oro credendo di farmi partecipe dei problemi dei ragazzi poveri. Di fatto, gratificava un piccolo-borghese per avere il privilegio di non dover subire le angherie dei padroni che sfruttavano i bambini costretti al lavoro.
Ancora oggi gli adulti scelgono e indicano. C’è una strada diversa? La risposta a una mamma che chiede a un bambino di dieci anni: “Spiegami perché vuoi proprio questo libro” è semplice e chiara, ma non ritenuta sufficiente: “Perché mi piace, perché lo voglio, perché ce l’ho in mano e quindi è mio”.

Roberto Denti, I bambini leggono, Il Castoro

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Se tu me lo dici

27 febbraio 2015

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Se qualcuna delle mie parole
ti piace
e tu me lo dici
sia pur solo con gli occhi
io mi spalanco
in un riso beato
ma tremo
come una mamma piccola giovane
che perfino arrossisce
se un passante le dice
che il suo bambino è bello.

Antonia Pozzi, Pudore, 1933

Librerie, piccolo è bello (e funziona meglio)

26 febbraio 2015

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Il 2 maggio Mitchell Klipper, il libraio più potente degli Stati Uniti, andrà in pensione. Negli ultimi ventotto anni ha lavorato per Barnes & Nobles, occupandosi prima degli affari finanziari, poi delle operazioni immobiliari e infine guidando il settore delle vendite al dettaglio. Mr Klipper è l’uomo che ha fatto nascere più di seicento megastore. Fino al 2009 ha aperto trenta o più punti vendita all’anno. Poi ha giocato in difesa e secondo alcuni neanche male: il suo diretto concorrente, Borders, è uscito dal mercato. Lui no, anche se ha dovuto avviare un piano di dismissioni che porterà nei prossimi dieci anni alla chiusura di un terzo dei punti vendita.
La sua uscita di scena segna la fine di un’era, quella dei supermarket dei libri. Il gigantismo non paga più. Se in America le librerie indipendenti stanno avendo la loro rivincita – dal 2009 a oggi sono cresciute del 20% – in Europa sono i grandi a pensare in piccolo: riducono la metratura dei negozi e puntano sul vecchio libraio. Proprio lui, in carne, ossa e competenze. Una contro-rivoluzione che arriva in Italia nei giorni caldi delle trattative tra Mondadori ed Rcs, quando lo spettro di un colosso in grado di controllare il 40% del mercato fa tremare i gruppi concorrenti, gli scrittori e l’intera cittadella dell’editoria. All’interno di un sistema dove già oggi pochi soggetti possiedono tutta la filiera del libro, si fa così strada un nuovo modello commerciale: “La catena di librerie indipendenti”.
La definizione è di James Daunt, il libraio londinese chiamato dal miliardario russo Alexander Mamut a risanare Waterstones, colosso inglese di 200 megalibrerie e 4.500 dipendenti. Ma viene fatta propria da Alberto Rivolta, che da dicembre guida la direzione operativa del Gruppo Feltrinelli con responsabilità diretta su Librerie Feltrinelli, 105 punti vendita diretti e 14 in franchising, 1.500 dipendenti e un fatturato nel 2014 di circa 290 milioni di euro, 13 milioni in meno dell’anno precedente. Una perdita più contenuta rispetto al trend generale del mercato – il libro, nella sua versione cartacea, ha segnato un meno 4% nell’ultimo anno – ma comunque una perdita. Alcuni negozi sono sotto osservazione, i contratti di solidarietà che hanno ridotto la forza lavoro di circa il 20% sono appena stati rinnovati per altri quindici mesi. Ma i sacrifici dei dipendenti saranno inutili se Feltrinelli non rivoluzionerà la sua rete di vendita.
«L’e-commerce sta cambiando i nostri modelli di consumo. Chi va in una libreria fisica – spiega Rivolta – lo fa perché c’è qualcosa di più importante del prezzo». Una volta nelle Feltrinelli si scoprivano testi che nessun altro pubblicava. Negli ultimi dieci anni si andava per la comodità di trovare qualsiasi cosa, anche film e musica. Un modello che ha avuto il suo punto di forza negli acquisti centralizzati, nella quantità e nelle novità. Ma che ha finito per penalizzare le competenze dei librai e che adesso scricchiola sotto il peso dell’emorragia dei lettori: nell’arco di quattro anni l’Italia ne ha persi oltre due milioni e mezzo, 820mila solo nel 2014. «Al centro del piano di rilancio c’è l’attenzione al cliente, la valorizzazione del nostro personale e la salvaguardia dei livelli occupazionali». Si parla di personal shopper da prenotare per avere una consulenza su misura e di direttori incoraggiati a comportarsi con l’autonomia dei vecchi librai di quartiere.
