Archive for maggio 2015

Nell’Italia da sempre ossequiente a ciò che è pompa, fasto, esteriorità

26 maggio 2015

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[Amerigo] non voleva lasciarsi prendere dallo squallore dell’ambiente, e per far ciò si concentrava sullo squallore dei loro arnesi elettorali – quella cancelleria, quei cartelli, il libriccino ufficiale del regolamento consultato a ogni dubbio dal presidente, già nervoso prima di cominciare – perché questo era per lui uno squallore ricco, ricco di segni, di significati, magari in contrasto uno con l’altro.
La democrazia si presentava ai cittadini sotto queste spoglie dimesse, grigie, disadorne; ad Amerigo a tratti ciò pareva sublime, nell’Italia da sempre ossequiente a ciò che è pompa, fasto, esteriorità, ornamento; gli pareva finalmente la lezione d’una morale onesta e austera; e una perpetua silenziosa rivincita sui fascisti, su coloro che la democrazia avevano creduto di poter disprezzare proprio per questo suo squallore esteriore, per questa sua umile contabilità, ed erano caduti in polvere con tutte le loro frange e i loro fiocchi, mentre essa, col suo scarno cerimoniale di pezzi di carta ripiegati come telegrammi, di matite affidate a dita callose o malferme, continuava la sua strada.

Italo Calvino, La giornata d’uno scrutatore

La rivelazione della paura

21 maggio 2015

Domani nella battaglia pensa a me -- RIccardo III -- Javier Marias

La rivelazione della paura dà idee a chi impaurisce o a chi può farlo, la prevenzione di ciò che non è accaduto attira l’evento, i sospetti decidono quel che ancora non è risolto o lo mettono in moto, l’apprensione e l’attesa costringono a colmare le concavità che creano e approfondiscono, qualcosa deve accadere se vogliamo che creano e approfondiscono, qualcosa deve accadere se vogliamo che si dissipi la paura, e la cosa migliore è darle la sua conclusione.

Javier Marías, Domani nella battaglia pensa a me, Einaudi, traduzione di Glauco Felici

Dieci criteri per orientarsi nel magico mondo della punteggiatura

13 maggio 2015

Se crede di riuscire a vivere di quello che scrive, non ha speranze

8 maggio 2015

Una donna di mondo -- Maugham

“C’è qualcun altro al mondo” gridò Miss Waterford “in grado di infondere tanta arguzia, tanta satira e tanta comicità in un punto e virgola?”.
“Ma resta il fatto che lei non vende” insisté imperturbabile Miss Simmons. “Io la seguo da vent’anni e in tutta franchezza le dico che, pur non essendomi certo arricchito con le percentuali, ho scelto di rappresentarla perché mi piace, di tanto in tanto, fare quello che posso per un buon libro. Ho sempre creduto in lei, sperando che prima o poi saremmo riusciti a farla digerire al pubblico. Ma se crede di riuscire a vivere di quello che usa scrivere, sono costretto a dirle che non ha speranze”.
“Vivo nell’epoca sbagliata” disse Mrs Forrester. “Dovevo nascere nel Settecento, quando i mecenati pagavano cento ghinee per una dedica”.

W. Somerset Maugham, “L’impulso creativo”, Una donna di mondo e altri racconti, Adelphi, traduzione di Simona Sollai

Era­vamo men­tal­mente poveri

5 maggio 2015

alice munro intervista

Sono nata nel 1931, durante la depres­sione. Non so come sia stata in Europa, ma nel Nord America è stata disa­strosa. Non era­vamo disperatamente poveri. Era­vamo men­tal­mente poveri. Col­ti­va­vamo il nostro cibo, le nostre ver­dure. E nostro padre alle­vava volpi argentate. Allora erano molto alla moda. Se lei guarda le foto­gra­fie di Elea­nor Roosevelt aveva sem­pre una stola di volpe attorno al collo. Mio padre aveva sognato di diven­tare ricco con que­sta atti­vità, ma non ha avuto mai abbastanza soldi per investire, e non ci è riuscito. Poi, durante la guerra, quel tipo di pel­licce è pas­sato di moda. Ed è stato costretto ad andare a lavo­rare in una fab­brica, in una fon­de­ria. Mia madre si è amma­lata molto gra­ve­mente di Par­kin­son ed è vis­suta per quasi vent’anni in que­sta condizione dispe­rata. E io, io ero la figlia più grande. E imma­gino che se fossi stata una brava figlia una volta finito il liceo sarei rima­sta a casa, con mia madre e mio fra­tello e mia sorella più pic­coli. Invece ho vinto una borsa di stu­dio e me ne sono andata. All’uni­ver­sità. Per la verità non avevo abbastanza denaro. Avevo soldi per tre anni e non per quat­tro. Dovevo trovare qual­che forma di lavoro. Ho avuto dei premi, ma non basta­vano. Così ho deciso che la cosa migliore da fare era sposarmi.

Alice Munro, intervistata da Irene Bignardi, Repubblica, 5 marzo 2005