Ma in gioco c’è anche la trasformazione della rete di vendita nei prossimi tre anni. «Vogliamo valorizzare Red, il nostro modello di eccellenza, un luogo aperto che all’esperienza della lettura affianca l’enogastronomia, i live di musica, gli incontri con gli autori. È una grande libreria che torna alla sua origine: uno spazio del pensiero». Ne esistono due, una a Milano e l’altra a Firenze. Ne aveva aperta una anche a Roma, in via Del Corso, ma è stata costretta a chiudere per un cedimento strutturale all’edificio. Ne nasceranno altre? «Dipende, sono adatte alle grandi città, alle strade con un notevole passaggio». Per il resto Feltrinelli torna a pensare in piccolo. «Siamo una catena per cui non possiamo rinunciare alla standarizzazione, ma stiamo studiando una formula ibrida e la definizione utilizzata da Daunt è quella che più ci convince: una catena di librerie indipendenti». Gli acquisti continueranno ad essere centralizzati, ma i direttori avranno più autonomia nella commercializzazione e nella disposizione dei libri. E le metrature? In America un gigante come Borders è stato messo in ginocchio dall’e-commerce, ma anche dalle superfici dei suoi megastore: troppo costose rispetto alle entrate. Un rischio che ha corso anche la Feltrinelli di piazza Colonna a Roma, prima che la società proprietaria dell’immobile gli accordasse uno sconto del 25% sull’affitto. «C’è una tendenza mondiale a ridurre la metratura – continua Rivolta – ma non è detto che questo significhi cambiare indirizzo. Si può pensare a una divisione degli spazi, alleandosi con aziende che hanno filosofie coerenti alla nostra per mirare ad un ruolo più completo nella vita dei nostri clienti, di consulente a 360 gradi nell’intrattenimento culturale». Il pensiero va a Eataly, anche perché l’unione tra cibo e libri «sta funzionando bene».
Rinnova la sua formula, metratura compresa, anche Mondadori, che a dicembre ha chiuso il multicenter di corso Vittorio Emanuele a Milano. Quattromila metri quadrati ereditati da Messaggerie Musicali, che ora saranno occupati dal marchio di abbigliamento Mango. «Apriremo presto un nuovo store nel quadrilatero, ma di dimensioni più contenute, tra gli 800 e i mille metri quadrati e con all’interno un punto di ristorazione, integrato nell’esperienza d’acquisto. Un modello nuovo, che all’offerta dei libri affianca l’elettronica, i prodotti di intrattenimento e divertimento», spiega Mario Maiocchi, amministratore di Mondadori Retail. «Avremo altri tre negozi simili entro il 2016, ma in due casi si tratta di conversioni di librerie già esistenti». Per il resto la carta vincente è quella dei negozi in franchising, dimensione media tra i 200 e i 600 metri quadrati. «Ne abbiamo 550 e vogliamo continuare ad aprirne una quarantina l’anno. Pensiamo che sia questo il modello più efficace perché unisce ai vantaggi economici ed organizzativi di una grande catena, la capacità imprenditoriale dei singoli. I librai sono il motore delle vendite e infatti in autunno abbiamo lanciato un programma di corsi di formazione per tutto il personale». Non accadeva da anni. Maiocchi crede che la vera sfida sia l’integrazione tra canali di vendita diversi. Anche perché, andando a guardare il miliardo e mezzo di euro che nel 2014 gli italiani hanno speso per leggere, si scopre che il libro di carta si compra sì nelle librerie fisiche, per il 40,6% in quelle di catena e per il 30,7% nelle indipendenti, ma sempre di più online: 13,8%, vale a dire l’8% in più.
Chi è sempre andato controcorrente, puntando sul piccolo anche quando il mercato sembrava prediligere i megastore è stata la catena Giunti al punto: 176 negozi, che crescono al ritmo di 15 ogni anno, tutti in provincia e con la stesse dimensioni, 200, 250 metri quadrati al massimo. «Siamo nati venticinque anni fa – racconta il direttore generale Jacopo Gori – e subito ci è stato chiaro che non potevamo avere negozi riforniti di tutto. Una cattedrale di duemila metri quadri non sarebbe stata utile perché nessuno fa trenta chilometri per comprare un libro e poi, anche in spazi così grandi, è necessario fare una selezione dei titoli. Abbiamo puntato su piccoli presidi nel territorio e su librai veri, niente commessi. I nostri 550 dipendenti, di cui l’85% sono donne e la maggioranza ha meno di 35 anni, sono in grado di scegliere e consigliare il libro giusto sia ai grandi lettori che, cosa molto più difficile, a chi non legge nulla o quasi». Pochi mesi fa hanno stretto un’alleanza con Amazon, il gigante accusato di avere messo in ginocchio le librerie. «Ogni acquisto nel loro store permette di accumulare punti sulla nostra carta fedeltà e di utilizzarli nelle nostre librerie. Abbattiamo le barriere fra virtuale e reale».
Anche perché non avrebbe senso opporsi al digitale o a Internet. Ne è convinta l’Associazione italiana editori che ha appena presentato alla Scuola per librai Umberto e Elisabetta Mauri un ebook con i consigli per utilizzare al meglio i social: ventuno idee prese in prestito dall’estero per valorizzare identità, comunicare competenze e passioni, creare una community. Una rivoluzione non da poco se si pensa che qualche anno fa i librai erano stati dati per estinti. Oggi twittano, postano foto, organizzano maratone di lettura, potrebbero essere uno degli antidoti alla crisi. Parafrasando la celebre battuta di Mark Twain su se stesso, forse la notizia della loro morte è stata alquanto esagerata.

Stefania Parmeggiani, “Librerie, piccolo è bello (e funziona meglio)”, la Repubblica, 26 febbraio 2015

Lei mi traduce

23 febbraio 2015

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Lei mi traduce: Sotto ragazzi, eccetera. […] Il testo dice: Come on boys. Capisce? Lei mi ha invertito il significato. Come on boys vuol dire venite su ragazzi. Lei mi mette l’opposto, cioè non su, ma sotto. E ancora, più avanti, dove descrive l’alzabandiera a bordo. Lei ha tradotto, mi pare, i marinai si scoprirono, sì, si scoprirono, ha tradotto lei, mentre il testo inglese diceva: The crew raised their hats. Vede l’inglese come è preciso? La ciurma alzò i loro cappelli. Alzò, capisce, come a salutare la bandiera sul pennone.

Luciano Bianciardi, La vita agra

Doversi proteggere dal disprezzo

22 febbraio 2015

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How to make clear, for instance, the difference between the Montjoy’s kitchen and our kitchen at home. You could not do that simply by mentioning the perfectly fresh and shining floor surfaces of one and the worn-out linoleum of the other, or the fact of soft water being pumped from a cistern into the sink contrasted with hot and cold water coming out of taps. You would have to say that you had in one case a kitchen that followed with absolute correctness a current notion of what a kitchen ought to be, and in the other a kitchen that changed occasionally with use and improvisation, but in many ways never changed at all, and belonged entirely to one family and to the years and decadesof that family’s life. And when I thought of that kitchen, with the combination wood and electric stove that I polished with waxed-paper bread wrappers, the dark old spice tins with their rusty rims kept from year to year in the cupboards, the barn clothes hanging by the door, it seemed as if I had to protect it from contempt—as if I had to protect a whole precious and intimate though hardly pleasant way of life from contempt. Contempt was what I imagined to be always waiting, swinging along on live wires, just under the skin and just behind the perceptions of people like the Montjoys.

Alice Munro, “Hired Girl”, The View from Castle Rock, Alfred A. Knopf, 2006

Come spiegare, ad esempio, la differenza tra la cucina dei Montjoy e quella di casa? Non bastava descrivere i pavimenti lustri e perfettamente puliti di una e confrontarli con il linoleum consumato dell’altra, o paragonare il fatto che per avere acqua dolce in casa noi la dovessimo pompare da una cisterna, mentre lì usciva dai rubinetti sia calda sia fredda. Si sarebbe dovuto dire che in un caso si stava parlando di un ambiente che si atteneva alla perfezione all’ideale di cucina in quel dato momento, e nell’altro invece di un locale che si trasformava a volte in virtù dell’uso e dell’improvvisazione e che tuttavia non cambiava affatto e apparteneva in modo assoluto a un nucleo familiare e agli anni e decenni di vita di quella famiglia. E quando pensavo a quella cucina, a quel misto di legno e di fornelli elettrici che lucidavo con i sacchetti di carta cerata del pane, ai vecchi barattoli scuri delle spezie dai bordi arrugginiti, riordinati anno dopo anno negli armadietti, ai vestiti da stalla appesi dietro alla porta, mi sembrava di doverli proteggere dal disprezzo — quasi dovessi proteggere dal disprezzo un intero modo di vivere prezioso e intimo anche se non gradevole. Era disprezzo la minaccia che immaginavo sempre in agguato, guizzante dentro cavi dell’alta tensione, a fior di pelle e dietro ogni percezione di gente come i Montjoy.

Alice Munro,”Stipendiata”, La vista da Castle Rock, Einaudi, 2007, traduzione di Susanana Basso

Nasconderò la mia angoscia nel fazzoletto

20 febbraio 2015

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“Through the chink in the hedge,” said Susan “I saw her kiss him. I raised my head from my flower-pot and looked through a chink in the hedge. I saw her kiss him. I saw them, Jinny and Louis, kissing. Now I will wrap my agony inside my pocket-handkerchief. It shall be screwed tight into a ball. I will go to the beech wood alone, before lessons. I will not sit at a table, doing sums. I will not sit next Jinny and next Louis. I will take my anguish and lay it upon the roots under the beech trees. I will examine it and take it between my fingers. They will not find me. I shall eat nuts and peer for eggs through the brambles and my hair will be matted and I shall sleep under hedges and drink water from ditches and die there.”

Virginia Woolf, The Waves, 1931

“Dal buco nella siepe” disse Susan “l’ho vista che lo baciava. Ho alzato gli occhi dal vaso dei fiori e ho guardato nel buco. L’ho vista che lo baciava. Li ho visti, Jinny e Louis, che si baciavano. Nasconderò la mia angoscia nel fazzoletto. L’avvolgerò stretta in un gomitolo. Da sola andrò al bosco dei faggi, prima della lezione. Non mi metterò seduta al banco a fare le addizioni. Non mi metterò a sedere vicino a Jinny e Louis. Prenderò la mia angoscia e la poggerò tra le radici dei faggi. La osserverò, la toccherò con le dita. Non mi troveranno. Mangerò delle ghiande e frugherò tra i rovi in cerca di uova e i capelli mi si aggroviglieranno e dormirò sotto le siepi e berrò l’acqua dei fossi e morirò.”

Virginia Woolf, Le onde, I Meridiani, Mondadori, 1998, traduzione di Nadia Fusini

Matteo Girardi, concorrente 8, 8×8, prima serata, 24 febbraio 2015

19 febbraio 2015

Matteo Girardi, 8x8, Oblique Studio

Nome: Matteo Girardi
Racconti: Sonno

Cosa ti aspetti dalla partecipazione a 8×8?
Spero di non biascicare mentre leggo il mio racconto e che i cocktail del locale in cui si tiene la serata siano sufficientemente carichi di alcol e poveri di ghiaccio. Mi auguro anche di non ricevere giudizi troppo “negativi o duri” (come sta scritto nella mail che mi avete mandato per dirmi che ero stato selezionato per la serata).

Perché hai deciso di partecipare a 8×8?
Ero curioso di sapere se un mio racconto avrebbe potuto attirare l’attenzione. Mi interessava il giudizio di persone che non conosco; a quelli che conosco i miei racconti non interessano.

Tre libri che hanno aggiunto qualcosa di importante alla tua vita.
Gargantua e Pantagruele di Rabelais perché “meglio è di riso che di pianto scrivere”, i racconti di Daniil Charms perché sono un uomo di bassa statura e “sarei disposto a tutto, pur di essere un pochino più alto”, le filastrocche e le favole di Gianni Rodari, ho un debole per Giovannino Perdigiorno.

La frase emblematica del tuo racconto:
“A ben pensare, se avessi lasciato il bollitore tutta la notte sul fuoco non avrei dovuto trovare nemmeno la cucina, ma di mattina mi viene difficile fare un ragionamento del genere”.

Modi di dire #15: zoccolo duro

19 febbraio 2015

A partire dal significato generico in cui per “zoccolo” s’intende qualsiasi tipo di basamento o di piedistallo, si è sviluppata nel tempo l’espressione zoccolo duro “per indicare la base di un partito, di un movimento, di un’istituzione, di un gruppo sociale o di altro apparato, che ne costituisce la parte più fedele e più resistente a possibili mutamenti ed evoluzioni o deviazioni” (treccani.it). Nasce infatti negli anni Ottanta (anche se qualcuno sostiene che sia sorta ben prima) all’interno del linguaggio politico e giornalistico per definire quel “nucleo compatto e fedele di un sindacato, di un partito, di un’organizzazione” (Sabatini Coletti), estendendosi poi in altri settori (fino alla recente locuzione “zoccolo duro dei fan” delle serie tv).
In particolare: “Viene lanciata durante la campagna per le elezioni del 26 giugno 1983 da Achille Occhetto per indicare la base del Pci, in grado, a suo giudizio, di resistere a qualunque flessione momentanea, e diventa un’espressione di riferimento del Pci, poi Pds, nel corso degli anni”, scrive Antonello Capurso in Le frasi celebri nella storia d’Italia, Mondadori, 2011.
Nel dizionario economico (simone.it), in un’accezione più ristretta, indica il “livello d’inflazione che, in quanto dipendente da fattori strutturali di lungo periodo tipici di un determinato sistema economico […], risulta di difficile controllo da parte delle autorità preposte”.
Talvolta è usato impropriamente nel senso di “nocciolo duro” (pleonastico, probabilmente per influsso dall’angloamericano hardcore): la parte essenziale, l’elemento fondamentale, il punto principale (treccani.it). “Come al solito, le metafore sono efficaci ma rischiose. Parlando di ‘zoccolo duro’ non penso a qualcosa di solido e tangibile, come se fosse un ‘nocciolo’ che, mordendo l’essere, potremmo un giorno mettere a nudo”. Umberto Eco, in Kant e l’ornitorinco (Bompiani, 2011), si rifà a questa espressione per definire in termini filosofici i limiti e le resistenze dell’interpretazione nella tesi dello “zoccolo duro dell’essere”.

Modi di dire #14: venire a galla

18 febbraio 2015

L’espressione fa riferimento a qualcosa che si manifesta improvvisamente, che “risulta evidente in modo imprevedibile e inatteso” (Devoto-Oli 2009). E infatti, già nella quarta edizione del Vocabolario degli Accademici della Crusca (1729-1738), viene utilizzata per glossare la voce emergere, come suo sinonimo. Il suo significato è legato a quello del sostantivo femminile galla (dal latino galla) che ha origine nell’àmbito del linguaggio della botanica: la galla è quel “rigonfiamento che si riscontra sulle foglie, sui rami e sulle radici di alcune piante in seguito a stimoli naturali o a punture d’insetti” (Devoto-Oli 2009). In senso figurato, il vocabolo è poi passato a indicare una persona o una cosa leggerissima: Giovanni Pascoli, per esempio, lo usa in una delle prime terzine di Italy come termine di paragone per descrivere la protagonista del celebre poemetto (vv. 14-15: “Maria: d’ott’anni: aveva il peso d’una galla”). Ed è proprio da questo significato che è nata la locuzione avverbiale a galla, con cui la parola è entrata nell’uso corrente: associata a diversi verbi come stare, rimanere, tornare o venire, si riferisce a un corpo che, essendo molto leggero, se immerso in un liquido non va a fondo ma rimane “a fior d’acqua, alla superficie” (treccani.it). Il sostantivo galla, peraltro, è rimasto in italiano anche alla base del fortunato verbo galleggiare, attestato fin da Trecento.

8×8 Social Award, prima serata 2015

17 febbraio 2015

Leggi qui i racconti della prima serata di 8×8 e vota il tuo preferito.
(A L. Filippo Santaniello è subentrato Matteo Girardi.)
C’è tempo fino alle 13,00 di martedì 24 febbraio.